Glielo aveva detto con gli occhi arrossati e gonfi come di chi ha pianto per ore. Si era portato a sedere lentamente e le aveva sussurrato guardandola negli occhi: «Appena tutta questa storia sarà finita staremo insieme, te lo giuro».
A Silvia balenò rapido il pensiero che una volta di più avrebbe dovuto credere alle sue scuse. Di tempo ne era passato parecchio, ma aveva sempre cercato di coltivare l’idea felice di una prospettiva e di un sogno da realizzare. E proprio questa specie di fiducia l’aveva aiutata a resistere alla solitudine del cuore. Negli ultimi tempi l’amarezza e la rabbia si erano insinuate spesso dentro di lei come un tarlo che scava gallerie invisibili, ma aveva fatto di tutto per tenere a bada il risentimento e ora sentiva premere tra le costole e il cuore un dolore pungente che solo in parte proveniva dalla necessità di condividere la sofferenza di Roberto.
Il venerdì pomeriggio era il momento in cui lei poteva permettersi le pulizie generali. Aveva talmente poco tempo che le riusciva di fare la spesa, lavare e stirare solo in quella giornata prima che Gaia tornasse da scuola. Era un po’ in ritardo sui tempi soprattutto perché non aveva ancora avviato i preparativi per il suo compleanno. Pensò che avrebbe dovuto fare più spazio che poteva, spostare qualche mobile ed eliminare gli oggetti più delicati, se voleva far entrare in casa quella dozzina di bambini che Gaia le aveva chiesto di invitare per la festa dei suoi dieci anni.
Una scampanellata improvvisa, ma riconoscibile, l’aveva colta impreparata. Non si aspettava che Roberto venisse così in anticipo: lo sapeva impegnato con il lavoro e impossibilitato ad arrivare prima di sera. Gaia fin dal mattino era tutta agitata perché ricordava la promessa che lui le aveva fatto quando aveva detto: «Arriverò la sera prima del tuo compleanno e starò con voi per tutto il fine settimana».
Per prima cosa aveva pensato che quell’anticipo fosse una sorpresa e percepì sul volto un riflusso improvviso di sangue che le procurò un certo piacere. Dal citofono aprì il portone senza accertarsi chi fosse. Tolse il grembiule, riordinò in fretta i capelli e cercò di rendersi più attraente, come una ragazzina al primo appuntamento. Si preparò ad accoglierlo con l’entusiasmo che aveva sempre quando potevano stare insieme. Ogni volta provava la stessa emozione e la medesima agitazione che aveva vissuto da adolescente.

L’avvocato Roberto Salvadei, come solitamente lei lo chiamava, era un uomo deciso e pragmatico, capace di sostenere il peso delle responsabilità con l’autorevolezza degli anni e la sicurezza dell’esperienza. Non lo aveva mai visto indietreggiare di fronte ai suoi impegni. L’aveva incontrato dodici anni prima ed era entrato piano nella sua vita, quando ancora lei non aveva messo nel conto un compagno per il suo futuro né un amore che potesse andare oltre le infatuazioni esplosive della giovinezza. Le capitò di conoscerlo come datore di lavoro e ne rimase affascinata dai modi. «Potrà avere quarantanni» pensò quando lo vide per la prima volta dietro la sua scrivania di noce ricoperta da un cristallo fumé. Ne aveva di più, ma lo scoprì in seguito. Magro, con la fronte alta e i capelli di un castano scuro che alle tempie lasciavano affiorare una manciata di fili bianchi, le mostrò subito gentilezza e affabilità, benché le mettesse una certa soggezione. L’aveva accolta chiedendole subito cosa sapeva fare in segreteria.
Lei, non ancora diciottenne, aveva sentito un certo imbarazzo nel dirgli di aver interrotto gli studi di ragioneria perché suo padre si era ammalato gravemente. Figlia unica, già con un forte senso di responsabilità, sentiva il dovere di aiutare sua madre, che aveva preso a dedicare tutto il suo tempo all’assistenza del marito. Aveva deciso di trovarsi un lavoro e un’entrata economica utile alla famiglia.
Lui si era acceso una Carnei e soffiando in alto una piccola nuvola di fumo grigia e lieve, le aveva sorriso. Dolcemente. «E davvero un galantuomo Salvadei» aveva detto sua madre ascoltando il tipo di accoglienza che le aveva riservato. Dopo neanche una settimana Silvia era già la sua segretaria. Dapprima a part-time, poi lui le chiese di impegnarsi tutto il giorno e lei accettò immaginando che in futuro avrebbe continuato gli studi, magari con le scuole serali. Salvadei, uomo di poche parole, era sempre gentile, capace di ascoltare e prestare attenzione anche ai dettagli, ma esigente nel richiedere precisione e cura. Lei, timida e impacciata all’inizio, non si perdeva una virgola di quello che lui le diceva e annotava tutto con meticolosità su un notes con la copertina blu dove aveva scritto in grande e a stampatello AVVOCATO.
Lo chiamavano tutti così, anche se non ne aveva il diritto in quanto non era mai stato iscritto all’albo. Dopo alcuni tentativi andati falliti agli esami da procuratore, aveva rinunciato all’idea di esercitare la professione di legale per la quale aveva studiato. Così era tornato a casa, dove l’attendeva un posto nell’azienda di famiglia e aveva cominciato la carriera di imprenditore che lo vide titolare quando il padre ormai anziano gli passò le redini del comando.
Milano era la città che amava di più e per la quale sentiva una sottile e persistente nostalgia. Roberto ci era vissuto per tutti gli anni dell’università e lì aveva conosciuto Chiara, la donna che poi sarebbe diventata sua moglie. L’aveva sposata subito dopo la laurea in giurisprudenza, più per l’insistenza di lei che per il reale desiderio di costruire una famiglia. L’aveva convinta ad andare a vivere in quella piccola città di provincia sulla riva di un lago che lei sentiva triste e deprimente. Figlia di una facoltosa famiglia lombarda, Chiara si era adattata a fare l’insegnante nella scuola media locale quando invece avrebbe voluto fare la giornalista e critica d’arte. Sopportò male questo cambiamento e in particolare non digerì mai l’ambiente contadino, lei abituata ai ritmi della grande città e alle mille sollecitazioni culturali. Non gli perdonò il sacrificio dei suoi sogni e la rinuncia a una vita mondana, ma rimase con lui senza entusiasmo e con il tiepido affetto della convenienza. Alla nascita di Luca, quella relazione che non aveva mai trovato una solida base d’intesa si sfilacciò lasciando sempre più intravedere i segni malcelati del rancore e dell’insoddisfazione.

