La partenza per la Naja –

Quella mattina cadeva un fitto nevischio. Giovanni stava uscendo di casa, accompagnato dal padre, per recarsi alla fermata della corriera, sul ponte della Menata. Era il 4 Febbraio 1940.
La madre lo abbracciò e disse a Giuseppe, il marito: “Prendi l’ombrello di tela cerata, è abbastanza grande per ripararvi entrambi; che Giovanni almeno non parta con i vestiti inzuppati”.
Giuseppe prese l’ombrello, non aprì bocca ma con lo sguardo incrociò gli occhi della moglie e con l’espressione del viso sembrò dirle: “Guarda che sta andando sotto le armi e forse anche in guerra, se tutti i suoi problemi futuri saranno costituiti da un semplice nevischio, potrà considerarsi fortunato”.
Lui che era rimasto sotto le armi per quasi sette anni fra il 1908 ed il 1918, che aveva combattuto in Cirenaica nel 1911-12 contro i turchi, poi sul fronte italiano e su quello balcanico contro gli austro-ungarici nella 1^ guerra mondiale, sapeva benissimo in quali situazioni avrebbe potuto trovarsi il figlio, altro che la leggera nevicata di quel mattino.
Aprì l’ombrello, prese il figlio sottobraccio e si avviarono, muti, sotto lo sguardo pieno di apprensione della mamma Maria che era rimasta sulla porta di casa con accanto i figli più giovani: Elsa e Pio.
Poco dopo, dalla curva della provinciale, sbucarono i fari della corriera che svolgeva servizio di linea fino ad Argenta.
Prima di aprire la portiera e far salire il figlio, Giuseppe lo abbracciò e gli raccomandò: “Ricorda tutto quello che ti ho insegnato in questi ultimi tempi, temo che ci stiamo avviando verso lo scoppio di un’altra guerra.
Quei pazzi ai quali sono affidate le sorti del nostro paese sembra non ambiscano ad altro, è quindi molto probabile che questo vento, prima o poi, ci porti anche la tempesta”.
Giovanni salì sulla corriera vuota. Cinto, il conducente, disse: “Meno male che avrò un po’ di compagnia, con questo tempaccio temevo di dover fare il viaggio in solitudine.
Dove vai Giovanni?”
“La naja, la naja” rispose Giovanni che aveva il groppo in gola e poca voglia di parlare. Cinto di rimando con tono meravigliato: “Ma sembri ancora un bambino, quanti anni hai?”
“Quasi venti” fu la risposta.
Il nevischio si era trasformato in pioggia e Cinto, per non farne prendere troppa a Giovanni, una volta giunto ad Argenta fece con la corriera una deviazione dal percorso abituale con una fermata straordinaria proprio davanti alla stazione.
Mentre il giovane si apprestava a scendere disse: “Figliolo, se la situazione dovesse precipitare e dovessero mandarti in guerra, ricordati che alla tua famiglia le medaglie non interessano; quindi non cercare di fare l’eroe e pensa solo di portare a casa la pelle.
Se vedrai che si mette male, scappa prima che sia troppo tardi, un soldato che scappa può ancora essere utile; un soldato morto non serve più a nessuno, è solo una giovane vita troncata nel suo periodo migliore”.
Salito sul treno per Ferrara, Giovanni guardava dal finestrino i campi coperti dalla poca neve caduta ma non li vedeva; davanti ai suoi occhi passavano, come in un film, le immagini e riudiva le parole delle persone, a lui vicine, che lo avevano salutato.
Gli amici ed i conoscenti del borgo già dal giorno prima, la sera il saluto dei genitori della morosa e più tardi quello di lei, la Maria, con la quale non aveva ancora fatto l’amore.
Ora si sentiva solo, l’incertezza sul destino che lo aspettava faceva aumentare la tristezza e lo sconforto.
L’altoparlante della stazione che gracchiava: “Ferrara, stazione di Ferrara” lo fece uscire dal torpore nel quale era piombato, raccolse la valigia e scese.
Doveva presentarsi al distretto, stava salendo sul tram quando una voce alle sue spalle lo richiamò: “Soldato, dico a te, mettiti in fila con le altre reclute, al distretto ci si va inquadrati”.
A parlare era stato un sottufficiale il cui tono non ammetteva repliche. Giovanni, memore dei consigli del padre:
“Non contraddire gli ordini, tanto una volta impartiti tali rimangono”, si aggregò al gruppo delle reclute in attesa nel piazzale antistante la stazione.
Quando il sottufficiale ebbe radunato un numero adeguato di coscritti, diede l’ordine di seguirlo in fila per due.
Il tragitto per raggiungere il distretto era piuttosto lungo, ma lui, rimasto affascinato dall’ampiezza del viale principale della città, dalla bellezza dei palazzi e delle grandi vetrine dei negozi, non era per nulla affaticato dal lungo cammino.
Una vera città non l’aveva mai vista, al massimo era arrivato ad Argenta, Alfonsine, Lugo di Romagna e quasi tutto quello che ora gli appariva davanti agli occhi, rappresentava per lui una novità, una piacevole novità.
Cominciò a sperare di venire assegnato ad un reparto di stanza a Ferrara; la città gli era piaciuta subito, specialmente le voci delle donne che, lungo il viale, sentiva parlare in italiano. Il tono e 1’accento erano di una finezza unica e lo aveva immediatamente affascinato.
Lo zio “Fogi” una volta lo aveva detto: “Come parlano bene in italiano le donne di Ferrara, non mi è capitato di sentirlo in nessuna altra città; e di città lo zio ne aveva conosciute tante, lui era in affari, un uomo di mondo.

