“Come, come?… Continua.  Questa idea del capro espiatorio non è male; direi che mi interessa un bel po’, mi intriga”.
Erano secoli che non lo sentiva interessarsi ad uno qualsiasi dei suoi argomenti, che sempre, immancabilmente, venivano liquidati da un “Ah, sì…” e dal silenzio che a questo seguiva, quando non ne scaturiva un litigio violento e totalmente privo di presupposti…la pura e semplice risposta ad una sollecitazione terapeutica e catartica, appunto.
Ma questo colloquio non avveniva nello studio di un analista.
L’idea del capro espiatorio non era certo sua o, meglio, non solo sua, anche se lei c’era arrivata da sola, attraverso il suo cammino solitario di dolore, il suo male di vivere.
I trattati di psicologia ne erano e ne sono pieni.  Così le avrebbe detto di lì a poco il terapeuta con cui avrebbe confrontato questa sua supposizione, che, dopo il primo colloquio, sarebbe diventata una calma certezza, perché supportata dal sapere ufficiale.
Non era nuova a scoperte come questa.  Le sue supposizioni erano spesso risultate conformi a teorie consolidate. E anche questo aveva sempre fatto rabbia a tutti, specialmente nella sua famiglia.
Che lei avesse ragione in qualche sua affermazione, per quanto ricordava, non era mai stato riconosciuto apertamente e serenamente da nessuno di loro, tranne che da suo padre, naturalmente…Magari tacevano, consapevoli del vecchio detto, ma di un bel “Hai ragione” non aveva memoria.
Ed Elena aveva, anche se da poco, superato i quaranta.
“Che intendi, quando dici “capro espiatorio”, espiatorio di che?”.

***

Brano tratto dal libro “Il capro espiatorio” di Paola Pica, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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24 thoughts on “Il capro espiatorio di Paola Pica

  1. Cara Paola Pica, il mio brevissimo intervento su dono di sè e sacrificio non è altro che una riflessione in cui in realtà proietto solo me stessa con le mie problematiche, e che non è pertinente alla trama del tuo lungo racconto che sono andata a leggermi. E’ che mi sono comportata da “buon lettore” perchè mentre leggevo non cercavo di capire quanto lo scritto fosse autobiografico, ma quanto e come esso risuonasse dentro di me.
    Complimenti, mi è piaciuto molto.

    1. Carissima Antonella, finalmente “qualcuno” (chiedo scusa per la banalità espressa da questo indefinito)che si comporta da oziano “buon lettore”, come si addice a te, abituata a leggere e recensire gli scritti di molti.
      Sapere che Elena abbia toccato corde tue intime, anche se sicuramente grazie a personali voli pindarici mentali, mi lusinga. E’,infatti, questo ciò che vorrei accadesse in chiunque si accosti alle storie che mi piace creare. Ma, forse, anche la critica letteraria ha bisogno di studio e riflessione, prima di essere “sparata”, con certezza sottintesa…non credi? E tu ne sai qualcosa. Grazie. PAOLA

  2. Entro con un mio un commento tipo passo e chiudo: ma non è che chi si sacrifica per qualcuno è perchè svaluta se stesso o non crede in sè? E allora accetta il ruolo di capro espiatorio perchè non ne può avere un altro, in quanto non se lo dà. Il sacrificio non mi piace , la donazione di sè sì.

    1. Cara Antonella Sambucci, grazie per questo ulteriore intervento su uno dei miei scritti, per il quale mi sento onorata, vista la preziosità della penna che di solito scrive su pagine lette da molti.

      Condivido pienamente la differenza tra sacrificio e dono; e preferisco anch’io il secondo, assolutamente. La linea che li divide, però, è molto sottile e, comunque, questa distinzione non riguarda Elena…almeno, non nelle mie intenzioni, quando l’ho creata. Ci si è trovata,e basta, in quella veste di capro espiatorio. A proposito, il messaggio alla “passo e chiudo” è pregevole, nella sua perentorietà, ma è rivolto alla mia protagonista, vista come “autovittimizzatasi”, oppure è un commento genericamente valido, sulle conseguenze dolorose del non-Amore?
      Sarebbe troppo sperare in un secondo “passo e chiudo” di chiarimento?
      Ancora un grazie e un caro saluto. PAOLA PICA

  3. Ho sentito arrivare una frecciata…che mi ha fatto traballare i pensieri.
    Io non volevo assolutamente dire che la tua creatura sia *tonta* e mi dispiace se hai interpretato così il mio pensiero, la tua creatura è infelice in un modo grande e unico, come ci sono gli amori grandi e unici, l’infelicità può portare nello studio di un analista, la felicità sotto un cielo di stelle.

