Paul Smith, l’altro me di Paolo Paolacci

Ieri…

Natale Moderno

Si svegliò che stava piovendo.
Una pioggerellina tranquilla bagnava tutta la città. Il freddo che era già arrivato, appannava i vetri. Dicembre era davvero dicembre e non solo un carinissimo film di Antonio Monda. La corsa dei giorni, dei mesi e delle festività continuava a ripetersi.
Ci si accorge che qualcosa di noi fugge e si fa per prenderla. Quel qualcosa corre più forte e noi si insegue più velocemente: così non restiamo più dove siamo ma ci togliamo il nostro essere noi stessi.
Questo intuiva Roberto Benedetti mentre si sistemava davanti allo specchio.
Una vita tranquilla e corriva la sua: in ufficio, in macchina, in famiglia, al cinema o al teatro. Sua moglie Nicoletta, casalinga con le proprie difficoltà quotidiane e il pochissimo tempo da dedicare a se stessa, si stava facendo la doccia. Da un po’ quello era il momento migliore, per il benessere che le procurava. Era il “suo” momento, ed era tutto per sé. L’unica che non aveva dubbi sulla propria situazione era la loro figlia di 5 anni che, nella propria cameretta, inseguiva il record della torre: mettere oltre quindici cubi uno sull’altro. Così, quando squillò il telefono, l’unica che potesse rispondere (aveva appena messo il dodicesimo cubo), non poteva che essere lei, Vilma, la bambina. “Pronto, chi parla?”
–    Buongiorno cara, come stai?
“Buongiorno nonna. Io sto bene e tu?”
–    Anch’io grazie. Volevo dirvi di venire a pranzo qui. – La nonna che viveva in un casale in campagna, a pochi chilometri dalla città aveva preferito, infatti, dopo che suo marito arrivò alla pensione, ristrutturare quella casa per andarci a vivere insieme.
Da poco tempo, però, era rimasta sola. Roberto cercava di starle dietro: le faceva la spesa ogni settimana, la portava fuori la domenica e la chiamava ogni giorno per sapere di lei e della sua giornata.
Lei, da nonna, aveva assorbito l’urto del proprio dramma e ne stava pian piano venendo fuori. Così oggi, giorno di Natale, li aveva invitati a pranzo.
Intanto Roberto, che era già pronto, uscì a prendere le paste per il pranzo. Quella pioggerella adesso scendeva più forte e gli ombrelli correvano disattenti e maleducati per le vie della città quasi da non sembrare Natale.
Comprò anche il giornale e, dopo aver preso la macchina, Roberto chiamò al citofono le sue donne: poco dopo la macchina correva, ormai fuori dal traffico, verso la campagna.

Quante volte aveva fatto quella strada da bambino. E quanto tempo passava senza accorgersene e poi al riassunto delle scene precedenti, comprese le emozioni, “ti” accorgi, “ti” ricordi. Ti ricordi di te, chi sei e che fai. E cominci a misurarti con più sapere, con più scaltrezza, con più attenzione, con più severità. E non è da stabilire il torto o la ragione ma quello che sei senza ipocrisie, senza comodi aggiustamenti e con molta civiltà.
E finalmente si riprende fiato!
“Dovremmo vivere più a lungo” disse la madre di Roberto mentre tutta la nostalgia per suo marito le sta-va per sgorgare dagli occhi.
–    Sì, è vero. Dovremmo vivere più a lungo e tutti insieme – rispose Roberto mentre la piccola rincorreva Orazio, il cagnolino, che faceva compagnia a sua madre.
Nicoletta, che stava in disparte quando c’erano questi incontri, si accorse di essere al centro dell’attenzio-ne. Sorrise. Si era sorpresa di non essersi accorta che il mondo seguitava a girare.
“Buongiorno e auguri di Buon Natale.”
–    Anche a te, mamma.

Il tempo sta volando fuori e dentro di noi. Poi si vedrà.

