Che il trascorrere degli anni, ormai, fosse una sorta di inarrestabile, indegno rotolamento verso il basso, inteso come “conduttore” verso la tomba, l’aveva capito già da un pezzo, da quando, raggiunta la settantina, i sintomi di vari malanni riaffioravano più perentori e precisi che mai.
Certi capogiri ostinati che lo facevano talvolta barcollare, mentre le ginocchia, tremule, parevano sottrarsi al loro preciso compito, che era giustamente quello si sorreggerlo, e d’indirizzarlo ove la sua mente avrebbe desiderato esser condotta e lì approdare, erano segni inequivocabili ed ammonitori al contempo. Inoltre la sua memoria fotografica, della quale s’era sempre vantato giustamente, ora era quasi latitante e si permetteva anche di giocargli brutti scherzi, e fargli fare, forse, brutte figure.
Questo accadeva, talvolta, quando non riusciva a ricordare persone conosciute da tempo, e che improvvisamente, gli si paravano dinnanzi, lasciandolo muto e amorfo come un fiammifero svedese. A sua consolazione però, vi erano episodi che rinverdivano i suoi allori d’un tempo, come quando gli accadeva di riuscire a riconoscere una persona senza essere riconosciuto. Magra consolazione si dirà, infatti non esser riconosciuto, significa esser mutato parecchio, e che cos’è la mutazione del proprio sembiante, se non l’osceno invecchiamento fisico, che altera i propri connotati, stralunandoli al punto di far dire ad altri: “Chi è costui? Non l’ho visto mai”.
Il “Carneade”, invece, possedeva un chiarissimo nome; si chiamava Veraldo. Un giorno in una città che conosceva e che gli era amica, si fa per dire, incrociò un uomo che non vedeva da almeno vent’anni.
Lo ricordava con abiti un po’ desueti addosso e riconducibili marcatamente alla provincia dove era nato, ma quel giorno, il nostro uomo, gli apparve sorprendentemente cambiato, una sorta di mutazione epidermica e di ‘vestimenta’ tale, da lasciarlo sbalordito. Quel carrettiere, tale era stata la sua professione per molti anni, ora, sottotiro, non pareva più ‘lui’, sembrava un’altra persona, un cittadino del ‘sasso’ nato in quella città ed aduso, da sempre, ai suoi riti. Egli camminava lentamente a testa alta, direi eretta, guardando al dì sopra degli altri come di chi stia cercando qualcuno, qualcuna, forse.
Lo ricordava estimatore di donne, ma sostanzialmente non fortunato con il gentil sesso.
Ora, egli pareva possedere molta più sicurezza d’un tempo, la lunga stagione delle ‘magre’ pareva definitivamente alle spalle; il suo atteggiamento lo dimostrava e la sua ricercata eleganza anche.
“Le donne ora” sembrava dire “non mi respingono più, le cerco, le trovo e sono pieno di soldi, nessuna s’azzardi a dir di no.” Questo gli sovviene, quando incrociandolo, lo riconobbe subito malgrado la sua dichiarata quasi ostentata eleganza.
Veraldo, un po’ sogghignante, gli si mise alle calcagna come avrebbe fatto un detective, studiandone mosse e quel suo inconfondibile modo di camminare ch’era leggero e sfiorante l’asfalto, o come di chi cammini su d’una strada lastricata di uova. La sua testa, eretta, sormontata da un cappello di colore chiaro primaverile, guardava in avanti, al di sopra e cercava, cercava.
Poi, improvvisamente, il suo passo lieve accelerò, facendo, inevitabilmente, scricchiolare le uova frantumate al suo passaggio che, nella realtà, erano soltanto il caratteristico rumore d’un paio di scarpe nuovissime.
Eccola infine, lei, la donna, Veraldo ci avrebbe scommesso, proveniente dal marciapiede opposto, anch’essa elegantemente vestita in un tailleur grigio che le serrava i fianchi, disegnandone la figura quasi perfetta.
Si salutano, lei è disinvolta, lui emozionato come sua abitudine, trae di tasca un fazzoletto perfettamente piegato e stirato, se lo preme sulle labbra, e poi s’asciuga la mano destra prima di stringere quella di lei, che fa dietro front, mentre lui l’affianca lasciandosi docilmente condurre a destinazione, la quale non può non essere che una garçonnière cittadina.