    Maria Luisa Seghi

    1. Brava, ancora una volta. Ma, ti prego, non sentirti colpita da nessuna freccia e non pensare che il mio “tonta” sia uscito dal sentirmi offesa. Tutt’altro. Il tuo, il vostro continuare a rimandarmi la pallina delle vostre definizioni mi piace molto. E mi piace la tua antitesi “studio dell’analista / cielo di stelle”, riguardo alla felicità e alla sua assenza. Ma l’Amore? Che fine ha fatto la nostra ricerca? Ti do uno spunto: secondo Gaetano, Elena dovrebbe cercare di “agganciarsi al soprannaturale”, per districarsi dalla spirale di tristezza in cui è imprigionata. Io, invece, pur essendo credente, sostengo che l’Amore la potrebbe salvare in terra; intendendo l’amore dei suoi.
      Certo, visti i fatti di cronaca, con il bimbo di otto mesi preso a morsi ai piedini e poi ucciso…ad Elena non è andata poi così male.
      Ti ho dato un po’ di “cibo per il pensiero”, come dicono gli inglesi? A presto e un bacione, cara M.L. PAOLA

  4. CARA PAOLA
    Ho letto con simpatia questo duello fra te e Gaetano, che non è proprio un duello ma uno scambio di opinioni.
    Io ho avuto il piacere di leggere il tuo libro, e la mia mente si è posta molte riflessioni a riguardo della sofferenza di Elena che si sacrifica al posto degli altri, io penso che lei vada dall’analista per poter parlare liberamente dei suoi pensieri più profondi, cosa che in casa non poteva mai esprimere come voleva, penso anche, che in fondo in fondo si era ormai abituata a questa sofferenza, non vedeva altre strade, nella sua infelicità si sentiva viva, proprio sentendosi il capro espiatorio della famiglia.

    Un grande amore…può essere anche sacrificarsi per gli altri.

    Maria Luisa Seghi

    1. Allora sei anche tu dalla parte di Gaetano…cara M.Luisa:certo che il grande amore (coppia inclusa o esclusa)si esprime anche sacrificandosi per gli altri; perchè, in fondo, “fa bene”, come dice Gaetano. Ma non è giusto che la mia “creatura”, così sofferente, vi sia sembrata anche tanto tonta da sentirsi bene e da abituarsi all’assenza totale di affetto e, addirittura, da sentirsi viva. Allora, il non-Amore può sortire effetti benefici al pari dell’Amore?
      Ah, Ah,come mi piace questa piccola polemica. La palla sta a voi adesso…dico “voi”, perchè quel segugio di Gaetano sicuramente sta leggendo tutto e si rifarà vivo presto. Un caro saluto e un grazie per il tuo intervento, cara Amica. PAOLA

      1. Ciao Paola! Son felice di aver scoperto questo Blog grazie a te, la discussione sorta intorno al tuo libro è veramente molto interessante.
        Riguardo a mio concetto di Amore penso che quello con la A maiuscola per eccellenza sia l’amore cristiano, ma io lo interpreto in senso letterale cioè per me ” ama il prossimo tuo come te stesso ” significa appunto che devi amare te stesso principalmente e che lo stesso bene che vuoi per te lo devi riservare agli altri.
        Quindi, non annullarsi completamente per gli altri perchè la nostra vita ha un valore, pari a quella del nostro prossimo, visto che Dio ce l’ha donata. In parole povere il mio amore verso gli altri non prevede il sacrificio totale….non so se un teologo approverebbe questo mio concetto di Amore cristiano…ma d’altronde io sono umana !
        Comunque tempo fa avevo letto un libricino intitolato “Perdonare” di Camillo Regalia e Giorgia Paleari edizione Il Mulino, e c’è una differenza tra perdono e riappacificazione, l’uno non prevede per forza l’altra.
        Forse noi a volte confondiamo i due concetti quando invece non coincidono…non sono un’esperta ma mi risulta che il concetto di perdono sia diverso anche all’interno del cattolicesimo, mi sembra che per i protestanti non ci sia questo “obbligo” a perdonare…

