Nel vortice di una frenesia impazzita e travolta dagli eventi spasmodici caduti addosso come forte pioggia, improvvisa nasce la ricerca disperata di una bussola, di un piccolo raggio di sole indicante i punti cardinali al punto giusto. Il grigiore copre ogni traccia, ogni vana speranza di individuare l’esatta relazione tempo spazio emozioni. Il giorno dopo la notte, la luce dopo il buio, il temporale causa di insonnia anche per la più piccola e insignificante nervatura in preda ad una contrattura non solo apparente. Fulmini lampi saette, paura trepidazione sbalzi improvvisi. Perdita di coscienza nel proprio corpo e nella mente, senza più alcun controllo e potere, tutto perso e sfibrato in una calma padrona svanita, in movimenti rapidi e inconsulti che alle spalle lasciano diradarsi una magica bufera in un posto libero su quel vagone dell’ultimo treno in arrivo sul lido di una spiaggia deserta. Pace e soavità nel tuo saluto. Placa l’anima il sorgere del nostro vivere. Scende lento il sapore nel piacere di rapire a gocce il gusto, stille silenziose che scivolano timide dentro, sempre più dentro, sangue che inizia piano a muoversi sciogliendosi nella sua densità, svegliandosi poco a poco, dolcemente caldo scorrere che percorre nuove strade, ancora sconosciute, piacevole scoperta di immagini già delineate nella mente, prevedibili e pacate, impresse in uno specchio di luce, come il ritmico ondeggiare di una barca sul filo d’acqua, raggiunta dai raggi della luna, riflessa e ancorata tra gli occhi nel cuore del mare, catturata dalla sua solitudine. Noi due soli abbracciati e cullati nella stiva ai bordi dell’anima di un oceano troppo grande per fermarsi ad osservarci, silenziosi ed avvolti a guardarci i movimenti, scrutarne le ombre, i profumi, le scie lasciate andare trasparenti nell’aria a solcare curve e spigoli astratti. Morbide pieghe sgualcite di un lenzuolo teso e lanciato in alto nell’aria controluce tra i richiami di un sole pallido. Il fluido incessante scorrere del tempo che non trova lo spazio avido di passi anonimi che navigano distratti e vicini al loro destino in un paese che nacque straniero e visse nascosto in una grigia foschia per morire eterno nel tuo sorriso abbandonato su di me. Non ti guardo per non cadere,ma poi ti guardo per sorreggermi. Rivedo nei tuoi occhi tutto te stesso e rileggo nei tuoi occhi gli anni passati insieme a darci affetto. Un’emozione nuova non inaspettata. Un respiro che tocca con le punte delle dita l’altro respiro, pelle contro pelle, labbra sulle labbra, penisole intrecciate, ricerca continua di afferrare l’istante nel contatto perpetuo, immaginario filo che unisce e lambisce anima e corpo in un desiderio crescente che sale come le onde si innalzano sulle nuvole trasportate dal vento verso l’orizzonte, e i palpiti accarezzano brividi che si muovono e scaldano l’aria ormai tiepida e disegnata ovunque dalle tue mani forti e leggere, lucida richiesta del mio corpo. Le iniziali dei nomi che si confondono in un giorno di primavera giunto all’alba di questo freddo inverno racchiuso da forti emozioni emanate dal sale del mare e dal dolce di un germoglio nuovo e nascosto, assorbite piano e lente in un bacio dentro l’altro, a seguire uno all’altro, a farsi conoscere sulla pelle e negli angoli nascosti di pensieri vergini.
Parole mancate e sicure di esistere nel loro non essere dette dalla mia voce che nasconde senza vergogna ciò che vive nel grembo di una donna, il desiderio, la passione, il tuo profumo scivolati nelle vene, lentamente, assaporatamene, inevitabilmente, dolcemente mio.

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4 thoughts on “abbraccio

  1. Sono veramente stupita dal tuo modo di scrivere: le tue parole toccano appena i propri significati canonici e poi fuggono via cercando nuove mete di sentire…

    Davvero uno scritto dannatamente evocativo, se pur di non facile lettura…

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