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Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle

Mater, che significa?”
Mamma si gira a guardarmi ma non dice niente.
Alice molla incazzata il piatto sul tavolo, si infila nel corridoio, indossa la giacca ed esce al volo senza degnare nessuno di un saluto o di informare sulla sua destinazione, come ogni brava adolescente ribelle che reagisce con tutta la rabbia che ha dentro alle discussioni in famiglia. Cos’è, si crede la sorellina bruciata di James Dean adesso? Si procede di bene in meglio, in questa casa.
“Be’?! La lasci andare così?”
“Ha bisogno del suo spazio.”
Questa è buona.
Se mi fossi azzardata io a comportarmi così quando avevo la sua età, non solo mia madre mi sarebbe corsa dietro con la scopa, ma mi avrebbe tenuto in punizione per minimo un mese, segregata nella mia camera come una reietta, senza telefono e senza tv. Quant’è ingiusta la vita.
Mi è ufficialmente passata la fame e la voglia di fare altre domande.
Sono sconvolta. Ero pronta a tutto, ma non mi aveva mai sfiorato l’idea di poter assistere un giorno a una discussione tra i miei genitori come quella di cui sono stata testimone stasera. Papà non ha nemmeno tentato di controbattere e in un certo senso lo capisco: anche io reagisco così contro gli attacchi isterici materni, più per evitare rogne che altro in attesa che passino e si possa ragionare con più calma. Questa volta però mamma sembrava motivata. Fin troppo motivata.
È possibile che uno come papà possa nascondere qualcosa? Una relazione, poi?
No, non ci credo, se n’è andato solo per evitare scenate davanti a noi. Siamo pur sempre le sue bambine, so quanto ci tiene alla nostra tranquillità. L’ha fatto per questo, ne sono certa.
Comunque, meglio sloggiare di qui e tornare in un momento migliore. Ora non è proprio aria.
Vado in bagno per sciacquarmi la faccia e riprendermi dal terremoto e passo davanti alla mia vecchia camera da letto. Alice ci si è trasferita quando me ne sono andata via. Non vedeva l’ora e appena ha avuto l’occasione se n’è appropriata. Incredibile che abbia lasciato la porta aperta, di solito la tiene chiusa come se dovesse custodire chissà quali segreti.
La curiosità improvvisa che mi assale è troppo forte.
Mi fermo, accendo la luce, do un’occhiata dentro e stento a riconoscerla. È un vero porcile.
Letto ancora disfatto, due poster dei Tokyo Hotel alle pareti, scarpe e vestiti sparsi dappertutto, libri impilati sulla scrivania, messi a casaccio tra cosmetici e smalti scuri, zaino buttato sotto la sedia, anta dell’armadio socchiusa con un vestito completamente nero appeso, ancora con l’etichetta attaccata. Lontani i tempi dei Take That prima maniera e delle sane regole di convivenza civile. Del mio rifugio non è rimasto niente, nemmeno l’ordine. Inutile dire che mamma ha cambiato visione della vita anche su questo.
Entro e guardando alla mia sinistra noto che dei tempi andati è sopravvissuto solo il mio poster di Johnny Depp. Uno dei pochi uomini che è riuscito a crescere tre generazioni di sbarbatelle e ancora resiste sul trono. Lo preferisco di gran lunga adesso, ma ora che lo rivedo in questa versione dopo tanti anni, confermo che anche tre lustri fa non era affatto male.
L’etichetta sul vestito dimostra la famosa prodigalità di mia sorella. Alice è molto oculata, centocinquanta euro per un mezzo straccio sono segno di grande maturità nella gestione dell’economia domestica.
Lasciamo stare o mi viene la gastrite.
Apro l’armadio per vedere che genere di abbigliamento ha il coraggio di mettersi oltre a questa roba orrenda e la prima esclamasione a cui penso è: “che allegria!”
Mi trovo davanti a un brodo primordiale monocromatico composto da maglioni, abiti, gonne e pantaloni tutti neri. Magliette a righe bianche e nere. Un po’ di pizzo e taffetà, rigorosamente neri. L’unica nota eccentrica è data dagli intramontabili jeans e da qualche felpa fucsia o rossa con tanto di teschi e cuoricini che spuntano qua e là nel caos dando un tocco di colore al tutto. È una fase anche questa, passerà com’è successo a tutti. O almeno credo.
Mentre chiudo sconsolata le ante, alzo gli occhi e noto, nell’ultimo scaffale in alto, una fila di scatole impilate per bene che mi sembrano famigliari. Sono impossibili da raggiungere senza salire su una scala. Quella scatola rosa a pois, con quella striscia di scotch che la chiude tutt’attorno, decorata con le fragoline rosse, proprio nell’angolo più lontano e meno accessibile, no, non può essere…
Sento una spinta improvvisa nella pancia, come un tonfo: credo che sia questo il rumore che fanno i ricordi.
Vengo presa da una strana eccitazione, così libero la sedia dalle schifezze che ci sono sopra, la piazzo in zona strategica, ci monto sopra e mi allungo verso quella scatola. La sfioro con le dita, riesco a farla scivolare appena un po’ verso di me, il giusto necessario per afferrare il bordo e farla uscire dal suo cantuccio. La riconosco, è lei: è la mia scatola dei desideri!
Non ci posso credere!
Io pensavo che mamma l’avesse spostata, che fosse finita chissà dove e invece eccola qua, custodita nello stesso armadio che è stato mio per vent’anni e che ora appartiene di diritto a quella stronzetta di mia sorella. Un mare di immagini e pensieri mi inonda all’improvviso e quasi vengo sopraffatta dalla voglia di aprirla lì, seduta stante.
Già, col rischio che Alice ritorni e mi rovini la festa.
Non ci penso neanche.
Rimetto a posto la sedia, richiudo gli sportelli, mi guardo un’ultima volta attorno poi spengo la luce ed esco.
Poco ma sicuro, questa scatola torna a casa con me.

