Arcana Cajetana

Questa sera scenderò dalla montagna. Percorrerò i bastioni del Grande Castello saltando da una torre all’altra più veloce di qualsiasi essere mortale, sfiorando le ali dei gabbiani in volo, poi mi inoltrerò silenzioso e invisibile ad occhi umani per i vicoli della città vecchia. E’ lì che ho eletto da qualche tempo il mio domicilio.
A dire il vero, ho eletto a mio domicilio questa terra e questo mare dall’inizio del mondo.
Zona meravigliosa, la mia: una montagna di roccia spaccata a metà, ricoperta di boschi e di bastioni; una sabbia finissima, il cielo, le onde. Una zona incomparabilmente dolce, con dolci campi coltivati e dolci colline in discesa verso un dolce mare.
Ho visto qui uomini d’armi trovare riposo, filosofi trovare risposte e religiosi venire ispirati dalla voce divina.
E’ sufficiente ascoltare, abbandonarsi all’incanto e la mia terra, il mio mare parleranno. Io parlerò.
I primi uomini ascoltavano trepidanti, mi celebravano sacrifici e da me ricevevano messaggi per bocca delle mie donne ispirate. Poi, l’oblio. Chi conosceva il mio nome non l’ha più pronunciato, ed il nome è morto con lui.
Ma io non ho cessato di esistere, né di abitare questa terra. Dopo tutto, se da duemila anni che sono per me brevi istanti, i mortali non mi offrono più sacrifici ma c’è ancora chi crede agli angeli protettori, allora è un po’ come se credessero ancora in me.
Ormai molte migliaia di anni fa, ho visto arrivare le prime navi a vela e a remi. Gli uomini sono sbarcati sulla mia terra, hanno costruito porti e villaggi, hanno pescato nel mare e coltivato i campi.
Ricordo il passaggio di Enea, ed ho accolto con riguardo l’anima e le spoglie di una donna di nome Cajeta, vecchia nutrice di quel grande condottiero, che volle tributarle qui gli onori funebri e intitolarle la prima città fondata nella mia terra.
Tempo addietro, un promontorio poco distante segnava il regno di colei che gli uomini hanno conosciuto col nome di Circe. Ma non confondiamo: a differenza di me, lei era una maga, quindi intensamente corporea, con tutti i limiti ai suoi poteri che ciò comportava. Io non ho mai avuto a che fare con lei, so solo che ad un certo momento è scomparsa. Io no, e ricordo il piacere che ho provato quando Ulisse riuscì a vincere gli incantesimi insidiosi di quella perfida maga.
Ho visto passare Caio Mario, duro e tormentato, diretto alle paludi di Minturno con l’animo del cacciatore cacciato, e ho visto Cicerone che andava incontro alla sua morte. Ho visto erigere il mausoleo di Lucio Munazio Planco, imponente cilindro di marmo e pietra sulla vetta della montagna, e le ville di imperatori come Tiberio e Domiziano.
La mia terra e il mio mare hanno sempre cantato il puro, libero piacere della vita, eppure i tempi non sono stati sempre lieti e tranquilli.
Confesso di aver provato un po’ di paura il giorno del terremoto, quando la grande montagna iniziò a tremare violentemente: io ero lassù quando si spaccò come una giara d’olio, e ricordo ancora i miei capitomboli e i ruzzoloni fra gli alberi, le rocce e i sassi. Pur essendo immortale ne uscii piuttosto malconcio, ma assistetti ad un grandioso cataclisma, degno del Dio Vulcano.
Ad un tratto mi si aprì letteralmente la roccia sotto i piedi e mi trovai lanciato all’interno di un crepaccio. Fui costretto a ricorrere a tutta la mia agilità per aggrapparmi alla roccia e non precipitare nell’abisso: piantai le dita nella pietra e rimasi appeso finché il terremoto cessò. Mi arrampicai allora sulla sommità della spaccatura dopo aver lasciato per ricordo l’impronta delle mie dita affondate nella parete del crepaccio. Venni in seguito a sapere che quel terremoto era avvenuto nell’anno degli uomini 33 dopo Cristo.
Un giorno, qualche secolo dopo, avevo assunto forma visibile e mi trovavo ad osservare la mia vecchia impronta nella roccia; preso dai ricordi di quel formidabile evento, mi venne spontaneo di infilarvi nuovamente le dita. In quell’istante sentii un urlo dietro di me, mi voltai di scatto e vidi due uomini che mi stavano osservando paralizzati dal terrore. Non penso di essere così brutto d’aspetto, sono armonioso e proporzionato come un atleta umano, ma forse li impressionò la mia nudità o i miei capelli neri con riflessi verdognoli, lunghi sulle spalle, o forse la mia pelle color del bronzo. In ogni caso non mi fermai certo a discutere, estrassi le dita dall’impronta e, inseguito dalle grida di quei mortali, scivolai rapidissimo giù per il crepaccio fino al mare racchiuso nella grande grotta sotto la montagna, lasciando altre impronte nella roccia, oggi quasi tutte sparite. Mi immersi e nuotai fino a raggiungere la spiaggia del Serapide per scomparire poi nella foresta sui fianchi della montagna.
