Maschera Azteca

Non si rese conto di quanto tempo fosse trascorso, persa nei suoi ricordi, fino a quando si girò verso la finestra e vide che la luce proveniente da fuori si era fatta più calda. Aveva un sacco di cose da fare, ma non ne aveva alcuna voglia e questo certo non la spronava a decidere di alzarsi.
Nonostante tutto, lo fece. Come tutte le mattine, mise il piede sinistro per primo sul pavimento di legno, accompagnandolo subito dopo con il destro. Francesca non era una ragazza superstiziosa, di solito, ma quello era una specie di rituale, che la seguiva da quando era bambina e non aveva mai cambiato questa abitudine, senza sapere perché.
A pensarci bene, non era l’unica. Quando frequentava la terza media, per il suo compleanno le avevano regalato una radio sveglia di quelle elettriche, con il quadrante a cifre luminose. La prima cosa che faceva appena sveglia era di guardare l’ora per trarne un presagio: se la somma delle cifre indicate era un numero divisibile per tre, allora sarebbe stata una giornata fortunata.
Senza rendersene conto buttò l’occhio verso l’orologio a led luminosi del videoregistratore, ma subito abbassò le palpebre. Voleva proprio fare quella verifica? E se la somma non fosse stata come doveva? Visto il suo umore già abbastanza instabile, decise di non rischiare di rovinarselo ulteriormente con stupidi giochetti infantili. Con passo lento si diresse verso il bagno.
Oltre la porta della sua stanza non si sentivano voci né rumori, evidentemente sua madre non s’era ancora alzata. Del resto erano appena le sette e un quarto e non aveva abitudini così mattiniere.
Accese la luce dello specchio sopra al lavandino: s’avvicinò per scrutare l’immagine riflessa. Non aveva mai avuto un viso riposato appena sveglia, anche quella mattina non era da meno. Si passò le mani tra i capelli, corti e spettinati: le piacevano così, arruffati, sembravano più biondi di quanto non fossero in realtà e la facevano apparire più giovane. Non che ne avesse bisogno, data la sua età, ma la cosa la rassicurava per gli anni a venire.
Aprì il rubinetto della doccia girandolo del tutto verso il cerchio rosso dell’acqua calda, chiuse la porta girevole del box e attese che il vapore scaldasse l’interno prima di entrarvi. Miscelò il getto d’acqua in modo da ottenere la giusta temperatura, chiuse gli occhi e si abbandonò a quella piacevole pioggia.
Appoggiata alle piastrelle della parete, lentamente scivolò giù, fino a trovarsi rannicchiata sul piatto della doccia e rimase così per un po’, a godersi quella calda sensazione.
Non appena aprì la porta del box, una ventata d’aria fredda la investì, facendola rabbrividire. Cercò l’accappatoio appoggiato sul termosifone spento e se lo infilò frettolosamente. Si strofinò i capelli bagnati con un asciugamano e accese il suo asciugacapelli. Dopo pochi minuti la porta del bagno si aprì.
“Buongiorno Chicca, come mai già sveglia a quest’ora?”
“Non riuscivo più a dormire.”
Sua madre la chiamava con quel nomignolo affettuoso praticamente da sempre. Quando il suo fratellino Alessandro aveva cominciato a parlare, non riusciva a pronunciare bene il suo nome e così Francesca era diventata Chicca per tutta la famiglia.
“Vedo che ti sei già lavata i capelli da sola: ma non era meglio andare dal parrucchiere, almeno il giorno del tuo matrimonio?”
“Mamma, per favore! Non cominciare! Lo sai benissimo che odio andarci e poi mi vedo meglio quando me li lavo io.”
“Ma almeno oggi….”
Francesca non rispose e guardò sua madre che continuava a parlarle, ma non riusciva a sentire quello che stava dicendo. Vedeva la sua bocca muoversi, ma non udiva alcun suono, come se stesse di là da un vetro.
Non era la prima volta che le capitava: era come se il suo cervello si isolasse quando non voleva essere disturbato. Una specie di filtro, tra il suo mondo e quello degli altri.
Dopo un po’ le persone si stancavano di parlare ad un muro e smettevano da sole, senza alcun bisogno di discutere. In fondo era un metodo niente male!
Quando finì di asciugarsi i capelli, s’accorse che la madre se ne era andata e dai rumori in cucina capì che stava preparando la colazione. Non aveva appetito, ma qualcosa avrebbe dovuto mangiare lo stesso, per non creare ulteriore scompiglio.
Si infilò una tuta da ginnastica, soffice e comoda, poi entrò in cucina facendo finta di niente. La tavola era già apparecchiata. Se fosse stato per la sua fame avrebbe bevuto solo un po’ di caffè, ma per non discutere prese una fetta biscottata e ci spalmò sopra un velo di miele. Era miele di fiori d’arancio, che strana combinazione!

Per leggere le puntate precedenti clicca qui.

“Stupidi presagi” di Mynona è un racconto a puntate pubblicato nell’ambito dell’Iniziativa “E giunse Amore” lanciata dal Blog degli Autori insieme a Zenzerocandito. Per maggiori informazioni e partecipare segui questo link.

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6 thoughts on “Stupidi presagi – II puntata

  1. Quella del muro è una cosa che ho preso a prestito da certi atteggiamenti autistici (un argomento che mi interessa molto), il miele di fiori d’arancio esiste ed è anche molto buono :-)))

  2. Un susseguirsi di sensazioni, così ben descritte ed in un certo senso familiari, che risulta alquanto difficile non appropriarsene!

    Però: bello il metodo del “muro”, forse poco carino nei confronti degli altri…ma efficace!

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