Rientro nell’appartamento un’ora dopo ancora a stomaco vuoto e trovo Melissa e Lilly che litigano sui turni del bagno. Qualsiasi argomento è buono per loro, ma adesso non ho proprio voglia di sopportare le loro scenate. Chiudo la porta sbattendola forte e urlando di smetterla subito.
“O vi caccio fuori casa a pedate!”
Entrambe si bloccano all’istante e mi guardano come se fossi un marziano.
“Viola, hai dei problemi a gestire la rabbia, ultimamente?” chiede Mel con fare indagatorio, incrociando le braccia. Lei e la sua dannata laurea in psicologia. Quell’asciugamano che indossa, tutto volant e roselline, non la rende di certo credibile.
“No, vorrei solo un po’ di quiete: sto per fare un tuffo nel mio passato, ragazze.”
“In che senso?” chiede Lilly, incuriosita.
Tiro fuori dalla borsa la scatola rosa a pois e la mostro loro, trionfante, scuotendola appena.
“Che cos’è quella roba?”
“Non fare quella faccia schifata, Mel. Questa è la mia scatola dei desideri.”
Lilly lancia un gridolino e inizia a battere le mani.
“Incredibile! Dove l’hai trovata?! Anche io ne avevo una! L’ho seppellita in giardino, tanti anni fa, chissà se c’è ancora!”
“Te l’hanno sicuramente mangiata i topi.”
“Impossibile, era di metallo, ero piccola ma avevo pensato anche ai topi e alle talpe, che ti credi? Però non ricordo più cosa ci ho messo dentro…”
Nemmeno io lo ricordo più, l’avevo sigillata perché nessuno ci mettesse il naso e sembra che in effetti non sia stata mai aperta. È ora di dare un’occhiata e fare un viaggio nel tempo di quelli seri. Mi sono preparata psicologicamente mentre tornavo a casa e non ho intenzione di fermarmi proprio ora.
“Ok, ragazze, andiamo in cucina, ci sediamo attorno al tavolo e vediamo cos’ha conservato per la bellezza di venti lunghi anni questa meravigliosa scatola rosa!”
Lilly è più eccitata di me, mentre Melissa guarda l’orologio appeso alla parete e si siede senza nascondere un po’ di impazienza.
“Vai di fretta Mel?”
“Dovrei essere al lavoro per le dieci…”
“Ancora il pub?”
“No, ehm, questa settimana sto in una discoteca fuori città, facciamo presto che mi devo preparare.”
“Ok, nessun problema, ci metto un attimo.”
Inizio a staccare con cura lo strato di scotch che blocca il coperchio e lo appendo allo schienale della sedia per non farlo arrotolare su se stesso. Voglio conservarlo, non deve assolutamente rovinarsi. Sento il cuore che batte forte, mi sembra di essere tornata bambina quando tutto mi strabiliava, mi emozionava, mi sconvolgeva. Prendo un lungo respiro. Tre paia di occhi sono puntati sulla mia scatola dei desideri e io adesso sto per aprirla. Di nuovo, dopo vent’anni. Con due testimoni.
Quando la sigillai ero sola, non c’era nemmeno Alice. Bei tempi.
“Bene, allora ci siamo, uno, due…” afferro con tutte e due le mani le estremità del coperchio e mentre dico tre lo tiro verso l’alto. Guardo dentro e Lilly e Mel fanno lo stesso. Non capisco cosa sto guardando esattamente, poi metto a fuoco meglio, e inizio a intravedere qualcosa. Nel caos, riemergono oggetti famigliari che avevo dimenticato.
Una gommina di Poochie mezza consumata. Un Mio Mini Pony con la criniera e la coda azzurra ancora in buono stato. Una serie di figurine di Barbie che ormai avranno perso la colla. Un cubo di Rubik irrisolto. Una confezione di BigBabol alla fragola scaduti. Uno Snorky di gomma con l’antenna mobile. Un portamonete degli Orsetti del Cuore vuoto. Un peluche di Hello Kitty con uno scamiciato azzurro.
Un momento.
Non può essere.