Seppi, molti anni dopo, che la mia impronta era stata chiamata dagli uomini la “Mano del Turco”, chissà poi perché !
Ricordo gli anni in cui superbe navi percorrevano il mare e attraccavano nel nostro porto. Distinguevo dalle loro insegne i vascelli delle quattro grandi Repubbliche Marinare: Venezia, Amalfi, Pisa e Genova. Mi spiace che gli uomini ricordino solo queste quattro e si siano dimenticati di Gaeta, che come città marinara non era seconda a nessuno. Ma io so il perché: a differenza delle altre Repubbliche, Gaeta, fosse stato per lei, non si sarebbe mai imbarcata in guerre e conquiste, ma solo nel commercio; la verità è che questa terra non ha mai ispirato ai suoi abitanti pensieri violenti di predominio.
Purtroppo, proprio per la sua posizione, a Gaeta è stato sempre imposto dagli altri il ruolo di fortezza. Ho seguito con curiosità, nei secoli, la costruzione del Grande Castello: quanti re ci hanno messo le mani, e quanto tempo hanno impiegato a terminarlo ! Mi è sempre piaciuto scalare le sue mura e passare inosservato fra i soldati delle varie guarnigioni che vi si sono succedute.
E poi le fortificazioni sul porto, gli assedi, le battaglie in mare…
Non so dire quante volte ho rimpianto i bei tempi antichi, quando la mia terra non era oppressa da bastioni di pietra, né percorsa in lungo e in largo dagli eserciti e, se proprio gli uomini si volevano combattere, usavano spade e lance e non quegli strumenti assordanti chiamati fucili e cannoni.
Ma ora, da qualche anno, è tornata la pace, anche se i mortali si sono moltiplicati a tal punto che dilagano sulla mia terra e, pur facendo loro stessi un fracasso incredibile, la trovano bella e riposante, ma non hanno la minima idea di come fosse un tempo veramente tranquilla, meravigliosa e incantevole.
Io osservo spesso dall’alto la baia del Serapide, badando bene di non assumere la mia forma visibile.
I mortali non lo sanno, ma ho un posto d’osservazione privilegiato: sul fianco della Montagna Spaccata che guarda la baia, proprio su un muretto delle vecchie fortificazioni, due arbusti sono cresciuti da uno stesso ceppo e negli anni hanno formato una cornice a forma di ferro di cavallo. Io mi siedo lì in mezzo, sul tronco, lasciando penzolare le gambe sui mattoni del muretto, e dal mio trono silvano osservo tutta la vita brulicante nella baia. Non parlo dei mortali, che durante l’estate invadono in modo indegno il mio mare e la mia terra, ma delle creature marine di cui percepisco la presenza fino al limite dell’orizzonte: delfini, balene, squali. Osservo sul filo del tramonto i grandi banchi di pesci, e sento lo scivolare delle pinne alate delle razze sulla sabbia del fondo, e anche i movimenti dei granchi e delle murene negli anfratti marini al di sotto della montagna, là dove le onde senza fine entrano ed escono come aria dai polmoni ed echeggiano il profondo, roco, inimitabile respiro del Dio del Mare.
Mi piace molto, soprattutto nelle ore notturne, percorrere inosservato le vie tortuose della città vecchia. Nessuno percepisce la mia presenza tranne i gatti, che spesso si avvicinano e mi parlano, ma posso contare sulla loro discrezione: hanno così tante cose, loro, da nascondere agli umani…
Talvolta arrivo a sfiorare quei mortali che, con i loro abiti ridicoli, scendono al porto per passeggiare o mangiare in qualche taverna. Di solito mi mantengo silenzioso, ma a volte mi diverto ad arrampicarmi su una parete dei bastioni o sugli arbusti che ricoprono le vecchie mura dei vicoli, facendo frusciare le foglie. Allora qualche mortale si volta incuriosito, anche impaurito, guarda in alto ma non mi vede e, dopo essere rimasto un istante perplesso, scuote la testa e riprende a camminare.
I mortali non mi conoscono, non sanno neppure lontanamente che esisto, ma non importa, non è necessario che lo sappiano: io ci sono e proteggerò per sempre questi luoghi. Perchè io sono lo Spirito di questo mare e di questa terra.
Perchè io sono lo Spirito di Gaeta.

