Il vestito rosso

Avevo sedici anni e mezzo.
I miei capelli erano rossi, ondulati e lunghi fino alle spalle, gli occhi verdi scuro e la pelle bianchissima, di quelle che si ustionano al primo raggio di sole estivo. Il mio corpo era esploso in una pubertà fuori dalle regole, attirando l’attenzione di ragazzi e uomini adulti che, con sguardi divenuti improvvisamente diversi da prima, mi mettevano profondamente a disagio. Da un anno all’altro giocare era diventato più difficile e meno divertente perché si doveva far attenzione a certe pose, o a quando si indossava la gonna.
Mi chiamavo Alice, avevo sedici anni e mezzo e solo da sette mesi sapevo come nascevano i bambini.
Me l’aveva spiegato Monica, la sorella maggiore di una mia amica.
Faceva il terzo anno di medicina e mi dette tutte le spiegazioni necessarie, debitamente arricchite da illustrazioni e tabelle. Riuscii finalmente a capire cosa volesse dire partorire e il significato di termini come “cicli ovulatori”, “contraccezione”, “concepimento” e “mestruazioni”.
Capii pure perché io non le avevo più da circa due mesi: ero incinta.
Non ricordo neanche bene come avvenne. Si chiamava Luca e con i suoi occhi e il suo modo di fare mi ricordava tantissimo Robert Redford, che all’epoca mi faceva impazzire. Aggiungerò soltanto che fu la prima volta che alzai un po’ il gomito con la birra e lui, evidentemente, ne approfittò subito. Sia chiaro che non mi violentò e non mi sedusse; semplicemente non avevo freni inibitori quella sera e quando lui allungò la mano io non lo fermai. Come ho già detto fu la prima volta che mi lasciai andare così e fu la prima volta anche per il resto.
Qualcuno dice che il sesso adolescenziale non è mai vero sesso, specialmente se lo si fa per la prima volta. Dicono che c’è il timore di mettersi alla prova, di non essere all’altezza e che soprattutto c’è curiosità perché si vuole verificare se sono vere tutte le cose costruite sopra il sesso e di cui sentiamo parlare tutti fin da quando siamo nati. Credo che sia giusto, ma per quanto mi riguarda, io ricordo solo una gran fiammata dentro di me, una forza smisurata che mi spingeva a unire in qualche modo il mio corpo a quello di Luca. Il resto non lo rammento; ma può anche essere che non ci fosse nient’altro. Certo non mi sono preoccupata di prendere le cosiddette precauzioni: figuriamoci! In quel momento i miei sensi vibravano come una corda di chitarra pizzicata con impeto e quella furia interiore non ammetteva tentennamenti.
Così, ero incinta!
Naturalmente non lo dissi a Monica; anzi, non lo dissi a nessuno.
Tornata a casa mi infilai subito in bagno e chiusi a chiave. Ero sconvolta! Scrutai lo specchio con attenzione dopo essermi liberata dei vestiti, alla ricerca di qualcosa di diverso: una piccola prova che confermasse il test di gravidanza che avevo appena utilizzato. Niente. Non avevo niente di diverso. Ma guardando di nuovo la barretta di plastica vidi di nuovo la piccola striscia viola della positività. In effetti qualcosa di cambiato c’era; dentro!
Ero disperata e avrei voluto confidare il mio tremendo segreto a qualcuno, ma escludendo subito mio padre e mia nonna, che rappresentavano tutta la mia famiglia, non mi rimaneva che Carlotta, la mia unica vera amica.
Mentre mi rivestivo, piangevo. Poi mi sedetti raggomitolata sul water con le ginocchia al petto e tra le lacrime chiamai piano la mamma, che da un pezzo ormai non mi rispondeva più.
Non avrei mai dimenticato quel momento.
Furono i minuti più tragici della mia vita. Lì da sola, chiusa nel bagno a piangere la mia paura e la mia solitudine. Ma per quanto possa sembrare strano, ora che ci ripenso provo anche un forte senso di pietà e di tenerezza per me stessa, per quella ragazzina cresciuta troppo in fretta fuori, e troppo lentamente dentro.
Quando feci vedere alla mia amica la barretta di plastica ebbe una reazione inattesa, che in qualche modo mi fece pensare a mia nonna. Cominciò a inveire contro gli uomini, perché, come diceva sempre sua madre, “erano tutti dei porci, con l’uccello al posto del cuore e la fica negli occhi!”.