      2. Carissima Stefania, hai centrato perfettamente l’idea che volevo esprimere riguardo all'”agganciarsi al soprannaturale” di Gaetano (vedi sopra): sarebbe bello avere sempre presente gli altri e il fatto che agire per loro “fa bene a noi”. “Agire”,però, non deve corrispondere mai soltanto a “soffrire”.
        Condivido anche la tua distinzione, egregiamente supportata, tra riappacificazione e perdono.
        Elena (se mai dovessi completare IL CAPRO con la seconda parte che ho in mente)ha perdonato sua madre; ma non si riappacificherà mai con il resto della sua famiglia. Solo, dovrà aspettare che non ci sia più in scena la prima, per dimostrare tutta la sua indifferenza verso i fratelli; perchè il perdono accordato a sua madre non si concilierebbe mai con la guerra fredda e più violenta di una aperta e cruenta. Adesso Elena si trova in un limbo, in apnea non dolorosa, dove solo l’analista poteva guidarla…e un analista non è un sacerdote nè un guru che possano guidarla alla PACE totale.
        Grazie, Stefania, di avere indirizzato questo dibattito sull’Amore verso il concetto di Perdono, che ne è parte integrante.

        Approfitto per chiederti quali libri ti avevo inviato, perchè, avendo affidato a qualcuno la pulizia della mia mail (mancanza di tempo, per farlo da me), non trovo più il mio messaggio a te in proposito. Ti prego, rispondi qui o lì. Un abbraccio. PAOLA

  5. Carissima Paola, c’e’ un analista che tutti dovrebbero avere. Ed e’ senza prezzo. Perche’ piu’ prezioso dell’ oro. Infatti recita un proverbio : “Chi trova un amico, pesca un tesoro”. Ecco l’ analista per eccellenza.

    1. Concordo appieno con Gaetano: il potersi sfogare con un vero amico sostituisce perfettamente il lavoro dell’analista.
      Elena però sembra essere sola al modo, la famiglia le ha voltato le spalle e non ha nessuno che l’aiuti, tanto è vero che, avendo dei seri problemi di salute, si trova a dover elemosinare un passaggio in macchina al fratello (che non glielo offre spontaneamente).
      Oppure possiamo immaginare una sorta di “pudore” di Elena nel parlare di certi argomenti, che la porta ad aprirsi più facilmente con un estraneo, l’analista appunto,piuttosto che con un amico.

      1. Ciao, Stefania. Che piacere ritrovarti! Grazie per la tua rinnovata presenza.
        Sì, hai ragione ad essere d’accordo con Gaetano, circa l’importanza dell’amicizia, e anche riguardo alla solitudine di Elena. Può sembrare inverosimile, ma il mondo è pieno di persone sole come lei e, forse, è proprio questa condizione esistenziale che rende indispensabile il supporto della psicanalisi; non credi?
        Non hai però espresso il tuo parere sul concetto di AMORE: forse non ti sei accorta del piccolissimo blog-nel-Blog, che si è originato dal replicare tra me e Gaetano. Se hai due minuti, vai indietro nei commenti, dai uno sguardo e aggiungi la tua idea.
        Tutto è nato dall’analisi dell’assenza, nel CAPRO, dell’amore familiare, dato sempre e comunque (oltre che erroneamente) per scontato.
        Ciao, per adesso. PAOLA

