Il Paese

Questo è il racconto (frammentario) di un amore, anzi di un “primo amore”, quello che non si dimentica mai, che rimane impresso nell’anima per tutta la vita. E’ stato, è ancora, un sentimento profondo, proprio simile a quello che un uomo, o meglio, un fanciullo può provare per una donna. Si è trattato però dell’amore per un Paese.
Non credo che si possano trovare motivi al perché nasce un grande amore, ma in questo caso almeno due fattori l’hanno certamente propiziato: l’oggettiva bellezza del luogo, soprattutto nei tempi evocati dalla narrazione, e l’età in cui questo amore mi prese, bambino di città proiettato d’improvviso in una nuova realtà, ricettivo (e vulnerabile) a tutti i richiami che caratterizzano quel periodo di transizione della vita che chiamiamo fanciullezza.
La bellezza del luogo, in larga misura ancora oggi, si giova di una geografia non molto dissimile da quella degli altri paesi del circondario, ma più ariosa, più variegata: l’agglomerato urbano, pur conservando il tipico aspetto a raggiera, con la grande piazza della chiesa da cui si dipartono le strade verso la periferia, si è sviluppato su due piani, uno a valle ed uno sulla sommità di un’area collinosa, il tutto immerso, allora molto più di oggi, in una composita sinfonia di vegetazione.
La parte bassa del Paese si stendeva ai lati della strada provinciale, parallela alla ferrovia ed all’ autostrada. Qui le case non erano numerose e quelle poche si allineavano lungo la via sul lato a monte quasi a rappresentare una sorta di baluardo per il Paese “vero”, quello “alto”. Il collegamento tra parte bassa e parte alta era consentito principalmente da una strada ripida che si inerpicava dalla stazione ferroviaria sino a raggiungere la piazza della chiesa.
Anche sulla sommità della collina l’abitato finiva con lo svolgersi su due dislivelli seppur meno accentuati: quello inferiore concentrato attorno alla piazza centrale, il cuore del Paese, con la chiesa parrocchiale, il municipio con la scuola elementare, il grande edificio dell’Istituto S. Luigi e la piccola chiesa della Trinità.
Quello superiore lo si raggiungeva percorrendo tre strade in salita, due delle quali raggiungevano il nucleo del borgo antico, immoto e rannicchiato, dov’era situato anche il casale in cui vissi sino alla fine della guerra.
Un’altra strada, a sud, collegava la piazza della chiesa al cimitero scendendo in dolce pendenza nella direzione di Cavaria.
La provinciale, a fondo valle, poteva essere guadagnata anche da nord percorrendo una strada nuova (e così era chiamata), larga e sinuosa, che attraversava un gran bosco d’alberi d’alto fusto in ripido declivio. Non lontano dalla confluenza di questa strada con la provinciale, tra le rade costruzioni sgranate ai lati, sorgeva una villa austera dai muri ricoperti di sughero. Nel giardino situato dall’altro lato della carreggiata faceva bella mostra, oltre una cancellata bianca, una fontana nella cui vasca si ergeva un drago anch’esso di sughero, sfiorato da zampilli d’acqua. Poco discosta c’era una piccola fabbrica che nel sughero aveva la materia prima per costruire prodotti disparati, dalle imbottiture per caschi coloniali ai tacchi per scarpe.
Il giardino è scomparso, inghiottito dal tempo e dalla sterpaglia. Dopo la guerra la villa è stata ristrutturata, privata dell’originalità di quella inusuale copertura. La fabbrica non c’è più. Lasciando la periferia nord i paesi limitrofi erano raggiungibili da carrarecce sterrate mentre ad ovest nascevano sentieri che attraversavano vasti e fitti boschi. Questa era la mia zona preferita dove, attraverso varchi seminascosti nella vegetazione, si arrivava ad un minuscolo laghetto circondato da canneti, persino dotato di un’isoletta. Quelli che sono oggi indicati come monumenti, i luoghi più importanti del Paese, non fecero parte del mio scibile durante lo sfollamento.
L’Istituto S. Luigi, altrimenti chiamato Ca’ Taverna, affacciato sulla piazza della chiesa, non andò nella mia infantile considerazione oltre l’impressione di un luogo molto riservato, addirittura proibito, dove bambini orfani erano tenuti quasi in cattività. Non ricordo di averli mai visti in chiesa: credo ne avessero una tutta per loro, oltre quel portone sempre chiuso.
Quanto al Castello, situato sul ciglione prospiciente la vallata, il cui parco a gradoni era attiguo a quello di Ca’ Taverna, nessuna circostanza, nessun anfitrione, mi consentì di superare i due grandi piloni posti all’ingresso del viale d’accesso. Perciò rimase fuori da tutte le mie pur instancabili perlustrazioni.
Infine, l’Oratorio Visconteo, accanto alla chiesa, oggi celebrato Monumento Nazionale per gli splendidi affreschi del 1300 di scuola Giottesca, fu nel periodo bellico un trascurato deposito di macchine agricole.

