Il viaggio di ritorno verso Roma gli pareva interminabile, colline seguivano colline, montagne seguivano montagne, e di nuovo colline seguivano colline in un mare di verde e di alberi che pareva inghiottirlo, rotto solo dal lento e trasparente scorrere di un rivo d’acqua o dal più potente passaggio di un robusto fiume, che sentiva cantare e borbottare, monotono eppure allegro, sotto i ponti che attraversava.
L’acqua pareva scherzare e giocare con i ciottoli che custodiva in seno, mentre le foglie degli alberi lasciavano che il primo vento estivo, che profumava l’aria intera di pioggia e di terra, le abbracciasse. Il cielo era cupo, ma non nero, minaccioso, ma non incombente, malinconico, ma non triste. Man mano che il cammino proseguiva, la sera scendeva sulla terra e su di lui, che sedeva al suo posto avvolto nel mantello, con la testa reclinata a guardare fuori quel paesaggio infinito, sempre più in ombra, che gli scorreva sotto gli occhi.
Io già lo conoscevo e non mi è difficile richiamare alla mente la sua amata immagine, che mai mi abbandonerà: quella di un uomo appassionato e brillante, ma allo stesso tempo malinconico e riflessivo. Racchiudeva in sé le migliori virtù di questo mondo: era un amico fedele e un amante ardente, un uomo buono e sincero. Non ci si poteva annoiare in sua compagnia e l’amico sapeva che mai avrebbe dovuto temere da lui un tradimento.
Ma era geloso e irascibile allo stesso modo in cui era appassionato in ciò che amava. E lui aveva, al di sopra di tutto, due soli grandi amori: la sua terra e la sua donna.
Lo rivedo ora come doveva essere in quel giorno, seduto al suo posto, un po’ assonnato e stanco dal viaggio. Felice di ritornare alla Città che amava.
Eppure so che, nonostante la gioia di quell’imminente ritorno, a volte i suoi occhi non vedevano quegli alberi e quei fiumi che scorrevano senza sosta, ma un cielo azzurro che si rifletteva su uno specchio d’acqua azzurra, al cui solo ricordo il suo cuore si stringeva in una morsa di nostalgia e gli occhi si bagnavano di lacrime.
C’era un palazzotto – me lo raccontava spesso – circondato da un vasto terreno intorno al quale crescevano le viti e correvano i cavalli, e l’edera si arrampicava sulla parete di pietra che affacciava sul retro.
Davanti un vialetto di terra, la cui polvere, talvolta, il vento, che attraversava l’immensa pianura e increspava le acque del Lago, sollevava, portava a un cancello e univa la casa alla strada principale, che ogni giorno gruppi di cavalieri e di soldati e rumorosi convogli percorrevano.
La casa era grande, le cucine profumavano di frutta e di verdura e l’odore della carne arrostita e delle salse si diffondeva nelle stanze vicine.
In quella casa lui era nato e cresciuto.
Le stanze erano piccole ed essenziali, ma d’inverno faceva molto freddo, quando l’umidità gelida saliva dalla terra e sulla pianura scendeva una spessa coltre di nebbia, che impediva di vedere a un passo di distanza, così venivano accesi i piccoli bracieri che riscaldavano le mani di chi si curvava verso essi, ma soffocavano e divoravano l’aria intorno.
La pioggia cadeva spesso fitta e il vialetto di terra si trasformava in una distesa di fango.
Lui mi parlava spesso di quei posti e così è come se li conoscessi anche senza esserci mai stato. Quella casa, quel viale, quella pianura sconfinata.
La sala in cui si mangiava era scura e di sera veniva rischiarata dalle lampade a olio che pendevano dai soffitti e che venivano accese da serve vestite sempre con quei colori smorti che lui tanto odiava. Raccoglievano i capelli a crocchio sulla nuca. Quelle donne parevano non avere un’età definibile, sembrava fossero nate in quel modo e dovessero morire in quel modo, sempre uguali, sempre le stesse. Destinate a vivere una vita piatta, a compiere sempre uguali gesti, ad affrontare giornate assolutamente e perfettamente identiche alle precedenti.
La famiglia si riuniva là e consumava il suo pasto in un silenzio rotto solo dall’ austera voce di suo padre alla quale rispondeva quella dolce e mite di sua madre. Sua madre … che per lui era la donna più bella del mondo e che gli sorrideva a volte con una dolcezza tale che lui avrebbe voluto abbracciarla forte e non lasciarla andare più.
Sembrava sempre stanca; ma al tempo stesso sempre forte, come se niente potesse spezzare o solo incurvare la sua austera schiena e nulla, a parte una parola di suo padre, potesse fare abbassare i suoi orgogliosissimi occhi.
Quando la sala si riempiva di ospiti sembrava più luminosa ed elegante, si animavano gli affreschi che coloravano le pareti – quei cieli disegnati e quegli alberi di pesco – e lui, bambino timido e silenzioso davanti a così inquietanti estranei, restava fermo sulla soglia a spiare quei visi severi, così simili ai busti che si trovavano nella stanza in cui suo padre curava i suoi affari, e ad ascoltare quei discorsi di cui non riusciva a capire assolutamente nulla. La sua piccola mano poggiava sulla fredda parete di pietra e la sensazione di quel gelo gli restava impressa nel cuore quando la sera si coricava nel suo letto e sua madre lo lasciava solo al buio dopo avergli dato il consueto bacio sulla fronte, solo esattamente come si sentiva sulla soglia di quella porta, lontano da quelle persone e da quei discorsi.
Durante quelle cene, in cui gli uomini parlavano di politica e le poche donne, mollemente adagiate in disparte, raccontavano i pettegolezzi che giungevano dalla Città, si susseguivano un mare di leccornie. Suo padre non badava mai a spese per quelle cene e sfilavano, così, sotto gli occhi dei commensali oche, fagiani, quaglie, ma anche pesci, trote preparate in ogni possibile modo, e poi dolci e frutta di ogni genere.
Quand’era estate tutto si riempiva di colori meravigliosi e lui giocava in quel giardino a rincorrersi col fratello. Si arrampicava sugli alberi o si nascondeva e si faceva scoprire perché rideva ogni qualvolta il fratello gli passava così vicino, senza, però, trovarlo.
Andavano a Sirmione, talvolta, dove avevano un’altra casa. Sirmione, che brillava come una perla luccicante su quel Lago che lui adorava e in cui, nelle limpide sere estive, si specchiava un’ enorme luna, tonda e perfetta, che pareva sorridergli dall’ alto del cielo scuro.
In quel casale così freddo d’inverno vi era un angolo sacro dedicato agli Antenati, che dall’Oltretomba vegliano sui mortali e ne indirizzano i passi. Una piccola statua di Venere che adornava la fontana, posta nel cortile interno, ricordava l’importanza che l’Amore e la Bellezza hanno nella vita di un uomo. Quella statua fu per lui un sorta di presagio, perché non conobbi mai nessun’ altro uomo per cui l’Amore e la Bellezza ebbero più grande importanza.
Una volta il Proconsole era andato in visita da loro. Era un bell’uomo, alto e robusto, molto intelligente e colto – io lo conobbi – e si trattenne a mangiare da loro dopo che il padre aveva così tanto insistito. Aveva trascorso tutto il tempo a lamentarsi del suo lavoro, importante, sì, ma che gl’impediva di stare vicino a sua moglie, che amava più di qualsiasi altra persona al mondo e che lo attendeva nella loro meravigliosa casa a Roma. Non aveva fatto altro che parlare di lei, solo di lei, sempre di lei, tanto che alla fine il mio giovane amico si era chiesto dubbioso se questa donna valesse davvero tutte quelle esasperanti parole.
Suo padre lo invitò a tornare quando avesse voluto e ovviamente anche in compagnia della moglie. Quell’uomo, così profondamente innamorato, aveva riempito di curiosità tutti e tutti volevano conoscere ora questa donna a suo dire così piena di ogni virtù: bella, buona, sincera, caritatevole, generosa e devota a suo marito.
Ma la bella Signora amava troppo Roma e soffriva troppo gli spostamenti per partire, così il Proconsole tornò, sì, un ‘altra volta, ma sempre da solo. La bella Signora fu presente di nuovo soltanto a parole.

