Si, doveva tornare a casa. Dove andare altrimenti? Quanto odiava quella casa, quelle facce rigide e severe, quei muri troppo bianchi per essere sporcati dalle emozioni della vita? Odiava se stessa, soprattutto. Perchè nessuno mai le aveva insegnato a volersi bene. Rimproveri, solo rimproveri durante la sua infanzia. Mai una carezza, ma un abbraccio, mai una coccola. Regole, sempre e solo regole. In quella casa non si rideva mai, mai. Il momento più terribile era a tavola, dove volti severi si scambiavano solo poche battute mentre lei avrebbe voluto fuggire via, lontano. Il più lontano possibile. La trattavano come una bambina idiota, incapace di esprimere le sue idee, di esprimere soprattutto  i suoi desideri. E quei desideri diventavano sogni, nelle notti che trascorreva aspettando un sonno che ogni volta le faceva più paura. Erano incubi, quelle notti. Non si era mai sentita parte di quella famiglia, nè di quella casa. Era stata da sempre un’estranea fra le mura che avrebbero dovuto accoglierla come il dono più dolce e più bello. Ed era cresciuta così, odiando quelle mura, il mondo intero, sè stessa. Ed ora come ogni giorno era lì che sarebbe tornata, fra quegli stessi silenzi assassini. L’infelicità ha il volto del silenzio, pensava. Da sempre. Guardava il pontile affollato. C’era la vita tra quella gente, tra quei bambini vivaci che correvano sfrenati e gioiosi. C’era la vita, lì, quella che lei non aveva conosciuto mai. Guardò muta lo specchio d’acqua che le si presentava davanti agli occhi. Quanti riflessi argentati, che giochi di luce. Forse era quella la sua casa. Forse lo aveva sempre saputo che non c’era altro destino per lei. Continuò  a fissare quello specchio immobile, le pupille ferme in un punto preciso, appena sotto il pontile… 

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