RITORNO AL PAESE di Alberto Pierantoni – NICOLINI EDITORE, 2010 – pag. 218

Il commento di NICLA MORLETTI

Questa è la storia di un grande amore, scritta in maniera delicata, tenera, solare. Un grande amore ed un attaccamento profondo per un paese. La bellezza del luogo con la piazza della chiesa, la collina e il verde sono descritti dall’autore così armoniosamente da sembrare un quadro di Rubens dai colori e dalle atmosfere struggenti. Il libro, impreziosito anche da riproduzioni di antiche foto, ci trascina in magici ambienti: il laghetto, l’ingresso al castello, la casa di sughero, tanto che pare di vivere in una fiaba. Poi l’autunno del 1942 ed i bollettini di guerra che ripetono alla radio il nome di una località africana: El Alamein… E tanti ricordi così nitidi e chiari che fanno bene anche al cuore di chi legge. Un ottimo libro scritto egregiamente con ineccepibile stile.

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5 thoughts on “Ritorno al paese di Alberto Pierantoni

  1. L’estratto del libro mi ha portato indietro nel tempo, ad un piccolo paese che conoscevo e al mio primo amore, così innocente e romantico.
    Le descrizioni sono poetiche e molto realistiche, sembra quasi di essere li, sotto il Castello.
    Vorrei complimentarmi con l’autore per il suo stile così limpido e piacevole, spero di avere poi la possibilità di leggere il libro e immergermi nella sua storia!!

    Stefania C.

  2. Chi vive nei piccoli paesi può capire, ancor più di chi vive nelle grandi metropoli, l’amore che nasce e si instaura fra un cittadino e il proprio paese.. soprattutto se poi si è costretti a lasciare questo paese….credo che sia bello e interessante leggere con quanta sapienza lo scrittore ha colto e descritto questo amore…

  3. Un grande amore come questo non si puo’ scordare, continuera’ a tormentare l’esistenza nel bene e nel male! Un bellissimo libro, assolutamente da leggere per intero!!

  4. Nostalgia del passato. Nostalgia della giovinezza.
    Alberto Pierantoni descrive il suo paese della fanciullezza, con accenti del perduto amore.
    Ci ritorna al suo borgo. Con la rievocazione anzi tutto. Intrisa di poesia e di voglia di pulizia.

    Gaetano

  5. Molto interessante e affascinate la descrizione del paese fatta con amore e decisa padronanza di stile.
    E’ un piccolo paese come ce ne sono tanti in Italia ma che stringe il cuore dei suoi abitanti e che rimane indelebile nei ricordi. E’ l’amore profondo che muove tutta la storia e che commuove e trasporta.
    Complimenti all’autore che con sapienza ci accompagna lungo le viuzze, le colline, l’architettura ma soprattutto ci tiene il cuore acceso dal suo grande amore per il suo amato paese.

    P.S.
    Avrei grande piacere se l’autore visitasse anche la pagina dedicata al mio libro”La stanza vuota” e lasciasse un suo commento, grazie.

    Giulia Madonna

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