Quando la Terra trema-

Il racconto che ci accingiamo a narrare è una parte delle vicende che hanno accompagnato la vita di Marco fino al suo felice matrimonio e riguarda proprio la coppia di giovani sposi, Sara e Marco, alle loro prime esperienze lavorative ed alle loro altre, prime e molto più importanti esperienze di novelli genitori. I fatti, reali e veri, sono ambientati nella Sicilia Occidentale ed il periodo storico è quello degli anni ’60 con tutte le caratteristiche e le problematiche socio economiche di quell’epoca.
Mentre Marco lavorava, duramente in Banca, la moglie, insegnante fuori ruolo, faceva la sua parte cercando d’inserirsi, coscienziosamente, nel mondo del lavoro che riguardava la Scuola. Faceva le supplenze e gestiva dei corsi d’istruzione popolare promossi da Enti Sociali, tutte esperienze lavorative che le facevano acquistare punteggio utile a farla avanzare nell’affollatissima graduatoria provinciale degli insegnanti non ancora di ruolo.
Parallelamente, portava avanti un’altra esperienza, molto più impegnativa, era incinta e quella gravidanza le avrebbe consentito, ad un anno quasi dal matrimonio, di diventare mamma. Nacque così, di lì a poco, il loro primo figlio: era una splendida bambina alla quale dedicarono tutto il loro affetto e le cure più amorevoli di novelli genitori.
La nascita di un figlio, indubbiamente, rappresenta una delle gioie più grandi della vita di coppia e significa tante cose, è come un suggello tangibile all’amore tra due persone, il perpetuarsi di una parte di noi stessi nel futuro, il tramite del realizzarsi di speranze e desideri non completamente raggiunti dai genitori. Significa anche, attribuirsi consapevolmente l’impegno di educatori, con tutte le implicazioni conseguenti, in definitiva, avere un figlio significa anche avere creato un nuovo mondo, tutto da scoprire e da plasmare che poi, probabilmente, non sarà come si sarebbe voluto che fosse.
Del resto, ogni individuo è un’entità a se stante, indipendente e diversa dalle altre, spesso, completamente dissimile dai genitori, almeno in alcune cose, che la porteranno ad avere una sua esistenza con idee, obiettivi, speranze e personalità diverse. A due anni di distanza da quel meraviglioso primo evento, se ne aggiunse un altro, con la nascita del loro secondo genito, questa volta si trattava di un maschio, del quale furono felicissimi soprattutto sua moglie che lo aveva tanto desiderato.
Con quel bambino si completava per loro il progetto di programmazione con il quale avevano affrontato, responsabilmente e di comune accordo, la procreazione cosciente dei loro figli. Non era più l’epoca nella quale si potevano mettere al mondo anche dieci figli, tanto poi, bene o male, sarebbero cresciuti e del loro futuro non ci si preoccupava particolarmente, ci si affidava un po’ incoscientemente alla provvidenza.
Correvano allora gli anni ’60 del secolo scorso, ci si trovava di fronte ad uno scenario socio antropologico nuovo, tutto andava ponderato e programmato, non ci si poteva più affidare al caso, rischiando poi di mandare allo sbando o, peggio, allo sfascio i propri figli, anche questo era amore. Essi dovevano essere oltre che cresciuti bene, curati ed educati, si doveva assicurare loro un’istruzione adeguata per un futuro sempre migliore. In tutte queste riflessioni non poteva mancare la ponderazione dell’aspetto economico che in fin dei conti era essenziale per potere procedere e che, appunto, per loro a quell’epoca non si poteva assolutamente trascurare.
Sara e Marco disponevano di un solo stipendio, quello di Marco e, se anche sua moglie avesse cominciato a lavorare stabilmente, intanto, non si sapeva quando questo sarebbe accaduto e poi, complessivamente il nuovo lavoro non avrebbe cambiato di molto la situazione economica generale della famiglia, viste le esigenze sempre crescenti che imponeva la gestione di una nuova occupazione.