  6. Carissima Paola,
    e’ la prima volta che chiosi un mio commento circa ” Il capro espiatorio”.
    In privato mi avevi soltanto accennato a questo tuo racconto. Volentieri acconsento ad un “dibattito” riguardo al termine AMORE su questo BLOG, onde aprir anche ad altri le finestre espressive.
    Il sostantivo si presta a diverse analisi. Nemmeno i massimi filosofi son riusciti a definirlo. Solo Gesu’- con una definizione plastica – l’ ha ben focalizzato. Dicendo, in sostanza : ” L’amore e’ donarsi totalmente agli altri”. Perche’ – e cio’ diventa esperienza – far del bene fa’ bene. Ovviamente al sentimento occorre coniugare il raziocinio. E non sempre il moto del cuore va’ seguito. Tal volta i migliori atti di amore fanno – all’ inzio, e in apparenza – soffrire.
    Elena si scontra con l’ egoismo, come noi sperimentiamo ogni giorno. E ne soffre terribilmente. E nell’ analisi della vita passata cerca anche di comprendere le chiusure altrui. Ma senza successo. Allora si considera un “capro espiatorio”. Un agnello sacrificale, insomma. Ma qui la sua analisi di ferma. Tormentata, si rigira in una spirale inestricabile. Per compiere il salto di qualita’ dovrebbe agganciarsi al soprannaturale.

    1. E, in effetti, Elena è “agganciata” al soprannaturale…altrimenti l’avrebbe fatta finita, invece di cercare aiuto. Solo che il suo ultraterreno non la consola ed è anch’esso improntato al suo male di vivere, che potrebbe trasformarsi in un peggio: sa che non deve farlo, quel balzo nell’aldilà del suo dolore. Dovere e ancora dovere, anche il dovere di vivere…ma con raziocinio, come dici tu: allora va dall’analista. Ma quante Elene non possono permettersi il costo dell’analisi e devono barcamenarsi in una vita senza Amore? E non sto parlando del “semplice” amore di coppia; bensì di quello a cui ogni nuova vita che si affaccia su questo nostro mondo avrebbe diritto.

  7. La serenita’ si ritrova soltanto dialogando con la propria coscienza, ch’e’ il giudice piu’ severo e – insieme – piu’ onesto di noi stessi.
    Aiuta lo psicologo (chiamato dalla vulgata moderna analista). Tal volta – nei casi maggormente gravi – lo psichiatra. Ma, alla fine, ci salva il franco dialogo interiore. La felicita’ dipende da noi. Come la scelta. Seppur i condizionamenti esistono, influenzando la prima e la seconda.
    Ne “Il capro espiatorio” Paola Pica racconta il dramma di Elena, terzogenita di una famiglia borghese impregnata di formalismo e superficialita’. E ne svolge i suoi tormenti, stemperati, in chiusura, dal perdono(parziale) e da una maturita’ che sentenzia alla luce dell’ imperfezione umana.
    Siamo tutti fragili. E in misura diseguale, ma certa, egoisti. Ci salva l’amore. Quello che Elena ha sempre inseguito. E che si declina nel servizio agli altri per il nostro bene.

    1. Caro Gaetano, ancora un grazie per la tua assiduità nel commentarmi…il che significa, prima di tutto, nel leggermi. Devo dire subito che non so se ho già replicato a questo tuo commento, visto il nostro scambio privato tramite mail. So di avere “parlato” con te del CAPRO ma sono confusa circa le sedi del nostro scambio di idee a questo proposito. Infatti, ho controllato la mia mail, ma non so se una replica in attesa di moderazione sia rintracciabile dall’autore o meno, prima della sua pubblicazione. Spero che la Redazione voglia, comunque, pubblicare anche questa seconda mia replica (ammesso che sia tale).
      Hai fatto di nuovo centro nell’interpretare il mio disegno creativo del personaggio Elena all’interno della famiglia, ammesso che la si voglia considerare tale:la mia anti-eroina insegue l’amore; quello che il legame di sangue dovrebbe dare per scontato. Ma cosa vuoi dire esattamente, quando affermi che tutti lo ricerchiamo, questo Amore, e lo troviamo (declinare=modulare e, quindi, ottenere?) “nel servizio agli altri per il nostro bene”? Elena lo desidera disperatamente ma non è pronta a strisciare, come i fratelli vorrebbero, pur di ottenerlo. O forse il tuo era un invito, puro e semplice ad amarci gli uni con gli altri in modo totale e cristiano? Elena il suo bene lo vorrebbe in terra, nella sua famiglia…anche se, forse, non esclude una ricompensa al di là del suo tempo terreno. Se così fosse, credo che non avrebbe neppure pensato all’eventualità del suicidio. Grazie per avermi dato l’opportunità di analizzare da fuori questa giovane mente di donna sofferente, come se non fossi stata io a crearla sulla pagina. Rispondimi, ti prego, qui sul nostro Blog; così che altri eventuali lettori interessati a questo nostro scambio sul termine AMORE possano contribuire ad esso. Mi piacerebbe moltissimo che questo avvenisse. Ciao! E scrivi quando vuoi anche di là (=mio indirizzo mail).PAOLA