V° Comandamento Non Uccidere. Dalla città dei duchi d’Este al placido Don… e ritorno di Vander Penazzi – Edizioni Helicon, 2012 – pag. 143

Il commento di NICLA MORLETTI

“V° Comandamento – Non uccidere” è un libro del ricordo, della memoria, per non dimenticare le eroiche gesta compiute da giovani uomini che, strappati alle loro famiglie, furono gettati “nella fornace di una guerra ingiusta e inutile”. Pagine di intensa partecipazione coinvolgono in una lettura intensa e appassionata che commuove e tocca profondamente il cuore. Nelle sterminate steppe della Russia, con temperature polari, la notte di Natale del 1941 il termometro segnava – 42°. Come sopravvivere a tanto freddo, con un equipaggiamento ridicolo, in un paese lontano, i nemici alle porte, il dolore e l’abbandono nel cuore?
Erano poco più che ventenni questi giovani, molti dei quali trovarono rifugio nelle sterminate steppe dell’Ucraina, dentro le misere Isbe dei contadini, tra l’odore di marcio, di paglia e d’urina. Tutto questo narra Vander Penazzi e di tante altre cose ancora portate dalla guerra, dal dolore, dal freddo e dalla fame. E lo fa con consapevolezza e cognizione di causa. In uno stile dinamico e snello descrive in maniera egregia personaggi indimenticabili e narra di storie vere e fatti di una guerra inutile che ha trascinato gli uomini in una scia di pericoli, sofferenza, paure, ma fatta anche di amicizia e solidarietà tra soldati. Forse l’uomo può diventare migliore solo passando attraverso le lame del dolore e la morsa dell’abbandono. Forse soltanto così potrà arrivare a comprendere il valore del V° Comandamento – Non uccidere. Un libro che vi rimarrà nel cuore, cari lettori. Per sempre. Come è successo a me.

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3 thoughts on “V° Comandamento Non Uccidere di Vander Penazzi

  1. Si legge proprio bene, è scritto in modo semplice ma è accattivante questo intreccio tra la Grande Storia d’Italia sullo sfondo e la piccola storia personale del protagonista, questo povero ma intelligente artigliere, mandato chissà perché in Russia a combattere contro un nemico che non ci aveva fatto niente di male. E non sono solo i semplici fatti della vita di un soldato durante il periodo fascista a essere raccontati, ma anche l’anelito di giustizia che traspare da racconti come quello delle grandi quantità di alimentari custoditi gelosamente da una contessa, moglie di un gerarca del regime, deposito a cui attinge un soldato affamato. Senso di giustizia che domina anche il racconto, forse un po’ fantasioso, del soldato e dell’ufficiale italiano che riescono a liberarsi dal controllo di un gruppo di militari turchi che vogliono sodomizzare i due italiani, ma che pagano cara questa loro idea poco elegante e poco cavalleresca.

  2. Penso che sia un libro che molti dovrebbero leggere,specialmente adesso che siamo abituati ad avere tutto e dare tutto per scontato.

    Complimenti
    Barbara

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