Poi si calmò e mi chiese se avessi deciso cosa fare, (al contrario di me, Carlotta aveva un gran senso pratico). Per tutta risposta ricominciai a piangere. Mi vedevo già rifiutata da tutti, espulsa dalla mia famiglia, che mio padre aveva voluto di stampo conservatore e di sani principi morali. Mi sentivo perduta e non riuscivo ad arrivare con la mente a dopo il parto. l’ira come se ci fosse una tenda chiusa, un sipario abbassato, tutto si fermava lì: al giorno del parto!
Fu Carlotta a parlare dell’aborto, non io. Anche questo è strano e non me ne sono mai spiegata i motivi; non ho mai capito perché ad abortire non avessi ancora mai pensato.
Mi disse che una sua cugina, Ornella, aveva avuto lo stesso problema e che si era rivolta a una donna, un’infermiera le sembrava, che aveva pensato a tutto.
In ospedale non volevo andare. Da troppo poco tempo era in vigore la legge sull’aborto e Carlotta diceva che era pericoloso: qualcuno avrebbe potuto riconoscermi e poi ero minorenne! Chissà quanti problemi avrebbero fatto!
Stavo male. Vomitavo continuamente e non riuscivo più a mangiare. Per non far insospettire mia nonna le avevo raccontato di aver mangiato troppe “schifezze” (come diceva sempre lei) alla festa di Susanna.
Ricordo che era il ventuno marzo e pioveva a dirotto il giorno in cui andammo dalla signora Floriana, l’infermiera. Faceva anche piuttosto freddo ancora, ma non era per questo che tremavo quando Carlotta suonò quel campanello.
Quando aprì la porta mi colpì la sua statura. Io sono sempre stata alta e slanciata, (così diceva sempre lo zio Dino), ma costei mi arrivava sì e no al seno! Era quasi nana e portava una parrucca di capelli castani cotonati che mi ricordarono subito la povera zia Adelina, sorella di nonna, morta negli anni cinquanta.
Mi fece un gran sorriso mentre con gli occhi mi analizzava minuziosamente. Date le circostanze e la mia innata timidezza all’inizio non riuscii a dire una parola.
«Entrate, entrate!» disse lei cercando di rassicurarmi con voce suadente.
«Accidenti se sei una bella ragazza, bambina mia!» e contemporaneamente mi accarezzava il capo con dita leggere.
Di quel primo incontro ricordo solamente la voce della mia amica che spiegava alla donna il mio problema, aggiungendo che io ero troppo sconvolta per farlo. No! A ripensarci ricordo pure gli occhi della signora Floriana, piccoli e penetranti, come il suo profumo, che mi stordiva e acuiva il mio senso di nausea. Ricordo anche la profonda angoscia che mi portavo dentro.
Fu soltanto in seguito che mi venne fatta la proposta che avrebbe cambiato per sempre la mia vita.
C’erano due coniugi, disse la signora Floriana, non più giovani, che da tempo desideravano un figlio che non potevano avere. Due persone rispettabilissime e abbienti, che avrebbero potuto prendersi cura del bambino una volta nato. Disse che, se avessi accettato, non avrei dovuto preoccuparmi di nulla, perché avrebbe pensato lei a tutto. In tono materno mi spiegò che lei era esperta in ostetricia, perché aveva aiutato un vecchio medico condotto per anni e che ormai ne sapeva più di lui. Nessuno ne avrebbe mai saputo niente e alla fine sarei stata ricompensata con una bella somma.
La mia amica Carlotta insistette a lungo per convincermi ad abortire, ma io non ne volli sapere. Era il mio istinto che mi diceva di non farlo, forse perché avevo sentito tante volte mio padre dire che l’aborto era qualcosa di vergognoso che segnava per sempre l’anima di chi lo praticava e delle donne che vi si sottoponevano. “L’inferno avrebbe inghiottito per sempre quelle povere femmine stolte, che aggiungevano la colpa dell’omicidio a quella della lussuria!”.
Così accettai la proposta della signora Floriana, senza pensare minimamente in realtà alle conseguenze future della mia decisione.
