Ho dormito molto. Mi sento meglio. Mistral si china e mi bacia.
“Buongiorno”.
“yaahwn… Ma quanto ho dormito?”
“Tanto, bambina”. Mi abbraccia nuovamente. Mi sento davvero bambina fra le sue braccia. Ho un vago ricordo di quello che è successo di là, nello studio.
Mi guarda. “E’ finito il ritratto”
“Già finito?”, dico sorpresa.
Lo guardo. “Mistral… cosa è successo? Cos’è stato?”
“Non posso… non posso dirtelo. E’ meglio che tu non sappia, ma il quadro non potrai esporlo nelle tue stanze. Lo terrai chiuso in un baule o nell’armadio e quando lo guarderai non dovrai toccarlo mentre lo osservi.”
“E’ assurdo che uno abbia un ritratto e che non lo possa appendere al muro e guardarselo quando lo desidera. Perché, Mistral?”
“Potrebbe ricapitarti quello che è successo ieri”.
“Ma…”
“shhh”, mi pone l’indice sul labbro in segno di silenzio. “Fra due giorni parto”.
Parto… parto… queste parole risuonano nelle mie orecchie, scendono nel cuore…parto…parto… credo di non aver mai udito una parola così insopportabile come questa, in questo momento.
“Resta, ti prego”
“Devo andare. Io non ho luogo, non ho casa. La mia vita è un andare continuo. O, se preferisci, un fuggire.”
“Da cosa stai scappando?”
“Da loro… da quelli che hanno messo a soqquadro questa casa. Non mi lasceranno in pace. Non c’è pace per me. Sono, per così dire, un artista maledetto”.
E nell’anima cresce qualcosa che è rabbia e sgomento e dolore e smarrimento; cresce e vuole urlare. Ma salendo si ferma in un nodo in gola. Non escono parole, né urla.
Senza dire nulla, mi vesto. Mi avvio verso la porta con un peso nel cuore che non credo saper portare.
“Per favore, non andartene”.
Mi volto. “Perché? Che senso ha restare? Forse tu resterai? Mistral, non ho mai provato con nessun altro quello che provo quando sono con te. Ho idea che sia amore, Mistral, e sto soffrendo in modo indicibile. Ma restare qui, ancora due giorni per poi vederti andare via… No, Mistral. Meglio finirla subito. Non ha senso, non ha senso che io resti ancora”.
Si avvicina, gli occhi pieni di lacrime. Non ho mai visto un uomo piangere.
Mi abbraccia forte, così forte da togliermi il respiro. Le nostre lacrime si mescolano. Baci salati di pianto, disperati. Talmente disperati che sono una necessità. E diventano fame da sfamare, rito da consumare. Scivoliamo sul tappeto, inginocchiati. Amore come muta preghiera. Le nostre labbra di baci infuocati. Fame da sfamare. Le nostre mani incapaci di arrestarsi. Fame da sfamare. I vestiti che cadono e labbra sul corpo. Fame da sfamare. Carne che si mescola. Fame da sfamare. Sarà l’ultima volta. In questo modo, con questa intensità, sarà l’ultima volta. Mi resterà fame da sfamare per sempre. Perché questa non è passione semplice, non è desiderio semplice. Questo è amore. E farei di tutto per non perderlo.
Sera. Ombre lunghe, in questo appartamento, con Lupin che gironzola silenzioso.
“Potrei venire con te”.
“La mia non è vita. E’ una fuga continua. Per non parlare dei rischi”.
Poiché non so di che si tratta, fatico a comprendere.
“Allora comincerò a fuggire anch’io. Tutto, basta che sia insieme.”
“Ti amo, Veronique. Non ho mai incontrato l’amore prima di incontrare te. Mi pareva che quei discorsi sulle anime gemelle fossero insensati. Ora mi accorgo quanto c’era di vero.”
“E allora, perché non affrontare i rischi insieme?”
Silenzio.
Stanca e affranta mi alzo dalla sedia e cucino qualcosa scegliendo a caso fra gli alimenti in frigorifero.
Mangiamo in silenzio. Pesa… quest’aria che ci avvolge. Opprimente. Nessuna via d’uscita. Non ho fame. Gli occhi offuscano il contenuto del piatto. Anche Mistral non ha fame e mi guarda. Vorrei pensasse che posso andare con lui. O che pensasse di fermarsi qui.
La notte scende col suo mantello oscuro. Restiamo abbracciati. Sono ore che ognuno è chiuso nei propri silenzi.
Poi, si sente una nenia lieve. Tendo l’orecchio. Mistral si irrigidisce, scende e si veste in fretta.

*****

“Mistral”  è un racconto a puntate.
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