***
Dal libro Miser Catulle di Vittoria Caiazza – LEONIDA EDIZIONI, 2011 – pag. 159

Il commento di NICLA MORLETTI

“Miser Catulle”, lo dice il titolo stesso, è un canto di lode al sentimento più forte del mondo: l’amore che a volte può essere doloroso, a volte appassionato e felice. E per fare tutto ciò l’autrice ricorre al poeta latino Catullo nelle vesti di giovane e disperato amante. Non si tratta di una ricostruzione storica, ma piuttosto di una libera narrazione delle diverse fasi dell’esistenza di Catullo. Dall’infanzia in campagna al trasferimento a Roma fino all’innamoramento per Clodia, sua Lesbia. Si tratta di un libro che emoziona e induce il lettore alla curiosità. La scrittura è amabile e lineare. Ottimamente descritti gli ambienti di mondanità in cui ruotano personalità di spicco. Una narrazione armoniosa che fa vivere intensamente la gioia e l’attesa, l’amore e il desiderio, la sofferenza e la passione. Vittoria Caiazza riesce in maniera egregia a descrivere l’uomo “Catullo” che ha sofferto e vissuto l’incantesimo d’amore, motore di vita e anche di morte.

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One thought on “Miser Catulle di Vittoria Caiazza

  1. Cantavano i componenti di un complesso negli Anni Settanta del secolo scorso : Ah, l’ amore, questo folle sentimento che…”. No, l’ amore non e’ mai folle. Puo’ essere assoluto e relativo, ma mai pazzo.
    Vittoria Caiazza ce lo descrive come il sentimento piu’ pronfondo dell’ uomo..
    Lo crediamo, leggendo il suo ” Miser Catulle “.

    Gaetano

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