È incredibile!
Questo è il vestitino cambiacolore!
È proprio lei, la mia inseparabile Kitty!
Ecco dov’era finita, è stata qui per tutto questo tempo!
Davanti a me ritrovo all’improvviso il mondo che è stato la mia infanzia e inizio a scavare per vedere cosa c’è sotto il primo strato. Matite nuove e penne con gli strass, il mitico cerchietto con i cuoricini a molla che usavo per le feste di carnevale, un nastrino di raso bianco che avevo conservato da qualche bomboniera, una rosa di carta che avevo fatto all’asilo, non ci posso credere, è tutto rimasto perfetto, uguale a come l’ho riposto e visto l’ultima volta.
“Mioddio Viola! Un pupazzo vintage di Hello Kitty!” esclama Lilly afferrando al volo la mia Kitty. “Ma sai quanto vale oggi una cosa del genere per i collezionisti?!”
“No, non lo so, ma non mi interessa: non c’è dubbio che lo venda!”
Si è salvato da due tifoni come il trasloco e le pulizie materne, è chiaro che questo è un segno del destino, non mi metterò certo a venderlo all’asta su eBay.
“Ma non ci credo! Anche io avevo le cosine di Poochie, era così dolce!”
“Figurati se mancava all’appello quella cagna pulciosa, quanto la odiavo” Mel la cinica, che interrompe l’idillio. “Scusate fanciulle, ma adesso scappo in doccia e mi preparo o non arrivo mai più. Bella la scatola dei desideri, molto… introspettiva. Buon viaggio nel passato.”
Melissa ci abbandona senza dire altro e ci lascia sole a esplorare i ricordi che ci accomunano.
“Pure io guardavo gli Snorky alla televisione, e non mi perdevo neanche una puntata di Candy Candy: guarda com’era diversa sul fumetto, era molto più bella! Questo numero avrà… quanto?”
“Ho sigillato la mia scatola del desideri quando avevo dieci anni, ma erano tutte cose che usavo da quando avevo cinque anni, non farmici pensare troppo o sbrocco, Lil.”
Prendo tra le mani la mia Kitty e la guardo meglio.
È rimasta tale e quale, candida, contenta, il fiocchetto viola al suo posto.
Non è invecchiata di un giorno. Non ha dovuto affrontare il mondo della scuola, dell’università, del lavoro. Non ha dovuto lottare per la propria indipendenza. Non è mai stata delusa da nessuno. Non ha deluso nessuno. Non ha dovuto combattere contro le difficoltà di una vita precaria e insoddisfacente. Non ha mai dovuto fare i conti coi propri fallimenti e coi propri errori. Non ha mai sofferto. È rimasta chiusa qui dentro, al sicuro, in mezzo a oggetti innocui che le hanno tenuto compagnia fino a quando la sua vecchia amica l’ha ritrovata e riportata alla luce. E la abbraccia come se fosse una persona, come se fosse viva.
“Che dolci che siete” fa Lilly sognante “sembri tornata bambina.”
Mi sento addosso una strana sensazione. Sembra tristezza e malinconia assieme.
“Ci facciamo una tisana alla fragola? Ho bisogno di qualcosa di caldo.”
“Se ci metti anche dei biscotti al cioccolato, dico sì: sto morendo di fame.”
Per forza, non ho cenato.
“Aggiudicato. Oggi ho fatto la spesa e ci sono anche i wafer alla vaniglia, prendo pure quelli.”
Quel che non manca di certo a Lilly è l’entusiasmo.
“Ma tu lo guardavi Lady Oscar?”
“Certo! E anche Georgie!”
“Pervertita…”
“Senti chi parla, scommetto che lo guardavi pure tu.”
“Ovvio!”
E mentre il bollitore scalda l’acqua iniziamo a raccontarci le nostre vite di quando eravamo piccole.
Sembrano passati secoli, o forse siamo noi ad essere cambiate come mai ci saremmo aspettate.

***

Dal libro Le avventure di una Kitty addicted di Eliselle

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