E fu nei vetri che ci confondemmo le ali
– nelle pietre e nell’oro –
ché di poco sarebbe il ritorno in queste mura
dritte e piegate in vita come donne succinte di vergogna;
è forse questa la tua ombra nelle mie mani?
Saprei fingerti e dipingere
ché di occhi ne ho tanti da contare ad ogni goccia
ad ogni ventre e bambina sgomenta
per ogni infranto sepolcro,
con questi rami colti nell’anima
nel cercare i luoghi dove sradicare, dove cogliere
ché sì, un dolore va colto
come un torrente che non sa di fermarsi
e s’arrende e stende l’ancora sempre più giù,
ai gradini del mare. Avrò lì da raccontare al giorno
come divenne notte e, come notte fu, seppe il giorno tornare
e dimeno l’ala nel torcerti
e nel picchiarti dentro come una cochiglia dal mare
nel raggiungere gli scogli: è forse lì l’ancora,
è forse lì che fummo schiavi
da gondolieri sorretti da onde al pensiero del sole. E lì muoio
con l’orlo dell’anima all’uscio
per non scorgere oltre.


