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Mistral - 5^ puntata
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(immagine: "Lovers" di Aldo Luongo)

Resto lì, sulla soglia e non so se avanzare o tornare indietro. Non so se fregarmene di questo pasticcio, perché lo so che è un pasticcio, lo sento. O se farmi parziale carico di quest’uomo di cui praticamente non so nulla. Mi volto, piano. E’ la, inerme, steso sul letto, con la bistecca sull’occhio e la camicia sbottonata. E’ incredibilmente affascinante, nonostante la circostanza e lo stato in cui si trova. Mi guarda. Implorante. Intuisco che non dev’essere facile per uno come lui chiedere aiuto.
Forse la mia si rivelerà una scelta sbagliata. Forse. Ma davvero non ho cuore a lasciarlo così.
Torno sui miei passi, avvicinandomi di nuovo al letto. Lupin che mi gironzola fra le gambe, m’accompagna.
Il giorno dopo, verso sera, ripasso in Rue Mirabeau. Mistral mi ha pregato di prendere le chiavi di casa sua, così ne ho fatto una copia. Entro e appoggio le borse della spesa. Passo in camera da letto, Mistral sta sonnecchiando, Lupin è venuto a farmi festa. Chissà, forse nella sua testolina, apprezza che ci sia qualcun altro in casa. Me lo coccolo un po’, quindi mi occupo della cena.
Ho deciso che mangerò qui stasera: non ci farà male tenerci un po’ compagnia. Affetto le carote con Lupin sul tavolo che mi osserva. Osserva ogni movimento. Forse mi tiene d’occhio.
Sto lavando l’insalata e con il rumore dell’acqua che scorre, non sento i passi di Mistral, così mi spavento un po’ quando me lo trovo vicino.
“Scusa, non volevo spaventarti”.
“E’ che non ti ho sentito arrivare”.
“Ho sentito trambusto e sono venuto a vedere. Che fai?”
“Preparo qualcosa da cena. Non ti dispiace, vero, se ho deciso di cenare con te?”
“Dovrebbe dispiacermi?”
“Non lo so… comunque non ha importanza. Ormai ho deciso”.
Un sorriso illumina il suo viso gonfio.
“Come stai?”
“Un po’ meglio, grazie. Poi, la costola non è rotta. E’ stato solo un colpo meglio assestato di altri. Mi sento indolenzito, ma non ho più il dolore che avevo ieri”.
Metto la pentola sul fuoco, la carne sfrigola a contatto della superficie bollente e condisco le carote.
Nella piccola cucina l’aria s’addensa di profumo di carne arrostita.
Mi volto per prendere il sale e invece Mistral prende me. C’è un attimo in cui l’energia passa fra i nostri corpi e i nostri sguardi s’illanguidiscono. Una manciata di secondi dopo ho il sapore di Mistral sulle labbra. Si sciolgono il mio corpo e la mia bocca, mentre la carne sfrigola. E pare non ci sia luogo, né tempo in questo bacio. Poi, il ritorno.
“Se vuoi cenare, sarà meglio togliere la carne dal fuoco, altrimenti nemmeno Lupin riuscirà a mangiarla”.
Cominciamo a consumare il nostro pasto, guardandoci, in silenzio.
“Lo so che devo starne fuori, ma non voglio che ti succeda di nuovo. Chi sono quelli che sono venuti qui?”
“Non posso dirtelo”.
 “Non lo dirò a nessuno, giuro!”
 “Non posso”.
 “Perché non ti fidi di me?”
 “Ti te mi fido, è solo che non voglio metterti nei guai. Sapere certe cose può essere già di per sé pericoloso”.
Abbandono. Non insisto. Mi versa un bicchiere di vino rosso. Lo guardo mentre sorseggio il vino e sento l’aroma riempirmi la bocca. Si alza, mi prende il viso fra le mani e mi bacia di nuovo. La mano lascia cadere il bicchiere e sul tavolo si spande il vino in una grande macchia.
E’ dolce e brutale assieme. Le sue mani ovunque in un vortice di bramosìa. Così, la cucina assiste a qualcosa di insolito cui non ha forse mai assistito. Con un colpo di mano Mistral fa cadere i piatti e i bicchieri e tutto quanto era sul tavolo con un rumore di cose rotte assordante e lì, sul tavolo, mi ritrovo con il suo corpo addosso.
E non mi balena nemmeno il pensiero che non era quello che desideravo.
La notte è un incessante cercarsi e prendersi finché l’alba ci trova esausti e addormentati, finalmente nella pace dei sensi. E’ Lupin che mi sveglia, guardo l’orologio, sono le sette. Devo andare a scuola anche se non ne ho voglia. Mi trascino in bagno, quindi in cucina e preparo un caffè forte. Intanto metto qualcosa nella ciotola di Lupin che miagola affamato. Mi fa festa, riconoscente.
Cerco di radunare qualche pensiero sparso. Non è semplice radunarli alle sette di mattino, dopo una notte che s’è dormito poco. La caffettiera borbotta. Mi verso il caffè. E’ l’aroma che mi sveglia del tutto. Mi preparo in fretta. Uno sguardo su Mistral: dorme ancora. Esco. L’aria del mattino m’investe, profumata di lavanda.
A scuola il direttore mi guarda storto. E’ di un’antipatia assoluta, col suo fare servile e pettegolo. I miei alunni mi accolgono chiassosi. Vorrei un po’ di silenzio. Oggi vorrei non dover sentire, né parlare. Vorrei un po’ di solitudine.
All’uscita mi dirigo verso la campagna. Trovo un albero e mi siedo ai suoi piedi, la schiena appoggiata al tronco. Chiudo gli occhi e respiro piano. Trovo la mia pace, così ora posso pensare; pensare a Mistral, a quanto è accaduto, tutto così in fretta.

*****

"Mistral"  è un racconto a puntate.
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  1. In questa parte del racconto mi piace molto il capoverso che segue…

    “Abbandono. Non insisto. Mi versa un bicchiere di vino rosso. Lo guardo mentre sorseggio il vino e sento l’aroma riempirmi la bocca. Si alza, mi prende il viso fra le mani e mi bacia di nuovo. La mano lascia cadere il bicchiere e sul tavolo si spande il vino in una grande macchia.”

    Un abbraccio Ars.

  2. Certo che…

    sei padrona del luogo, dell’atmosfera, dei personaggi, dei profumi, della cucina…è tutto un mondo che cattura…

    Aspetto anche io il seguito…

    😀 Francy