Il problema sociale della procreazione cosciente o, se volete, più realisticamente connotarlo come “Il controllo delle nascite” era ed è, tuttora, anche un problema antropologico ed esistenziale con due componenti fondamentali, quello sociale e quello etico religioso, spesso in contrasto tra loro per tutta una serie molteplice di motivi. Era pieno e responsabile convincimento di Sara e Marco che, allora, s’imponevano – ma s’impongono tuttora- delle scelte raziocinanti programmate e lungimiranti che non fossero, allo stesso tempo, in contrasto con la morale etica e religiosa, per evitare, in quel nuovo mondo nel quale si doveva vivere, di mettere al mondo dei futuri infelici che, un giorno, dovessero maledire, quello, della loro nascita.
In questa loro scelta, Marco e sua moglie non vedevano alcun aspetto da censurare, anche se si voleva far ricorso alla morale, ché anzi, ritenevano che si trattava di un comportamento responsabile ed equilibrato infine, erano certi e con la coscienza tranquilla, di avere fatto delle scelte giuste e ponderate perché dettate sia dalla ragione che dal sentimento.
Lasciando da parte la digressione sociologica, necessaria, ci occupiamo ora dell’evento episodico ma epocale che seppure appartenente ai fenomeni naturali, incise profondamente e contrassegnò, non soltanto nella memoria, la vita di Sara e Marco. Intendiamo parlare del terremoto del 1968 che, avendo avuto come epicentro la Valle del Belice, mise in ginocchio l’intera Sicilia Occidentale. Fu un evento sismico di ampia portata geofisica che portò lutti e distruzioni con un vasto raggio d’azione, per fortuna nel Capoluogo arrecò solo alcune lesioni ai fabbricati e tanta paura ed angoscia in tutti noi.
Premesso che, nel frattempo Marco e la sua famiglia si erano trasferiti in città nel Capoluogo, per ovvi motivi logistici e che da cinque anni, egli prestava servizio in un’Agenzia periferica della sua Banca, facendo giornalmente il pendolare, bisogna affermare che quell’evento, orribile per le conseguenze luttuose che procurò e, terrificante, per l’aspetto psicologico di paura e di angoscia che, per giorni e forse per mesi, ci sconvolse la mente, colpì tutti all’improvviso e, proditoriamente, nel cuore della notte del 15 Gennaio 1968.
Non è facile descrivere con esattezza tale da far comprendere, in tutta la sua drammaticità, quello che si può provare in simili frangenti, tuttavia, si può immaginare: essere svegliati di soprassalto, durante il riposo notturno, erano le tre all’incirca, da un boato cupo e profondo che andava crescendo d’intensità e saliva dalle viscere della terra, seguito a brevissima distanza di tempo, da oscillazioni così ampie e poderose che si trasmettevano dal pavimento al letto nel quale si dormiva, ignari, con un crescendo progressivo e pauroso, mentre il lampadario, al centro del soffitto, oscillava fortemente.
Marco balzò dal letto precipitosamente, cercando di tranquillizzare la sua compagna, mentre probabilmente era lui che n’aveva bisogno, s’affacciò al balcone e, in quel momento, quasi contemporaneamente, centinaia di luci s’accendevano nelle altre abitazioni e le persone, smarrite, guardavano in strada, scene di panico tremende ovunque, uguali a quella che stavano vivendo nella loro casa.
Per la prima volta, in vita sua, Marco ebbe veramente paura, non soltanto per se stesso e la sua compagna, mentre il panico cresceva pensando ai loro figli, una aveva appena due anni e dormiva ancora nel suo lettino, l’altro, il maschio non aveva ancora compiuto tre mesi. Non sapeva cosa fare, se fosse stato meglio restare in casa o fuggire in strada come già stavano facendo in molti. Alla fine si vestirono in fretta, mentre si susseguiva uno sciame d’altre scosse sismiche minori e decisero di abbandonare la casa.
Avvolti i bambini con delle coperte e portando con sè solo l’indispensabile per coprirsi, faceva molto freddo, infatti,  scesero in strada. Marco teneva la macchina parcheggiata sotto casa, s’infilarono dentro precipitosamente, con l’unico intento di fuggire, dove e da che cosa ancora non sapevano bene. Vagarono per tutta la notte, lungo il litorale anche se guardare il mare di notte faceva loro paura, si soffermarono a volte nelle grandi piazze; in pratica facevano quello che stavano facendo tutti, poiché non sapevano dove andare. Si era instaurata in tutti una sorta di psicosi collettiva, si temeva che da un momento all’altro potesse verificarsi un’altra catastrofe terribile.
