La pioggia scendeva, leggera come un velo, senza prepotenza. Viviana stava in piedi, ferma di fronte ad una vetrina. Sola. Miseramente consapevole di non essere “la fortunata”, la prescelta tra tutte. Era per Dario solo la distrazione di qualche notte o più banalmente, la mera consolazione dopo un litigio. Lui apparteneva a sua moglie. L’amava. Mentre lei viveva in una condizione di amante venduta alla sua crudeltà col cuore insieme al corpo e tutto in nome dell’amore… Ma quale amore? Si chiese, cercando di non piangere. Era amore quello che facevano? Avrebbe voluto ribellarsi, ma non era facile. Non riusciva a concepire l’esistenza di sé senza quell’uomo, ormai… viveva nella speranza che qualcosa accadesse, che un segno le mostrasse la via da scegliere, ma sapeva che era inutile delegare. Le scelte andavano compiute con risolutezza e rispetto, con dignità. In quel momento decise che se fosse accaduto qualcosa, qualunque cosa, avrebbe chiuso quella storia sbagliata. E qualcosa accadde.

Il rosso era un colore che non le era mai piaciuto…troppo intenso e aggressivo. Forse lo odiava da quando era morta la sua famiglia, non poteva dirlo con esattezza, ma era certo che quasi non ne tollerava la vista. Ora vi si trovava avviluppata e senza via di fuga. Era immersa nel rosso, a volte liquido o sotto forma di tessuto, il rosso la circondava. Ogni tanto qualche sprazzo di luce, ma il rossore non l’abbandonava. Tentava di scappare, ma invano. I suoi movimenti erano falsati, come quelli degli astronauti in assenza di gravità. Cosa le stava accadendo? Cosa sarebbe stato di lei? Ma, soprattutto, dove si trovava?

E’ stata in coma per due mesi – disse l’infermiera – Poi, all’improvviso, stamane si è risvegliata -.

Viviana aprì gli occhi e guardò il soffitto bianco. Finalmente non c’era più rosso.

I medici la davano per spacciata, ormai…- continuò la stessa voce – Il proiettile le ha praticamente bucato il cuore…è un miracolo che sia sopravvissuta. Ora dovranno vedere se ha subito lesioni al cervello – abbassò ancora di più il tono di voce – L’avevano persa ma sono riusciti a riportarla in vita -.

La donna sentiva distintamente ogni parola, ma non si muoveva, non perché le mancasse la capacità per farlo…semplicemente non ne aveva voglia. Ancora non riusciva a capire cosa le era accaduto.

Viviana sbatté le palpebre più volte. La luce al neon era aggressiva, specie per i suoi occhi che erano rimasti al buio a lungo. Un volto di donna si chinò su di lei e sorrise.

Riesce a sentirmi? – le chiese.

La donna annuì, lentamente.

Sono il chirurgo che l’ha operata. Bentornata tra noi-.

Lei fece per alzarsi.

No! Deve stare distesa e tranquilla. È stata in coma per molto tempo…-.

Io sto bene! – esclamò issandosi a sedere. Si strappò i tubicini dalle braccia. La testa le girava in maniera insostenibile.

Mi dia retta… -.

Ho detto che sto bene! –

Posso almeno controllare il suo stato generale? –

Ma sto bene, davvero -.

La dottoressa le misurò la pressione e controllò che il cuore battesse regolarmente.

Ha dell’incredibile…ma lei sembra stare benissimo -.

Posso andarmene adesso? -.

Non mi sembra una buona idea comunque… -.

Mi dia quello che devo firmare!- tagliò corto. Scese dal lettino e solo allora, in piedi, si accorse del proprio stato…

Adesso ricordava ogni cosa fino ai minimi particolari. I pensieri che le passavano per la mente un minuto prima che le sparassero, chi era, e tutto il resto…

Si lasciò cadere sul divano. Dario era morto durante quell’assurda rapina dopo una notte d’amore e rabbia consumata in macchina come due ragazzini e di lui le era rimasto solo un incidente di percorso. La cosa peggiore del suo risveglio non era il senso di stordimento, lo smarrimento, il dolore fisico, quanto lo scoprirsi incinta. Aspettava il figlio di un uomo che era stato suo amante, che non l’aveva mai amata e che per sempre le avrebbe ricordato quella maledetta notte.

Era stata portata nella casa in montagna del paesino in cui erano nati i suoi genitori e che lei non conosceva. Ma era l’unico modo per sfuggire ai giornalisti, alla curiosità cattiva della gente e alle mille accuse che le venivano rivolte. Era incinta di 4 mesi, ma non voleva quel bambino. Non lo sentiva suo. Era più uno scherzo atroce del destino!

Squillò il cellulare. Lo guardò per qualche istante, indecisa se rispondere. Sul display dava numero privato, eppure aveva la strana sensazione di sapere chi fosse…

Gianni – disse rispondendo.

Dall’altro capo ci fu un istante di silenzio che le sembrò eterno.

Come facevi a sapere che ero io? – chiese stupefatto l’amico.

Chi altri conosce il mio numero? -.

Hai ragione…quando posso venire? Magari venerdì, appena chiuso lo studio-

Non è necessario, sto benissimo -.

Non mi piace saperti sola in quel posto sperduto… -.

Stai tranquillo- lo rassicurò- Sto fin troppo bene. Scusami, ora vorrei dormire un po -.

Come vuoi. Ti chiamo domani. Ciao -.

Riattaccò e chiuse gli occhi. Si sentiva estraniata da tutto, anche da Gianni… Si raggomitolò su se stessa. Era stanca e aveva davvero solo bisogno di dormire adesso.

***

“Un dono d’amore” di Adriana Di Mauro è un racconto a puntate pubblicato nell’ambito dell’Iniziativa “E giunse Amore” lanciata dal Blog degli Autori e seguita da Zenzerocandito. Per maggiori informazioni e partecipare segui questo link.

© 2007, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

4 thoughts on “Un dono d’amore – prima puntata

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine