Il canto dell’anima

Paraplegico con la sindrome di Down.
Sono così dalla nascita,
per i medici non dovevo neppure nascere.
Mia mamma mi ha voluto a tutti i costi,
diceva che mi amava,
che comunque ero il frutto del suo amore
e di quello di mio padre,
di quel bastardo che quando ha saputo com’ero
è fuggito dalla nostra vita per cercare di farsi compatire da un’altra donna,
ed avere con lei una famiglia normale.
Normale.
Normale.

Così eccomi qua,
sulla mia sedia a rotelle,
a scrivere come ogni sera.

Io scrivo, scrivo sempre.

Non parlo con nessuno perchè mi vergogno,
emetto dei suoni incomprensibili anche per me stesso.
Quello che voglio scrivere questa sera riguarda voi,
voi tutti.
Non voglio essere pietosamente considerato un emarginato.
Siete voi i veri emarginati,
che vi isolate da tutto ciò che è diverso da voi,
per paura.

Perchè un giorno,
un giorno soltanto,
non provate a stare con me?

Capireste che quando apro la bocca
con quell’espressione “spaventosa”
non è solo perchè ho fame,
ma è anche perchè voglio cantare.

Mia madre mi capisce.

Lei sola capisce la differenza.

Quando è così, lei mi si avvicina,
mi abbraccia e, sussurando,
con la sua dolcissima voce, inizia a cantare insieme a me.

La stessa canzone,
le stesse parole ripetute all’infinito.

Cantiamo assieme,
due voci e una melodia.

A volte stoniamo,
è vero,
ma continuiamo a cantare.

Due voci in una sola anima,
due voci in un solo canto,

due voci

nel canto dell’anima.

Immagine: Insieme di Johanne Cullen

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