I promessi conviventi di Roberto Bianchi

Su quel ramo del lago di Como rivolto a sud, che tra golfi e seni scivola verso Lecco, ancora all’inizio del secondo millennio continuavano ad abitare ricchi e persone importanti. Era dall’epoca degli antichi Romani, che vicino alle acque lacustri più profonde d’Italia, avevano dimora le doviziose abitazioni dei patrizi, dei nobili e dei signoroni.
Le belle montagne si specchiavano sulla superficie risplendente. Ormai Como era diventata città attivissima e industriale ma presso il bacino, vicino al Resegone e al Sasso di San Martino, tutto era come un tempo, solo che adesso, anziché i gentilizi o gli aristocratici del medioevo, vivevano star del cinema, registi e divi, che avevano con i loro patrimoni acquistato le antiche ville.
Sul far della sera, procedeva consultando l’ultimo numero della enciclopedia venduta in edicola, riferita a come trovare scampo tra le difficoltà dell’era moderna, il tentennante don Gongolondio. Era uomo sempre indeciso, per mestiere affittava case e continuamente non aveva idea di come raccapezzarsi e muoversi. Aveva timore di
tutto e paura di ogni cosa. Per sentirsi un po’ meno insicuro si era fatto impiantare nuovi capelli, a rimediare la piazza calva che una volta gli coronava il capo e intanto che il rosso intenso dell’occaso tingeva di soavi colori il lago, lui era intento a camminare lentamente con il suddetto numero della enciclopedia a dispense in mano.
Era piuttosto grasso don Gongolondio, solo nel cibo trovava rifugio. I suoi
occhi scorrevano lestamente le paginette della dispensa, sormontati da due foltissime sopracciglia.
Turisti e abitanti a quell’ora andavano sulle acque in kajak, compivano trekking o facevano altri sport, in quel paesaggio da sogno, tra storia passata e tempo presente, presso le eleganti coste del Lario, con la sua caratteristica forma di ipsilon rovesciata.
“Ho udito un rumore!” commentò don Gongolondio come al solito tremante.
Improvvisamente giunsero scendendo dai ripidi colli due bravetti in Mountain Bike.
Erano gli sgherri di un ricco produttore cinematografico, don Cattivigo. Su queste rive aveva un dì abitato persino Luchino Visconti, ma di tutta altra razza era don Cattivigo.
La ricchezza lo aveva reso maligno e ingiusto. Aveva gran potere grazie ai suoi soldi e disponeva di leggi a suo piacimento, era padrone di case filmiche, di emittenti tv e di giornali: il suo disporre dei mezzi era immenso.
Ora dovete sapere che nella sua attività di agente immobiliare, don Gongolondio aveva in progetto di far firmare un contratto di locazione a una giovane coppia che aspirava, una volta affittata la casa, a convivere: oggi infatti non va più di moda sposarsi, ci si limita a stare sotto lo stesso tetto, come se la famiglia potesse essere sostituita da articoli e norme sulla coabitazione. Si trattava di due giovani di buona morale, Renzo Travaglino e Lucia Mondina. Lui metteva a frutto le sue ore, sempre a lavorare umilmente e travagliando; lei, da quanto era solerte e attiva, ricordava persino nel nome il lavoro nelle risaie, metafora di laboriosità e sacrificio.
“Non farò mai trovare loro una casa!” aveva scommesso il ricco produttore cinematografico con il cugino Attaglio, per mostrare tutta la sua potenza e la sua capacità. Aveva adesso incaricato i due bravetti di annunciare a don Gongolondio che sarebbe stato per lui sconsigliatissimo e gravido di pessime conseguenze, far trovare casa alla giovane coppia.
“Questo contratto non s’ha da firmare!” urlarono i bravetti a don Gongolondio.
Mai il nostro pauroso avrebbe voluto incontrare quegli energumeni, era tutto un fremito, gli sudavano le mani stile Fantozzi e gli vennero i brividi.
Volgari, con vari orecchini e piercing, i bravetti minacciarono di brutto don Gongolondio, che corse a casa a farsi consolare dalla sua badante Continua.
La badante era saggia e furba:
“Chi ha potere e denaro detta legge. Ci sono regolamenti e sanzioni, pene e giudici tuttavia chi ha denaro e soldi amministra la giustizia!” spiegò la badante. Non c’era che da evitare in tutti i modi la firma del contratto. Quella notte don Gongolondio non dormì…
Trascorse ore e ore a immaginarsi catastrofi per la propria incolumità personale.
Aveva gran paura di don Cattivigo. Non sapeva a quale ancora di salvezza fare appello e mentre fuori dalla finestra udiva il vento accarezzare il lago, lui rabbrividiva. La Mera e l’Adda, esempio di generosità, regalavano le loro acque al Lario, facendo di questo sito uno dei luoghi di soggiorno estivo e invernale più noti d’Italia e più belli del nostro continente. Incapace di amare e godere di questo accogliente palcoscenico don Gongolondio, invece di gongolare, piangeva e s’immaginava di sprofondare negli oltre 400 metri del lago .
Nella notte si udiva la bella musica della zona. Le fronde delle piante cantavano dolcemente, lo sciabordio delle acque era tranquillo e cadenzato, la civetta recitava il suo tuttomio e pareva che gli gnomi suonassero insieme ai folletti i loro zufoli, preoccupati di vigilare l’incolumità di tutti gli abitanti del bosco. A don Gongolondio invece faceva una gran paura quella condizione acustica mista a sommesse note, silenzio e sussurri interrotti solo dai rumori della natura. Ogni pochino accendeva la luce e si guardava alle spalle, immaginandosi un bravetto. Nonostante l’umidità di novembre, continuava a sudare come fosse stata un’afosa notte d’estate milanese.

***

Dal libro I promessi conviventi di Roberto Bianchi

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