Il Segreto di Luca di Robertino Valentini

Il verde cupo della vegetazione lungo l’orizzonte, proprio lì, dove cielo terra e mare si toccano, ha l’aria di un treno a vapore; le nuvole cineree su di esso, sbuffi della caldaia. Poco prima di raggiungere lo Zenit, il sole sovrasta già le nuvole e ne rischiara alcune disponendo le in fila indiana poi, man mano, le dissolve con i suoi raggi ed è a questo punto che il verde convoglio acquista movimento, velocità, da sembrare che viaggi per davvero.

Una folaga nerastra si è alzata in volo, con un battito d’ali veloce e convulso che vince la forza di gravità, descrivendo uno stretto semicerchio, e si avvia sul filo dell’acqua verso la scogliera fumante di spuma, come un passeggero in ritardo che si lancia sul treno in partenza.
Stabilimenti balneari con le cabine su due piani, allineate in testa come carrozze di prima classe – a giudicare dai finestrini grandi come porte -, si susseguono senza interruzione. In lontananza, un minuscolo villaggio di pescatori, le casette basse e il campanile della chiesa in cima a fungere da fumaiolo, è tutto ciò che si intravede della locomotiva. Ora il sole si rispecchia a picco sul mare in uno scintillio accecante di piccolissime luci; ondate di bianco vapore sembrano fuoriuscire dalle rotaie accompagnandosi al rumore lento e ritmico della risacca e a quello delle onde che si infrangono tra gli anfratti rocciosi, segnali di un treno già in corsa: sbuffa, ciangotta e sferraglia pure. Nello stesso istante il passaggio veloce e silenzioso di un aereo, tradito dalla scia bianca, stria lo spazio sovrastante mentre molto ma molto più in basso – non meno lenta ma più rumorosa – una gabbianella dalla testa nera (forse una sterna dalla coda lunga), con un volo irregolare a zig-zag, si esibisce in un magistrale sventolio d’ali, simile al fazzoletto in una mano intenta a. salutare qualcuno che parte; e senza smettere di volare, con un tuffo nell’acqua, scompare e poi riappare, rialzandosi per poi ricadere, altre due o tre volte nello stesso punto senza fortuna: non porta pesci nel becco e baluginando si allontana.

Da un lato, lungo file parallele di oleandri in fiore che fanno da spartitraffico e da limite alle carreggiate, si riesce ancora a scorgere la Baia di Torre Uluzzu. Di fronte, sulla sponda opposta, salendo dal livello del mare fin sopra al promontorio, distese di querce, antichi lecci, sugheri e qualche carrubo lasciano il posto a un giovane bosco di pini d’Aleppo a fare. ombra a ginestre e corbezzoli. Così, all’odore della resina, spinta verso l’alto a ondate alterne dai vapori della terra riarsa dal sole, si insinua nell’aria e ricade tra arbusti di mortella, lentisco e mirto, l’essenza del timo e del rosmarino.

Un’auto viaggia spedita da circa mezz’ora, in direzione sud, alla velocità di crociera; si è lasciata all’interno il paese da cui è partita e sta per abbandonare la statale (che altrimenti l’avrebbe portata verso il Capo di Leuca, alla fine della terra), ora alla volta del “Castellaccio”, come chiamano da queste parti Torre Uluzzu da cui la Baia prende il nome. Un fortilizio trasformato in residenza nobiliare e appartenuto, un tempo non molto lontano, alla protonobilissima famiglia Levissimo Vizzini dei principi Altero Babbei, situato sulla sommità del promontorio, verso il punto più alto della Serra di Sant ‘Eleuterio, sulle Murge salentine. Proprio lì, oggi, si trova una casa di riposo per anziani, in coda come un carro merci se si guarda in prospettiva, muovendo dal mare a ritroso, quel treno immaginario lungo fino all’infinito che ora si è fermato.
La Fiat 1100, modello D, anno millenovecentosessantatre, fiammante, rossa con gli interni in similpelle di colore avana, le gomme con la fascia bianca e tre persone a bordo – due uomini e un bambino – rallenta la corsa. Il suo autista porta con fermezza la mano esperta verso il piantone dello sterzo, lentamente come una carezza, scala la marcia e si appresta a svoltare a sinistra. Il motore sale di giri, urla rombando poi sibila per lo sforzo; ha il fiatone, la marcia in folle, il segnale della freccia di direzione si sovrappone ticchettando a quello del motore ormai al minimo dei giri, come fosse iniziato un conto alla rovescia innescato dalle ruote che sdrucciolano – guidate per inerzia dalla forza centrifuga -, sul pietrisco insidioso posto al ciglio della strada.

