Si sentiva disperdere, molecolarizzare. Per Veronica la paura era diventata come un fluido ghiacciato che prepotentemente si insinuava dentro i suoi vasi sanguigni.

Negli ultimi mesi della sua vita qualcosa si era profondamente destabilizzato dentro di lei. Aveva sempre mangiato per sgomento, ma le sue nuove inquietudini chiedevano di più; non bastava più il puro piacere della bocca o lo stomaco che scoppiava.

Veronica si percepiva sempre maggiormente scissa; avrebbe voluto essere perfetta; e siccome non ci riusciva, preferiva annientarsi col cibo che ritenersi normale.

L’angoscia si era allora allargata in cerchi concentrici dentro la sua anima; avvertiva un lacerarsi le pareti della sua carne, dalle cui fessure non usciva più semplice vapore acqueo, ma il terrore di vivere, di perdere ciò che amava.

Il dolore era ormai diffuso: si concretizzava dentro di lei come pezzi di roccia che non riusciva più ad evacuare e che le frantumavano la voglia di alzarsi e di fare le cose.

Dentro di lei un cancro, una voglia di vivere e non vivere, di sentire e non sentire.

A Veronica pareva di non riuscire più a toccare terra; le faceva troppa impressione; da essa si sentiva chiamata ed al tempo stesso respinta. Non la voleva neanche sfiorare.

Voleva proseguire il suo processo di molecolarizzazione e diventare totalmente incosciente a se stessa.

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