Egli sorride e sembra soddisfatto di come stanno andando le cose, tuttavia, in lui, permane una certa dose di timidezza, vanamente mascherata da un sorriso persino esagerato.
È chiaro, la timidezza di fondo gli è rimasta appiccicata. Di essere seguito poi, non l’ha nemmeno sospettato, era troppo proteso in avanti per accorgersene. La memoria di Veraldo, quella volta, aveva funzionato egregiamente ed egli se ne compiaceva dicendo a sé stesso: “Potrei fare il poliziotto, l’investigatore privato made in USA come di certi films americani, per intenderci e sentirsi dire dal proprio capo: “Bravo John, hai fatto un ottimo lavoro, quel marrano era da anni che gli davano la caccia inutilmente”.
Intanto lui, l’ex-carrettiere non ricercato, introdotto nella garfonnière, s’era già tolto il cappello, mostrando un’incipiente calvizie, che forse gli recava qualche lieve imbarazzo al cospetto di quella femmina, la quale, appena entrata nell’accogliente localino, s’era subito rifugiata nel bagno.
Immaginando tale scena, Veraldo sorrise ricordando quando egli s’affannava con il suo cavallo ed il suo carro a raccogliere e riempire il cassonetto di pietre, di sabbia e di ghiaia; ce ne volevano parecchi di viaggi dal paese, fino ad arrivare lungo le rive del torrente Parma e guadagnarsi così la giornata, mentre le donne, sempre loro, gli volgevano le spalle.
Le cose adesso erano cambiate, non più cavalli né carri, bensì una ben avviata azienda di celeri trasporti ad alleviare fatiche, e riempiendo il portafogli ormai gonfio, per il piacer suo e di puttane d’una certa classe ben acquartierate in città. Lasciamolo, ora, il nostro ex-carrettiere, tra i voluttuosi viluppi di quella sapiente maliarda, soccorritrice benemerita di timidi uomini come lui, e d’altri apparentemente sicuri di sé ma disposti, toujours, a raccontare la loro vita a donne pazienti e quasi materne, scaricandosi dalle proprie spalle pesi ed angosce mai dome.
L’obbligo d’afflizione dovrebbe subentrare in Veraldo, visto che ora sta per addentrarsi in un cimitero. Luogo per antonomasia di vera afflizione e di dolore per tutti; sennonché come spesso accade, anche lì, talvolta, si fanno incontri impensati e quasi ridanciani, senza nulla togliere, naturalmente, al dovuto rispetto e all’autentico dolore per la dipartita d’un parente, d’un amico.
Gli era accaduto qualcosa di simile non molto tempo addietro, partecipando ai funerali d’una persona cara e buona ottantenne. Molta partecipazione di gente, la piccola freddissima chiesa della giovinezza riconoscibile da vari segni, stipata di persone quasi del tutto sconosciute ai suoi occhi, e solo qualche volta il suo sguardo incrociava un volto, un viso noto, seppure quasi divorato dalla vecchiaia incombente, a cui facevano seguito rapidissime e meste considerazioni solitarie tipo: “Ma com’è invecchiato, come s’è ridotto, ormai ha un piede nella fossa anche lui”, o lei, a seconda dei casi.
Ora al cimitero, un amico gli indica le pareti ricoperte di loculi, e dalle loro foto talvolta serie, tal’altra sorridenti, rivede brandelli della sua vita trascorsa in questo paese. Vede la foto di un serioso signore, come se in vita fosse stata una persona non adusa a sorridere; infatti, frugando rapidamente nella sua mente ricordava che egli, di professione stradino e guardiano della piazzetta del natio borgo, teatro di giocate pallonesche, talvolta, gli sequestrava la palla o qualunque cosa assomigliante, perché in tale piazzetta era severamente proibito giocare a
pallone.
Lo diceva anche un vistosissimo ‘editto’ a chiare lettere, issato su di un alto sostegno metallico, ove i ‘severamente proibito’ erano ripetuti e perentori.

Leggiamo e commentiamo insieme un brano tratto da “Profumo d’avventura” di Otello Giuffredi, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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