Paraplegico con la sindrome di Down.
Sono così dalla nascita,
per i medici non dovevo neppure nascere.
Mia mamma mi ha voluto a tutti i costi,
diceva che mi amava,
che comunque ero il frutto del suo amore
e di quello di mio padre,
di quel bastardo che quando ha saputo com’ero
è fuggito dalla nostra vita per cercare di farsi compatire da un’altra donna,
ed avere con lei una famiglia normale.
Normale.
Normale.

Così eccomi qua,
sulla mia sedia a rotelle,
a scrivere come ogni sera.

Io scrivo, scrivo sempre.

Non parlo con nessuno perchè mi vergogno,
emetto dei suoni incomprensibili anche per me stesso.
Quello che voglio scrivere questa sera riguarda voi,
voi tutti.
Non voglio essere pietosamente considerato un emarginato.
Siete voi i veri emarginati,
che vi isolate da tutto ciò che è diverso da voi,
per paura.

Perchè un giorno,
un giorno soltanto,
non provate a stare con me?

Capireste che quando apro la bocca
con quell’espressione “spaventosa”
non è solo perchè ho fame,
ma è anche perchè voglio cantare.

Mia madre mi capisce.

Lei sola capisce la differenza.

Quando è così, lei mi si avvicina,
mi abbraccia e, sussurando,
con la sua dolcissima voce, inizia a cantare insieme a me.

La stessa canzone,
le stesse parole ripetute all’infinito.

Cantiamo assieme,
due voci e una melodia.

A volte stoniamo,
è vero,
ma continuiamo a cantare.

Due voci in una sola anima,
due voci in un solo canto,

due voci

nel canto dell’anima.

Immagine: Insieme di Johanne Cullen

© 2008, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

7 thoughts on “Il canto dell’anima

  1. Ti abbraccio Blu…abbraccio il tuo dolore ed il tuo canto e mi dispiace così tanto non riuscire a capirlo dalla mia ridottissima “normalità”. Sei grande Blu…ritorna a farci leggere le tue poesie! le nostre anime messe a nudo come bene dicevi te, almeno in questo breve tragitto sono uguali e riescono a viaggiare all’unisono. Fatti sentire Blu…
    Manuela

  2. Un racconto cosi’ dettagliato non puo’ che far riflettere sul senso della vita oggi. Le parole mi riportano alla mente le ultime problematiche createsi sul caso “Eluana Englaro”. Chi siamo noi a dire “E’ giunta la tua ora?. Solo Dio sa’ quando >. Non io, non voi!”. Ciscuno di noi deve rimettere fiduciosamente la propria vita nella mani di Dio e …aspettando la propria > rendere il tempo vissuto sulla terra un ricordo bellissimo per gli altri….nostro futuro. Questo e’ il mio pensiero!

  3. Lo scritto mi ha strappato le lacrime, è un incanto di poesia e prosa, di versi e di racconti tristi ma pieni di umanità e di sensibilità.

  4. Una poesia sofferta, impregnata di dolore e di desiderio di normalità. Una poesia che tocca a fondo il cuore. Da una parte il “rifiuto” dell’umanità (i dottori, i versi incomprensibili) verso un essere umano che è nato con sindrome di Down. Dall’altra il desiderio di vivere, di farsi capire, di un essere umano che non può comunicare come facciamo tutti noi, gente che si considera “normale” (ma qual’è la definizione di normale?).

    Bellissima la comunicazione d’anime tra madre e figlio. Bellissima poesia, che ci porta a riflettere sulla dignità dell’essere umano.

    Marghy

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