Silvia e Roberto avevano cominciato ad amarsi di nascosto, con la passione che appartiene quasi sempre alle cose proibite. Lui era entrato senza convinzione nella sua vita o forse, attratto per lo più dalla delicata bellezza di Silvia, con il bisogno di riparare la sua anima dolente. Senza forzature però le aveva fatto conoscere i suoi desideri e lei aveva subito creduto alla magia dell’amore, anche quando non entra dalla porta principale.
Non molto alta ma con un corpo femminile attraente e proporzionato, Silvia aveva un viso dolce, dalla carnagione chiara, incorniciato da lunghi capelli biondi spesso raccolti in una coda che le dava un’aria ancora infantile. Nonostante la giovane età mostrava maturità di pensiero e capacità di giudizio che le avevano sempre procurato apprezzamento da parte degli insegnanti e un certo dispiacere quando aveva abbandonato la scuola per andare a lavorare. I suoi genitori, semplici operai, avevano speso la loro esistenza nel cercare di migliorare la loro condizione economica difficile. La malattia di suo padre invece era arrivata improvvisa e si era scontrata con i suoi sogni e le sue aspirazioni. Nei suoi progetti, dopo la maturità, c’era una laurea in economia e magari la libera professione, ma preferì dare ai suoi la sicurezza di un’entrata in più. Ammirava sua madre che era riuscita a portare con dignità il peso di una vita fatta di sacrifici quotidiani e di un matrimonio poco gratificante. Di suo padre poteva dire solo che era stato un gran lavoratore. Per il resto si era interessato poco alla famiglia. Rude e collerico, incapace di qualsiasi forma di dolcezza, era sempre stato severo con lei e arrogante con sua madre. Qualche volta manesco per non dire violento. Non lo odiava ma nemmeno l’aveva mai amato.

Un giorno senza accorgersene si era trovata alle sue spalle l’avvocato. Era il tardo pomeriggio di una giornata prefestiva in cui tutti gli impiegati avevano già concluso il loro lavoro. Silvia si era fermata oltre l’orario ad archiviare alcune pratiche e quando ne percepì la presenza ebbe un piccolo sussulto. Ebbe un sobbalzo anche se era capitato spesso che lui passasse dal suo piccolo ufficio in fondo al corridoio del primo piano e, affacciandosi solo per un attimo, le chiedesse: «Come va Silvia, tutto bene?».
L’avvocato per tranquillizzarla le aveva messo una mano rassicurante sulla spalla. Si era chinato quasi sopra i suoi capelli, a una vicinanza che non aveva mai tenuto, e lei aveva potuto percepire perfettamente il suo alito un po’ impastato di fumo che le scorreva dal collo alle guance. Insieme all’imbarazzo, Silvia, provò uno strano e inaspettato piacere che si mescolava alla timidezza dei suoi diciotto anni.

***

Dal primo racconto “Gaia compie gli anni” del libro Se l’amore ferisce di Giuseppe Maiolo e Giuliana Franchini, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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