Amedeo Minghi presenta nel Blog degli Autori “L’ascolteranno gli americani”

Amedeo Minghi, il popolare cantautore e musicista italiano che tutti conosciamo ed amiamo, presenta nella nostra Rubrica “Leggiamo Insieme” – Presentazione di libri on line, “L’ascolteranno gli americani”, edito da RAI ERI.
Si tratta, come scrive Nicla Morletti nella recensione che si può leggere nel Portale Manuale di Mari, di “un libro di memorie, d’intenso lirismo, ma che descrive anche il comportamento e le emozioni di una generazione che si è formata e maturata tra gli anni sessanta e settanta”.

Presentiamo qui di seguito due brani del libro ed il breve podcast in cui Nicla Morletti legge le parole di una canzone.

Amedeo Minghi leggerà i vostri commenti e, appena possibile, vi risponderà in questa stessa pagina. Non perdete l’occasione di dialogare con uno dei più grandi artisti e musicisti italiani di sempre.

Amedeo Minghi - L'ascolteranno gli americani - RAI ERI

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Dall’introduzione di “L’ASCOLTERANNO GLI AMERICANI”
AMEDEO MINGHI – RAI ERI

 
 Era dove Roma confondeva i suoi confini fra antichi esiti e nuovi insediamenti ancora incerti fra città e periferia, che sono nato e cresciuto. “All’ombra der Cuppolone” e di una vecchia ciminiera in disuso. Mi trovavo, di fatto, a vivere condividendo i giochi tra i monticcioli di terra, chiamati proprio – senza saperne l’origine ma seguendo la consuetudine – “Monteciocci”.
Le Mura Vaticane, cingendo la Santa Sede, passavano a poche centinaia di metri dalla mia casa, situata nel quartiere chiamato “Trionfale”. Scorribande quindi nel terriccio, corse e “le guerre sassaiole” fra le diverse fazioni a contendersi uno spazio che oggi sappiamo essere stato grande come non accadrà mai più, gare di scivolate sui pendii sporchi di fango che a strapparlo dalle scarpe prima di rientrare in casa ci voleva il sudore e poi le grande uscite “a caccia”.
“La caccia” consisteva nel “rimorchiare le straniere” e l’ingresso ai Musei Vaticani, così vicini, offriva effettivamente una grande varietà di “selvaggina” adatta a tutti i gusti, infatti, specie il primo venerdì di ogni mese, con ingresso gratuito, si spolverava quanto di meglio si possedeva, pochissimo in verità, e abbigliati di tutto punto, ci si tuffava alla ricerca dell’immaginaria avventura…
Eravamo fatti così, con le nostre piccole “stupiderie”, noi ragazzi cresciuti intorno al 1950.

DELLA MUSICA…

La musica mi cresceva dentro, cercando, disperata, una via di uscita, ma non sapevo dove indirizzarla. Le canzoni si andavano formando nella mia testa e la volontà di dar loro vita era forte, eppure non trovavo vie maestre.
Quella che avevo pensato e cantato in passato era bella, bellissima, ma occorreva una mia espressione, una personale visione della “forma canzone” che tenesse insieme la tradizione e quello che c’era di buono nell'”americanismo”, già straripante da tutte le parti.
Quel modo di ascoltare che avevo imparato sul fiume mi fu utilissimo.
Un nuovo prezioso amico, Luciano (ne ometto il cognome per riservatezza), grande appassionato di musica, che ho perso di vista dopo che è diventato testimone di Geova, aveva un abbonamento a una rivista internazionale che inviava ai propri iscritti le novità musicali immesse sui mercati di tutto il mondo.
Passavamo giornate e notti intere ad ascoltare le performances dei grandi gruppi rock d’oltreoceano, anche se le mie preferenze andavano – e tuttora vanno – agli artisti inglesi, più eleganti dei loro “cugini” americani, quasi sempre rumorosi o esageratamente spettacolari.
Infatti, mi piaceva ascoltare chi aveva il gusto delle pause che, come tutti abbiamo imparato, nella musica sono molto importanti. Contemporaneamente all’ascolto, frequentavo una gran quantità di locali dove c’era molta offerta di musica dal vivo.
Le cantine prolificate in quegli anni erano diventate vere e proprie fucine di talenti di ogni genere musicale e accadeva spesso che, famosi talent scout, frequentandole, scoprissero futuri artisti, pronti magari anche inconsapevolmente ad affrontare la professione vera e propria.
Anch’io mi buttai nella mischia, dentro questi locali perennemente inondati dal fumo di sigarette e non solo, confrontandomi con generi che nemmeno mi piacevano. Però, più che suonare o cantare, ascoltavo, cercando di interpretare le mie emozioni e queste passavano inevitabilmente per la melodia.
Per il mondo dei 45 giri non avevo alcun interesse. Ne compravo pochissimi e tra questi ancora mi ricordo il singolo di Caterina Valente, una sorta di Mina di allora che cantava in sette, otto lingue – una show woman straordinaria -, poi l’Equipe 84 con 29 settembre di Lucio Battisti, e ancora Mr. Tambourine man nella versione dei Byrds, gruppo che preferivo su tutti in assoluto e che sicuramente influenzarono anche i Beatles.
Non proprio questi ultimi, ma il rock inglese in genere, invece, ebbe un ascendente su di me. Nonostante mancasse forse il talento assoluto, c’erano dei gruppi con dei musicisti interessanti: il rock degli Spirit, dei Crimes, dei primi Yes, proponeva delle vere e proprie suites, con il tema esposto in apertura, poi tutte le variazioni possibili e immaginabili, con tempi diversi, per tornare infine al tema principale.
Ogni brano poteva durare anche un quarto d’ora! In quel rock c’era l’assimilazione, da parte dei giovani musicisti degli anni Settanta, della formula della musica classica, come ad esempio la sinfonia; c’erano i famosi dischi-concept dai quali ho tratto il principio – in seguito sempre mantenuto – che un album è un lavoro a sé stante, con un tema portante e non una semplice raccolta di canzoni.
Non mi interessava affatto ascoltare quei singoli estivi del tipo “stessa-spiaggia-stesso-mare” imperversanti in Italia. Sono riuscito a impreziosire, inconsapevolmente, i miei gusti musicali proprio attraverso la musica classica, le colonne sonore dei film e il rock dei grandi gruppi di allora.
Ero e sono autodidatta. Lo sono stato all’inizio per forza e dopo per scelta e tutto questo mi fu indispensabile per trovare, in seguito, la mia strada. Volutamente, ho lasciato che io e la musica restassimo due amanti, con le nostre ansie e i “lasciamenti” così che ogni nostro incontro mantenesse l’emozione della scoperta, il desiderio del ritorno, il gusto della rinnovata sorpresa. E siamo ancora innamorati. Certo, ad averla studiata, forse, avrei dato maggiore risalto alla mia fantasia, ma considero gli artisti portatori di un dono meraviglioso: la capacità di trasmettere le emozioni interpretando quelle di molti e diventandone le voci.
Se ripenso ai 25 album pubblicati, alle dieci colonne sonore realizzate e alle tante mie canzoni che in molti hanno interpretato, mi rendo conto di avere anch’io utilizzato questo dono. Ancora oggi, ogni volta che lo faccio, rimango stupefatto: questo è il dono che la musica fa a me. 
 
Nicla Morletti legge le parole di “Io e la musica” di Amedeo Minghi.

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