Un assurdo viaggio
Quando ami

I

Il cancello

È capitato a tutti, perché a tutti si parla, di trovarsi un bellissimo giorno di vita ad entrare vivendo un frammento di mondo vicino un cancello di ferro. Pochissimi hanno svoltato, i più sono andati dritti verso di esso come per aprirsi di cuore fino al proprio coraggio di vivere soli. E c’era solo un cancello, la probabile parabola della vita, il lineare inseguirsi di due uccelli (perché lineare è il seguirsi e non il volo).
Di fronte al cancello una chitarra: il resoconto di un risparmio d’idee ancora da cantare e intatte e immature nel cuore. Fuori dai vetri una bambina, Anna.
Accanto alla porta di casa un treno: il probabile perdono di ogni peccato compiuto con dei fiori diversi, di prato.
“Tu per esempio quanti anni hai?” disse il padre.
– Io ho appena quindici anni – dissi preciso.
Poi la notte ha cominciato a chiamarmi con sé e mi è parso sicuro quel luccichio delle stelle per amarmi fino in fondo, dopo aver chiuso il cancello di un garage all’una di notte. Ma poi ti fanno credere e impari a camminare colle scarpe che porti e impari a voltarti se senti dei rumori strani, è tutto così facile che sai già quello che sarà domani e se non vuoi dirlo è solo per assaporarti un buio o il bacio o l’immancabile Dio per sempre. Dove hai parlato o appena vissuto col sorriso di poco più di un anno, colle mimose di un verissimo cielo di rondini e dei veli di azzurro. Più facile di un sorriso sarà, amarsi.
E t’innalzerai allora davvero per capirti per essere un cancello più avanti di un altro e suonerai per entrare più in fretta in un cielo che ti appartiene e che non vuoi: lo sai. E diventi uomo su questo pianto simile ad un azzurrissimo cielo primaverile d’amore.
Anna in principio eri solo una donna.
Poi anche a te hanno dato un cancello, per questo assurdo viaggio che vuole confinare l’uomo ed accendersi d’amore. Ma tu hai ancora l’amore mio, io il nostro amore.
Quella sera che mi hanno offeso tu non c’eri. Il buio aveva il respiro lucente perché tu eri con me: nel cuore. E quel cancello è un debole respiro che apre il vociare del mondo presente, questo tranquillo sgabuzzino del cuore si ribella per amore.
Hanno detto perfino che è facile girarsi in un corpo di donna e mettersi dalla parte migliore per morire nel vuoto sorriso di un nulla vestito da festa proibita e vissuta per far credere lo spazio un vero assoluto mutismo del mondo, della vita e dell’amore. E tu sai che difenderai i tuoi sbagli per errore e inseguirai quel libero azzurro che vive di un dolcissimo ramo di pesco nelle mani di donna, Anna.
L’incivile avrà il merito di dire che è vero il suo assurdo mondo d’inedia e tu uomo sei già un bellissimo mazzo di fiori, sei già un indomabile sorriso d’amico, un silenzioso abbraccio con Dio e un azzurro amore di donna. Fuori da tutto, abbattuto il cancello non c’è il muro, è lo spazio che vuole un coltivatore di terre.
Questo assurdo viaggio poi ti sembrerà un ridicolo spazio di vita, un incrocio già morto in un paradiso lontano. Gente ti camminerà affianco, riderà, canterà e griderà: sui tram, nei salotti, nei cinema, si siederà a teatro per immedesimarsi in un oblio totale d’amore, ti venderà il suo cuore.
E già rientra la dolcezza in una mano, in un’immagine che sfugge il tempo e, breve come una lunghissima notte d’amore, vive.
Una corsa insensata fino alla vetta di una montagna coi boschi nel brivido notturno di luci lontane, Roma.

La casa

Un bianco tappeto d’amore pieno di lucciole, gioia nel sole.
Il posto. Il posto del mondo: la casa. Questo ridicolo sapore di antico e di nuovo; così dolce ed agro come un paternale racconto moralisticamente più duro di un sasso al limone eppure così facile nel digerirlo con un istinto: l’età della vita.
Le coccole, i sorrisi, i posacenere, le fughe notturne, le stanze tranquille, i paradisi in soffitta, le favole. Ma più libri escono dalle meningi e più intrusioni ci sono nel cuore? Sì, è proprio un cane che insegue per gioco un padrone amico, il sorriso. E cielo, è vita. Follemente innamorato di casa, follemente innamorato del cielo, follemente innamorato di Anna. Follemente vestito da clown, follemente scopiazzato nel viso, follemente ancorato a te. Follemente.
Un bellissimo stadio di verdissimo giovane tempo: di te, Anna.
E diventerai un racconto bestseller con più applausi vicino le immagini di occhi pronti a volare sui piedi di un bambino appena nato nel raggio di mondo di periferia, come un altro.
C’è un cane vicino al cancello: è un tenero incontro col mondo prima di difendere il cuore, e tu lo sai. Un cane che abbaia quando qualcuno associa un decadente passaporto d’amore con la patente di guida per il tuo amore. E non hai che un cancello sul dorso della mano, nei profili degli anni che ti ridono piano per insufficienza di scherzi diversi e diversamente più veri e più vivi: come i tuoi.
È bastato un sorriso per aprirti per sconfinarti fino nell’anima e per carezzarti quel dolore bellissimo del primo amore fatto. È bastato il tuo sguardo, il tuo dolore dolcissimo per piangere, per arrivare a vivere. Dove sei, dove ho una chitarra, un cane e il tuo amore di fronte al mondo. Dove ho finito per aprire le finestre dell’anima per volare con te, per raggiungerti dove. (Come illusione poetica d’ove.)

***
Paul Smith, l’altro me
di Paolo Paolacci
2013, 217 p., brossura
Robin
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Il commento di NICLA MORLETTI

La narrativa di Paolo Paolacci ci riporta ad una suggestiva atmosfera che non solo affascina, ma ci rende partecipi del suo mondo interiore espresso con scioltezza e armonia di parole. Nella sua scrittura notiamo un realismo che forse supera il vero e proprio naturalismo tradizionale nel dare vita ad un opera non facilmente identificabile con altre dato che include una propria personalità ed originalità. Si può parlare in questo caso di una moderna sensibilità poetica e artistica che dà vita ad una narrazione animata da una fluidità ritmica, adeguata alla modernità tematica tesa a modellare la vita, a descriverne le fasi più salienti nelle sue varie sfaccettature. Tutto inizia durante “Un Natale moderno” con una pioggerella fina che bagna la città, mentre la corsa dei giorni, dei mesi e delle festività continua a ripetersi. Scrive l’autore nella postfazione: “Ho pensato a Paul Smith come se fosse un amico da portarsi dietro, a cui confidare segreti per cercare conforto e una via d’uscita.” Un’idea geniale questa, per dare vita ad una serie di racconti attraverso i quali ciascuno di noi “può trovare strumenti di osservazione di se stesso e del mondo che lo circonda” come scrive Alessandro Quasimodo nella prefazione. L’autore gioca brillantemente, attraverso un linguaggio fluido, moderno, dinamico, con il suo alter ego. Ne nasce un dialogo spigliato, attraente, convincente, interessante che dà vita a storie in cui possiamo ritrovare una parte di noi. Il messaggio che ne deriva diviene così universale. Bella la frase in cui Paolo Paolacci dice: “E fu in un breve attimo che capii in pieno il mondo: lo perdonai.”.

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