Ma lasciamo al nostro “piccolo” protagonista della storia il compito di proseguire nel racconto:

‘Sono sul sedile posteriore, completamente sprofondato; di solito, quando viaggio, amo stare seduto in punta, affacciato tra i sedili, con i gomiti appoggiati sugli schienali e il mento puntato sul dorso delle mani intrecciate l’una all’ altra; mi sembra di stare davanti alla televisione o alle finestre di casa mia, e attraversare paesini della provincia, ogni volta, è una esperienza nuova ed eccitante che mi incuriosisce troppo; e poi le strade, la gente, le tante facce mai viste che spiano all’interno dell’automobile, così rara da queste parti, le piazze gremite di soli uomini, tutti vestiti allo stesso modo, di scuro, a cominciare dai cappelli; si aprono come ali al nostro passaggio. Mi verrebbe la tentazione di raccontarlo a monsignore Papaleo, il parroco del paese, che la macchina è senz’altro una creatura di Dio e non del diavolo, come dice lui, e fa sentire importanti mentre gli altri ci guardano con gli occhi sgranati (quando occorre, sulle cosce di quella gran bella donna .: secondo gli amici di papà – che è mia madre Santa; di nome e di fatto, donna pia e devota, secondo monsignore Papaleo), e a tua volta guardi loro con la stessa curiosità ma con il doppio privilegio di non essere visto stando comodamente seduto. E poi le case, tutte uguali da un paese all’altro, come piccole scatole di cartone, basse senza terrazzo con i tetti spioventi colar nocciola e le tegole di argilla, fatte a mano una per una, ricoperte da un sottile strato di muschio che le rende verdi d’inverno; e i comignoli in cima, una casa sulla casa, da sembrare costruiti apposta per gli uccellini. Tante – la maggior parte per la verità – molto vecchie con una facciata stretta e senza finestre, simili a scatole di fiammiferi, attaccate l’una all’altra diverse solo nei colori, ‘uniformi, sempre gli stessi, tenui, pastello, preparati con la calce: verdino, celestino, giallino – cacarella, come lo chiamiamo noi bambini. Morbidi, non per buon gusto ma per il passare del tempo, l’incuria, e per la condizione sociale di chi vi abita: sono le case dei contadini.

Il passaggio sulla piazza del paese, e chi sa perché non c’è strada che non passi di lì, ti dà l’idea di quanto sia ricca la gente che vi abita e lo si capisce dalla presenza dei palazzi patrizi – come li chiama mio fratello Marco, più grande di me, che in quei palazzi ci va per trovare alcuni dei suoi amici: il figlio del farmacista, il figlio del notaio, il figlio del medico condotto, del sindaco che è anche avvocato, del nobile però decaduto. La mia casa, invece, non è antica ma è così grande e moderna da avere tre numeri civici, il telefono e la televisione (per papà), il ferro da stiro e la lavatrice (per mamma), compresi tutti gli elettrodomestici possibili e immaginabili; quando li accendono tutt’ insieme (il frigorifero va da sé con uno strano tremolio e dopo si spegne, ancora da sé, ma con un tale botto che di notte mette i brividi) sembra davvero una casa dell’altro mondo.
Papà, però, ancora non si decide a comprarla perché i soldi gli servono per pagare le spese del suo negozio, che sono tante, in più quelle di una nuova attività ma se gli va bene (lo ha giurato oggi a tavola, davanti ad un piatto di pasta fatta in casa) alla fine ne costruirà due molto più grandi, completamente una sull’altra in una volta sola, mi è sembrato di capire. Altri amici abitano in case appena più modeste, ma sempre figli dei notabili del paese sono; il direttore della Banca, quello della Posta, il maresciallo dei carabinieri, il capo degli spazzini e, per ultima, la nipote del parroco (siccome lui i figli non li ha per una strana malattia chiamata celibato che gli impedisce di moltiplicarsi e che io non posso capire – dice sempre papà mentre lo spiega a mio fratello Marco – perché sono ancora troppo piccolo … e se lo dice lui!).
Mio fratello, allora, per farsi ancora più grande, davanti a tutti i suoi amici dice che “da grande grande ma non più di tanto” vuole diventare arcivescovo-cardinale (o qualcosa del genere), contro la volontà di papà. E siccome lui ci tiene tanto a farsi il grande (anzi è così goffo nel darsi le arie – di chi si prende troppo sul serio – da fare ridere la pancia degli amici dei miei genitori che anche quando viaggiano se lo vorrebbero portare sempre con loro, contro la volontà della mamma) c’è da scommettere che lo diventerà. Difficile, per un bambino come me, descrivere la faccia di un prete però lui ce l’ha ed anche gli amici di famiglia ne sono convinti, e questo può bastare. I suoi amici vengono spesso a giocare da noi con quell’enorme mucchio di strane carte e a quei dischetti di plastica colorata e per impedirmi di giocarci a mia volta li nascondono in un posto (in verità non so se è più per me o per mia madre) che ancora non ho scoperto; loro si chiudono sempre a chiave fingendo di ascoltare la musica. E da quando mio fratello Matteo, più grande di tutti (così intelligente che invece di studiare gioca a pallone nella squadra del paese, di nascosto, contro la volontà di papà; oppure gioca in casa con la fidanzata, sempre di nascosto, però contro la volontà della mamma), ha lo stereo con le casse, gli amici, sempre loro, non se ne vogliono più andare da casa nostra.

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Dal libro Il segreto di Luca di Robertino Valentini

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