Erano così impauriti e shockati, mentalmente, che non andarono neppure a trovare i vecchi genitori nelle loro case, lo fecero però appena cominciò ad albeggiare li trovarono anch’essi impauriti e indecisi sul da farsi. Infine la decisione che presero unanimemente, ritenendo pericoloso rimanere nelle loro case di città, fu di cercare rifugio nella casa di un parente che abitava in campagna alla periferia, nell’ entroterra cittadino.
La stessa soluzione anche se in luoghi diversi aveva adottato la maggior parte delle persone per la qual cosa era in atto un massiccio esodo dalla città verso le campagne dell’hinterland. Marco e Sara appena giunti nella casa di campagna, infreddoliti, spaventati e non avendo chiuso occhio per tutta la notte, erano sfiniti, la prima cosa che sembrò loro naturale da fare fu di addormentarsi profondamente, abbracciati ai loro figli.
Era lunedì, intanto, e Marco si sarebbe dovuto recare al lavoro, fra l’altro essendo il cassiere, deteneva le chiavi della cassaforte dell’Agenzia. La calamità naturale che si era abbattuta sul territorio, tuttavia, era di stata di dimensioni terrificanti, giungevano, infatti, alla radio durante la giornata veri e propri bollettini di guerra circa i danni e le vittime che vi erano stati nell’epicentro del sisma. In conseguenza di quello stato di marasma generale e di completo disorientamento, Marco si era in un primo momento dimenticato di recarsi al lavoro. Poi, nella tarda mattinata aveva considerato alla fine, una cosa del tutto normale, non essersi presentato sul posto di lavoro, date le circostanze del tutto eccezionali.
Fu raggiunto, tuttavia, nella in serata in quella casa di campagna, dalla visita inaspettata del Preposto della sua Agenzia che avendo compiuto le dovute e minuziose ricerche, come suo solito, era riuscito a rintracciarlo. Era una persona  affabile e bonaria, fuori dalla Banca, in servizio invece, diventava una specie di maniaco della puntualità e dell’osservanza zelante e rigorosa di leggi e regolamenti che riguardavano il suo lavoro.
Appena vide Marco, esordì con una sua tipica frase che usava quando doveva consigliare o rimproverare qualcuno: “Figlio di Dio!” e continuò, sfilando la corona, sembrava che recitasse il rosario, ponendo l’accento sul fatto che non si era presentato al lavoro, che non si era preoccupato d’informare nessuno e che, per di più, si era reso irreperibile. Tutte cose che potevano costituire il presupposto o, il pretesto per il licenziamento, per abbandono del posto di lavoro.
Aveva torto marcio, Marco se ne rese conto solo allora, l’aveva fatta grossa, si giustificò, o almeno cercò di farlo, con l’eccezionalità dell’evento, con la paura, per la sua situazione familiare con due figli molto piccoli, ma era chiaro che tutto questo non poteva giustificare la grave mancanza commessa magari senza riflettere. Quell’uomo buono anche se, istituzionalmente, preciso e pignolo nei suoi comportamenti, quando si accorse che le sue parole avevano sconvolto profondamente Marco fece un attimo di silenzio.
Marco aveva la barba lunga, gli occhi lucidi e cerchiati, Il Preposto allora, che aveva creduto alla sua assoluta buona fede, prendendolo sotto braccio lo confortò paternamente, confidandogli che, quel giorno, in Banca c’era andato solo lui che, in fondo, viveva da solo perché non aveva una famiglia. Aveva pensato, lui, a rassicurare la Direzione Generale dell’Istituto e che il giorno dopo, fosse cascato il mondo, quell’agenzia della Banca, avrebbe riaperto i suoi sportelli con tutti i suoi addetti.
Marco lo ringraziò di cuore per la sua comprensione e bonomia e promise che, in circostanze analoghe, non avrebbe più commesso lo stesso errore. Quell’episodio, tuttavia, nella sua reale crudezza, influenzò talmente il suo comportamento nei mesi successivi che il fatto che egli viaggiasse con la macchina, gli creava sempre una sorta di “psicosi” del giungere in ritardo sul posto di lavoro, questo timore e una serie di circostanze concomitanti, lo portarono a subire un evento drammatico al quale si sottrasse miracolosamente. Ma, questa è un’altra storia che racconteremo un’altra volta.