Su suo consiglio cominciai a indossare abiti sempre più ampi, ormai si andava verso l’estate e, dal momento che la nausea era finita, nessuno si accorse del mio stato. Ricordo che un giorno a scuola il ragazzo che mi veniva dietro mi chiese se non stessi mangiando troppi cioccolatini, perché ero ingrassata un bel po’ ultimamente. Ricordo pure che una volta mia nonna, nel vedermi uscire con un larghissimo scamiciato lungo fino alle ginocchia, ormai si era in luglio, tutta sorridente disse: «Vai a capire i giovani. Prima solo jeans, ora solo palandrane. Però stai meglio così: sei più femminile, brava!». Il sei ottobre partorii.
Il dolore che provai fu tale che rimasi stordita a lungo. Ricordo che mi sentii letteralmente spaccare in due quando uscì la testa del bambino e urlai disperata tutta la mia paura. Non ci furono complicazioni. La signora Floriana si dette un gran da fare e Carlotta fu l’unica che mi stette vicino. Rimasi due giorni a casa della signora che mi curò meglio di un dottore. Al terzo giorno la mia amica mi accompagnò a casa sua, dove non c’era nessuno, perché la sua famiglia era in vacanza sulle Dolomiti. Barcollavo vistosamente e mi sentivo molto strana. Non era tanto la debolezza, che pure avevo, quanto un gran senso di vuoto, misto però a qualcosa di simile a quel che si prova quando si riesce a guadagnare la riva dopo una lunga e pericolosa nuotata nel mare mosso.
Carlotta e io, rischiando enormemente, avevamo raccontato a tutti che avremmo passato qualche giorno l’una a casa dell’altra e, dal momento che eravamo sempre state molto unite, ci credettero e tutto filò liscio.
Insomma mi andò bene e dopo circa una settimana mi arrivò un grosso pacco, recapitato da un ragazzo che non conoscevamo, dove trovammo mille euro in banconote, una cassa con alcune prelibatezze da mangiare e, incartato con molta cura, un vestitino rosso, di quelli coi fiorellini come andavano a quei tempi.
Riconosco che ancora oggi, ripensando a quel pacco e in particolar modo a quel vestitino così semplice ma grazioso, provo qualcosa di strano dentro che non so descrivere. Forse vergogna, forse anche indulgenza verso di me. O forse è solo pietà, quella pietà che per anni non sono stata capace di provare.
Non vidi mai il bambino.
Quando mi venne preso, appena partorito, voltai il capo per non vederlo, ma il suo vagito mi rimase per sempre nelle orecchie e nel cuore.
Soltanto undici anni dopo, quando la signora Floriana venne arrestata per procurato aborto ai danni di qualche altra sventurata, venni a sapere per vie traverse che lei, per il mio bambino, aveva intascato diecimila euro!
Non seppi mai chi furono quelli che “acquistarono” mio figlio, né che nome gli avessero dato, neanche se fosse maschio o femmina. Io stessa avevo rifiutato di sapere. Inconsciamente, così facendo, desideravo cancellare completamente il rimorso e gettarmi dietro le spalle quella tremenda esperienza. Ma nelle notti insonni che mi hanno accompagnato per tanti anni, il volto di mio figlio si stagliava nel buio, un volto dolcissimo di neonato, che con uno sguardo triste mi fissava intensamente. E io piangevo, ma il mio pianto sembrava provenire da chilometri di distanza.
Poi, due braccia lo prendevano e lo portavano via.

***
Dal libro Le api di Paulette di Sandro Orlandi, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari

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One thought on “Le api di Paulette di Sandro Orlandi

  1. Egregio Sandro Orlandi, solo dopo avere letto le note pubblicate qui sopra mi sono convinta che il suo nome non fosse uno pseudonimo; tanto è stata grande la mia sorpresa nel leggere la descrizione dell’animo di questa ragazza. Ho pensato che si trattasse di una donna; poi ho letto che lei è un medico e che non è alla sua prima esperienza di scrittura, oltre che di composizione musicale (dovrei scusarmi per non averla conosciuta prima?…). L’arcano mi si è subito spiegato: lei ha e coltiva le sue doti di grande sensibilità, al punto di conoscere anche l’animo femminile e, direi, quasi infantile, nelle sue paure e debolezze. Mi complimento con lei, sperando le faccia piacere che una donna ha colto nelle sue parole un acume e una condivisione rare da trovarsi. Un caro saluto. Non vedo l’ora di leggere gli altri suoi scritti. PAOLA PICA

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