Quel maledetto bullone, completamente arrugginito, non voleva proprio saperne d’uscire dalla sua sede, Elena si sollevò un poco dall’incomoda posizione che era stata costretta ad assumere nella stretta sentina. Con il dorso della mano coperto d’unto cercò di detergersi l’abbondante sudore che le imperlava la fronte, afferrò un pesante mazzuolo e uno scalpello da legno, e iniziò ad aggredire con veemenza il legno ormai putrido della chiglia.
Il sole di giugno scaldava senza pietà la coperta del piccolo sloop, ed Elena, ormai stanca e accaldata s’issò dal boccaporto e uscì sul ponte lasciando cadere rumorosamente i suoi attrezzi sul fondo della barca, incrociò le lunghe e magre gambe coperte da uno sdrucito paio di jeans, e iniziò ad arrotolarsi meticolosamente una sigaretta con una mistura di sua personale produzione.
L’”Ogigia” era alata in secco nel piccolo squero dove un anziano maestro d’ascia costruiva ancora gozzi e lance tradizionali. Alcuni grossi puntelli di legno sorreggevano il bianco scafo, mantenendolo in una posizione leggermente più in alto rispetto alle altre barche che affollavano il minuscolo piazzale.
Dalla posizione elevata del ponte dell’Ogigia, Elena aveva una perfetta visione dell’imboccatura del porto e del mare che si estendeva vuoto e calmo fino all’orizzonte; socchiudendo leggermente le palpebre, per difendersi dal forte riverbero, aspirava con indolente voluttà la dolce e inebriante mistura.
Guardando il mare pensava a quanto questo fosse inestricabilmente legato alla sua vita.
Un mare agitato e appena illuminato da un ultimo spicchio di luna salutò il suo sbarco sull’isola, quando, giovane figlia dei fiori, volle fuggire dai noiosi legami di una famiglia borghese e di una città tra le più bacchettone d’Italia. Erano ancora i tempi in cui con mare cattivo il piccolo traghetto sbarcava i suoi passeggeri con delle lance sulla spiaggia di Kattibuale. Forti e sconosciute mani l’accolsero e la sorressero nei primi passi sulle lucide nere lave dello sbarcatoio, e la guidarono, in una notte odorosa di timo e rosmarino, resa viva da mille voci concitate, nel luogo in cui avrebbe trascorso la sua vita. Fino a ora.
Dal mare giunse, anche il primo amore importante della sua vita; si materializzò un giorno nelle sembianze di un giovane tritone dai riccioli bruni che, da bordo di una piccola barca a vela di colore rosso, le chiese con un forte accento d’oltralpe se si poteva accostare a quel molo.
Fu proprio nella piccola cabina dell’“Epogne” che consumarono i loro giovanili e incontenibili amplessi, inframmezzati dagli indolenti racconti dei sogni di Patrik su mari lontani, che avrebbero da lì a poco raggiunto assieme.
E dal molo del porticciolo di Scauri, una mattina di fine estate Elena vide la piccola macchia rossa dello scafo dell’“Epogne” dispiegare nel vento le sue ali bianche, e dirigersi inesorabilmente verso sud. Proprio quella mattina Elena era corsa ansante fino all’ormeggio dell’”Epogne”, timorosa e felice al contempo, per comunicare a Patrik che n’era più che certa; portava in grembo il frutto del loro amore.
Suo figlio Davide era ormai un ragazzino di quasi dieci anni, che scorrazzava scalzo e selvaggio per i moli del porto dell’isola, quando il mare regalò a Elena un altro amore: Roland, che poi sull’isola rimase noto per anni come “il Bretone”. Arrivò in porto una sera di primavera, conducendo, da solo e con sicurezza, all’ormeggio il suo grande veliero a due alberi.
Elena fu subito colpita dal fisico snello e scattante di Roland, dai suoi freddi occhi azzurri, e da quell’espressione del viso e quella postura generale del corpo che gli davano un’aria da beffardo e benevolo bucaniere. Roland, probabilmente stanco di girare per i mari conducendo una vita di piccoli, e talvolta dubbi, traffici, vide in questa ragazza bionda, dall’aria un poco selvaggia e dallo sguardo sognante, l’occasione di fermarsi almeno per un poco, in questa isola ai limiti dell’Europa civilizzata, per rimettere in sesto la propria vita.
Fu sicuramente un amore forte e molto travagliato, Roland, nonostante la nascita della piccola Lucia, non seppe mai rinunciare né alle sue scorribande per mare, né a quelle nel mare di giovani e meno giovani turiste che ogni estate sbarcavano sull’isola, assetate di amori “naif”. Elena aspirava invece a un amore assolutamente dedito, e a un uomo che sapesse sorreggerla con polso sicuro nelle difficoltà della vita.
Nel pomeriggio assolato che ormai volgeva al tramonto, le venne improvvisamente alla mente di quella volta in cui, dopo l’ennesimo bisticcio per gelosia, Roland salpò ben intenzionato ad andarsene per sempre. Elena allora lo raggiunse in mare aperto con la sua piccola lancia a motore, abbordò con decisione lo “Xantos” e salì trafelata a bordo. Rimasero tutta la notte in mare, e la mattina seguente il grande “Xantos” rientrò in porto, trainando, come una docile paperottola, la lancia di Elena.
Solo una volta la donna si lasciò tentare dalla terra, forse ormai irrimediabilmente disillusa dai continui tradimenti di Roland, intrecciò una palese relazione con un turista del Nord, che in quell’epoca si era ritagliato una certa immagine scorrazzando sull’isola a bordo di una grande e fiammante decappottabile d’epoca.
Questa storia, che poi alla fin fine fu solo passeggera, le costò l’amore di Roland, o come ormai spesso si ripeteva, la liberò finalmente dalla sua tumultuosa presenza; Roland, infatti, dando ampie dimostrazioni d’essere ferito e offeso dal suo comportamento, dapprima uscì da casa andando a vivere a bordo, e poi una mattina, senza salutare neppure la piccola Lucia, levò l’ancora e salpò per non fare mai più ritorno sull’isola.
Il sole arrossava il cielo a occidente, ed Elena s’accorse che, arrotolandosi uno spinello dopo l’altro, aveva passato in rassegna gli ultimi venti anni della sua vita, trascurando così il lavoro cui nell’ultimo anno s’era dedicata con passione e accanimento.
Il tramonto le fece riaffiorare alla mente un’ultima immagine: lo “Xantos” che si dondolava dolcemente all’ancora nelle acque cristalline della piccola isola di La Galitte, il sole si era ormai coricato dietro alle brulle rocce, il piccolo molo e le poche case che l’attorniavano si erano amalgamati con il fianco dell’isola e il mare a oriente luccicava degli ultimi raggi radenti, lo “Xantos”, lei, Roland e la piccola Lucia erano come sospesi nel vuoto in un lungo attimo d’assoluta pace e comprensione, che Elena desiderò non dovesse mai finire….
Si riscosse dal suo torpore, accostò appena il boccaporto della tuga, e lasciando tutto in disordine, così com’era, scese dall’Ogigia. L’indomani mattina sarebbe tornata a lavorare, alla fine, n’era certa, la barca sarebbe stata pronta a prendere il mare, e lei, questa volta finalmente da sola e in pace con se stessa, avrebbe potuto fare vela verso la vicina Tunisia e la solitaria e magica isoletta di La Galitte.