***
Dal libro Una vita difficile di Vittorio Sartarelli
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19 thoughts on “Una vita difficile di Vittorio Sartarelli

  1. un libro quanto mai attuale anche se narra degli anni ’60.
    Mi sembra di vederli Sara e Marco, felici sposi travolti dalla calamità.
    Ottimo scritto, complimenti all’autore che spero di conoscere meglio.

    Cordiali saluti

    Stefania C.

      1. La ringrazio molto, la redazione ha il mio indirizzo e può chiederglielo. Sarei veramente onorata e felice di ricevere il suo libro con dedica.
        Cordialissimi saluti e auguri!!

        Stefania C.

  2. Un romanzo che mi piacerebbe molto leggere, la vita di anni fa forse più dura, ma forse più vera…con stesse difficoltà, ma con reazioni diverse

    1. Caro Giampaolo, la redazione ha fatto un modulo apposito per permettere a coloro i quali desiderano ricevere in omaggio il libro, nel quale il richiedente può segnalare il proprio indirizzo con il quale io potrò spedire il libro. Ciao e cordialità.
      Vittorio Sartarelli

  3. paure e angosce vissute meno di un mese fa qui a Genova durante l’alluvione, mi farebbe piacere ricevere questo libro per tenerlo con me

  4. Gent.mo Vittorio,
    leggere le sue righe mi hanno riportato alla mente le paure, angoscie e immagini del terremoto che ho vissuto da bambino (80 in irpinia) e che solo chi lo ha assaggiato è conscio del terrore che possa incutere. La storia è molto ben ambientata e rispecchia un pò quella in cui stiamo vivendo adesso e cioè un solo stipendio e i soli affetti familiari rimasti.
    Complimenti e in bocca al lupo.
    Sabato P.

  5. guardate i drammatici eventi di ieri in Liguria la storia sembra essere scritta per essere raccontat da un giovane di oggi eventi naturali che stravolgono la vita uno stipendio solo laddove possibile figli piccoli da crescere il passato che torna mi piacerebbe leggere il libro

  6. Anch’io sono d’accordo riguardo alla grandissima attualità degli argomenti trattati. La famiglia, la vita di coppia, il lavoro precario, e ahimè, anche le calamità naturali che sconvolgono anche ciò che ci sembrava “sicuro”. Mi rispecchio molto in questo libro, tanto più perchè sono sicula anch’io, pur non vivendo in Sicilia adesso, e il terremoto da piccola l’ho vissuto più volte ma fortunatamente non erano scosse così devastanti. Ma ricordo ugualmente ciò che si prova, il non pensare più a nulla dei miei genitori: solo a noi figli, si sfollava e basta! Per magari poi addormentarsi tutti abbracciati appena c’era un attimo di tregua…

  7. Scrivere della vita no è affatto semplice.. la convinzione che c’è e poi ti sfugge in un attimo e popi la recuperi di nuovo, mette in allarme e fa vivere meglio.
    Se riuscissi ad averne una copia sarei molto contenta.
    Grazie

  8. La storia può essere tranquillamente ambientata ai giorni nostri, ahimè reduci dalla tragedia delle 5 terre; In questo breve tratto inoltre sono descritti molti argomenti moderni: la precarietà del lavoro, la preoccupazione per i figli, i “modi” dei capi, le paranoie che la vita ci trasmette… I
    l titolo poi.. , non voglio fare troppo la pessimista, ma lo approvo pienamente.

  9. La vita e’ una valle di lacrime. Lo dice la Salve,, Regina : opportunamente.
    Tuttavia i figli sono una benedizione : sempre. E ragionare sul loro numero e’ una sfida alla Divina Provvidenza.
    Sara e Marco l’ avran inteso. Come Vito Dartarelli. Che – dietro una maschera da pessimista –
    tuttavia intravvede la ragione per cui val la pena vivere.

    Gaetano

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