
Enzo Biagi se n’è andato. In silenzio. In quest’autunno del 2007, con le foglie che si staccano lentamente dai rami degli alberi e il vento le trascina via, mentre i fiori sbocciano ancora nei giardini come a primavera.
Se ne è andato in punta di piedi. E’ scomparso un mondo di conoscenza. Ma niente e nessuno va perduto per sempre. Resta sempre qualcosa nell’aria. Resta ciò che è stato detto, ciò che è stato fatto. Resta l’eco delle parole che non muore mai. Semi di parole gettate al vento della conoscenza per far germogliare nuove piante e nascere nuovi frutti “per coloro che saranno” in questo interminabile ciclo dell’esistenza umana.
Io Biagi lo ricordo così: sul palco del Teatro del Popolo a Rapolano Terme mentre ritirava il Premio Internazionale Il Molinello alla Carriera nel 2001, e si asciugava una lacrima.
In quell’occasione disse: “Io mi considero una persona molto privilegiata. Ho fatto un mestiere che mi ha fatto compagnia e che avrei fatto per niente, anche se per fortuna gli altri di questo non se ne sono accorti. A volte per scaldarsi basta un fiammifero. Questa sera invece, in questa Terra di Toscana, ho trovato un falò.”
Poi si strinse a me, Mario Luzi e la Giuria. E il fotografo ci scattò una foto.
Così. Tra un sorriso e una lacrima.
Nicla Morletti