***
Immagine: foto della Grotta del Turco, Montagna Spaccata, Gaeta

10 Commenti

  1. Complimenti, Lorenzo. Hai saputo cogliere in te e realizzare la pienezza dell’incanto che si prova sulla Montagna Spaccata, incanto creato dalla Natura e dallo Spirito di Gaeta.
    Cordialmente, Timur

  2. Mi sono sporto, ho guardato sotto e per un attimo ho provato nuovamente quelle vertigini che mi appartenevano quando mi muovevo ancora impacciato sulla soglia degli strapiombi. Poi ho gettato la mia corda verso il mistero del mare blu, che frangeva fragorosamente contro la roccia, e ancora di nuovo e di nuovo ho gettato la corda verso il basso, fino a bagnarla, per poi risalire pian piano, appiglio dopo appiglio la verticale parete della Montagna Spaccata, e ho provato la sensazione di cosa possa essere l’essere roccia, l’essere mare, l’essere cielo, l’essere di quella terra speciale. E’ proprio così.
    Lorenzo

  3. Il tuo racconto vola alto e guarda con gli occhi del silenzio quella terra dove la gente avvezza all’inganno dei segni passa e va senza avere “la minima idea di come fosse un tempo veramente tranquilla, meravigliosa e incantevole”. Sta a noi dispiegare le ali e seguirti in volo “là dove le onde senza fine entrano ed escono come aria dai polmoni ed echeggiano il profondo, roco, inimitabile respiro del Dio del Mare.” Grazie. Ci hai proposto un grande racconto. Antonio ds

  4. Questo bellissimo racconto ci acquieta, ci obbliga a riflettere sulla natura, sull’uomo e la sua spiritualita’, invisibile, pregnante, ineluttabile. Lo spirito di Cajeta aleggera’ per sempre, la Montagna e i bastioni si sgretoleranno nel vortice del tempo. Complimenti sinceri a Timur
    Maria Giamberini

  5. Una splendida foto della “Grotta del turco”, Timur, a corredare la narrazione della tua vita misterica. Dell’era in cui eri spirito di Gaeta e, in simbiosi con il luogo, partecipavi alle vicende turbolente della montagna e del castello. Originale e scritto con stile impeccabile il tuo racconto affascina e lascia lavorare l’immaginazione… Grazie!

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