Mi trovavo in posto pieno di luce, in cui l’aria era più che tersa, leggera, come se fosse inesistente tanto era inavvertibile il senso dell’atmosfera. Avevo l’animo pieno di felicità, una felicità contenuta, definitiva;  avvertivo un vero e proprio stato di grazia. V’erano altre persone con me, ma non vicine a me. Eravamo in ordine sparso. Erano, queste ultime, come me, tutte rivolte verso la fonte di luce che ci attirava tutti. Non riuscivo a distinguere come tutti fossero vestiti, ma notavo chiaramente il viso di ognuno: era un viso giovane, raggiante, che era come se rifrangesse quella luce così calda, soave e dolce, libero da qualsiasi pensiero che potesse rivestire caratteristiche di preoccupazioni. Non riuscivo nemmeno a distinguere il paesaggio in cui mi ritrovavo. All’improvviso vidi il mio secondo figlio.  Ma non aveva l’età attuale, non era un quattordicenne com’è in realtà adesso. Dimostrava poco meno di trent’anni. Ed il suo volto assomigliava, negli atteggiamenti e nell’espressione, a quello di tutti gli altri: era felice e trasmetteva felicità. Io l’avvicinai subito. “Figlio mio!”, gli dissi, “Sei proprio tu? Si sei tu, di certo. Ma sei un giovane, ormai. Come sei cresciuto così presto?”. “Sei proprio certo che sia cresciuto?” mi rispose. “No, non sono cresciuto: sono sempre stato così. E’ soltanto che tu avevi un’immagine diversa di me.”. “Ma mi sembra sia passato tanto, ma tanto, tanto tempo.” Ripresi, ed ancora continuai: “E non mi ricordo dove io sia stato tutto questo tempo. E’ come se non avessi più memoria. Sento soltanto che è passato tanto di quel tempo che non mi riesce di immaginare quanto.” Egli mi rispose: “Tu invece sembri ringiovanito rispetto a quello che mi sembra ricordare di te. Dimostri anche tu meno di trent’anni. E poi, ci hai fatto caso alle tue gambe? Non sono più malate come una volta. Adesso cammini come tutte queste persone che ci circondano: non sei più uno zoppo com’eri una volta. Anche io ho la netta impressione che sia trascorso un tempo lunghissimo. E poi non ricordo neanch’io dove io sia stato fino ad ora. Ma l’importante è che adesso ci siamo reincontrati. Scusa ma non riesco a fissarti per più di qualche attimo: c’è questa luce che mi attira, come d’altronde, attira tutti quanti noi qui, compreso te. E poi non ricordo più il tuo nome, per quanto mi possa sforzare.”. “Succede anche a me, figlio mio” ribattei, “non ricordo nench’io qual era il tuo nome.’.

Brano estratto da “RACCONTO PER IL CARNEVALE” intitolato: “PUO’ UN’IDENTITA’ SCONOSCIUTA APPARTENERCI?”, VINCITORE del PRIMO “PREMIO VIAREGGIO, SEZIONE CARNEVALE 2009”, CAPIT, 16 maggio 2009

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