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Sguardi di innocenza di Roberto Sarra

Quando nasce una nuova vita è sempre un grande avvenimento, lo è per l’umanità che si arricchisce di un ulteriore elemento, lo è per la storia poiché abbiamo modo di riempirne nel bene o nel male un’altra emozionante pagina, lo è infine, si spera, nella grande maggioranza dei casi per i genitori del nascituro che vedono coronare un sogno e lasciare in eredità qualcosa di se stessi e della propria esistenza, da trasmettere ai posteri.
La nascita di un figlio è un miracolo che la natura compie ogni volta. Un bambino è uno specchio dove riflettersi e forse ritrovarsi, al di là delle apparenze per sentirsi più appagati, nella consapevolezza di aver contribuito alla prosecuzione della specie e nel contempo nella realizzazione di un progetto molto più grande di noi. Un qualcosa che esce dai confini della normalità, per assumere connotazioni straordinarie e concretizzarsi in un sentimento di estrema sublimazione.
Ogni anima che si affaccia all’interno della nostra storia, ci dona l’intima certezza di aver collaborato ad una piccola parte della creazione del mondo, aggiungendo un tassello importante, anche se minuscolo a quel grande mosaico chiamato vita.
Non ci sono ricordi visivi, in quei magici attimi che ci ritraggono all’interno di quel caldo, inesplorato paradiso, che è il corpo che ci ospita quando non siamo ancora qualcosa di definito, forse neanche immagini mentali, solo reminescenze oscure e confuse o semplici intuizioni.
Un posto caldo, un nido, un’utopia che si materializza, che ci culla nel suo tenero calore, suoni flebili, melodiche armonie mischiate a volte a voci rassicuranti ora pacate ora intense ora debolmente sfumate.
Il primo vero limbo dorato, un’oasi di tepore fisico ed affettivo, perlomeno si spera, quel contatto intimo, quella finestra che presto si spalancherà sul mondo, su un qualcosa per noi ancora sconosciuto e inesplorato.
Un’irrinunciabile opportunità, per avventurarsi in una nuova storia dove immergersi come in un grande mare, in un oceano di emozioni, sensazioni ed interazioni.
Cosa ci sarà là fuori, cosa ci attende?
L’interrogativo è grande ed esprime appieno l’inquietante fascino dell’ignoto.
È buio all’interno di quel nido, di quella roccaforte dai contorni addolciti, ma si sta bene, si vive in una dimensione paragonabile al paradiso a quella perduta valle dell’Eden che vorremmo tutti ritrovare.
L’anima è pimpante ma nel contempo pacata, forse, semplicemente felice, tutto è ignoto, immobile, e rende palpabile il significato di un qualcosa di eterno.
Per un attimo mi pare di andare a ritroso nel tempo e provare quelle sensazioni che la nostra mente probabilmente non potrà mai registrare, poiché non ancora del tutto funzionante:
“Sento un qualcosa che  pulsa, qualcosa che  impareremo presto a chiamare cuore, forse tutto nasce da lì da quel grande, intenso attimo d’amore che cosparge tutto l’universo e che ci rende unici.
Un gesto grande come l’immensità del creato che accende come d’ incanto l’avventura della vita.
Poi d’improvviso un battito insistente che scandisce con delicata prepotenza il tempo, quello stesso tempo che diventerà il compagno di viaggio di tutta l’esistenza, una realtà onnipresente, onnipossente che traccerà indelebilmente  tutto  il nostro percorso.
Odo dei rumori attorno a me  come  lo scorrere di fiumi, lunghi, immensi  corsi  d’acqua  che scorrono  nel buio, lentamente.
Come qualcosa di speciale che ti dà un senso di grande tranquillità, qualcosa di indefinibile, di indescrivibile
Me ne sto qui in attesa ad aspettare, ma cosa aspetto? Per un attimo ho avuto la sensazione di muovermi, di sentirmi, di esserci, di esistere di essere essenza, parte importante di qualcosa di grande, di sublime, di infinito.
Cosa sono, io chi sono? Me ne sto qui raggomitolato, avviluppato, nascosto al riparo al sicuro, come se qualcosa all’esterno mi spaventasse e al tempo stesso incuriosisse.
Chiuso nel mio rifugio, è questo il mio mondo, il mio piccolo universo personale dove vivo, respiro, ascolto.
Una dimensione utopica,  dove fuggire per stare soli con se stessi, per nascondersi dal sole, dalla  luce potente  e accecante dei suoi raggi, un riparo dalla pioggia.
Qualcuno deve averlo costruito appositamente per me. Sento un qualcosa  di grande, di ineludibile, qualcosa  di
intenso e nello stesso modo di immenso. Un qualcosa che ti fa stare bene che ti scalda dentro  e che ti impernia l’anima.
Chi è il mandante di tutto ciò, chi trasmette questa strana cosa, che ti piace così tanto che ti ammalia, quel sottile dolcissimo sentimento che ti circonda  e ti protegge tutto?
È incredibile assaporare quel magico afflato che ti riscalda in un aurea dorata, è un qualcosa di indescrivibile, di leggero, di magnifico! Dicono che  si chiami amore,  pare che traspiri da tutti i pori e che sia capace di insediarsi prepotentemente nelle cellule, nei gangli nervosi per poi sublimarsi nella mente, trasformarsi in aria, in ossigeno vitale ed arrivare così d’un fiato fino al cuore.
Tutto è pacatezza,  calore, bellezza, tutto è armoniosamente dolcezza.
Ma… cosa sono queste scosse, no, non voglio muovermi  sto bene,  cosa succede, chi turba i miei sogni, mi sento strano sta cambiando tutto qui. Cosa c’ è laggiù? Mi fanno male gli occhi, sono tutto un dolore non vedo nulla, solo accecanti riflessi di luce ora bianca, ora gialla.
Mi gira tutto intorno sono come dentro un mulinello, un frullatore non so più che mi succede”.

Come d’incanto la scena cambia in un istante, muta, si trasforma, ci proietta in una dimensione nuova, in un’ambientazione diversa, ci scaraventa all’esterno di quel mondo ovattato, protetto, ed all’interno di un’arena, pronti come gladiatori a combattere per la nostra  stessa esistenza ogni giorno, ogni istante, facendoci conquistare con fatica ogni respiro, ogni singolo battito del cuore.

Dal libro Sguardi di innocenza di Roberto Sarra, presentato da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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