  8. Questo libro, certamente autobiografico – come del resto lo sono tutti i libri autentici – ci racconta un “romanzo familiare” e soprattutto il percorso difficile e liberatorio dell’autrice che perviene a se stessa attraverso scelte dolorose ma necessarie. E’ un grido che denuncia ipocrisie, falsi decori e perbenismo che soffocano i germi di autenticità della relazione e inquinano ogni vero rapporto. Un bel libro che ci induce a simpatizzare con l’autrice, a trepidare con lei e a dirle infine: brava!

    1. Caro ed egregio Professor Manfroni, che piacere trovare un Suo commento al mio IL CAPRO ESPIATORIO; commento uscito da una “penna” di letterato ed esperto delle discipline che io cerco di indagare… senza i mezzi professionali che Lei possiede. Un grazie di cuore per l’interesse dimostratomi e per il Suo giudizio di autenticità: sì, mio padre è tutto lì, tra le mie righe. Per fortuna, il resto è soltanto esasperazione romanzata di un fondo di realtà conosciuta in un “altrove” alla mia famiglia…ma, comunque, vissuta e sofferta. Grazie, caro e prezioso lettore.
      Perchè non onora questo nostro Blog con il Suo I MILLE VOLTI DI ULISSE o con la Sua lettura di Turgenev in prospettiva analitica? Oppure potrebbe offrire a tutti noi una piccola parte del Suo lungo saggio “LE MANI RACCONTANO”,uscito sulla rivista “Manovre” della Fondazione Savonese per gli Studi sulla Mano. Come vede, conosco abbastanza della Sua produzione, per apprezzare particolarmente il Suo riconoscimento alla mia (piccolissi-
      ma).
      Sono sicura che sia la Redazione che tutti noi fruitori del Blog Le saremmo grati e che le modalità non Le ruberebbero troppo tempo. Un caro saluto. PAOLA PICA

  9. Complimenti per queste pagine che inducono alla riflessione sul diario emotivo introiettato da ciascuno di noi, dove grovigli di sentimenti riaffiorano addensando ombre e, al tempo stesso, chiarendo punti oscuri della memoria. Cordiali saluti

    Daniela Quieti

    1. Gentile Daniela, un grazie per i suoi complimenti e per avere individuato la mia intenzione di parlare alla parte più segreta di ognuno di noi, me compresa. Un intento di ricerca personale (il ricordo di mio padre nella mente di me bambina) e di aiuto alle tante persone a me sconosciute e che credevano che solo nella loro famiglia potessero essere capitate situazioni distanti dagli ideali di facciata. Grazie dell’interesse dimostratomi. Un caro saluto. PAOLA PICA

  10. Sei stata brava nel descrivere quello che a volte si cela dietro la facciata perbenista di molte famiglie, dove in apparenza tutto sembra funzionare alla perfezione.

    Viene spontaneo fare dei parallelismi tra la propria vita e quella di Elena e chiedersi: come mi sarei comportata io al suo posto ? Avrei perdonato ?

    Secondo me il perdono di Elena non è totale in quanto appare rivolto esclusivamente verso la madre e non verso i fratelli e non è propriamente “disinteressato”, in quanto nasce dal suo bisogno di salvare qualcosa della propria famiglia e quindi anche se stessa.

    Insomma, il tuo romanzo lascia aperti molti interrogativi e mette a nudo l’anima di chi lo legge…

    Non so se sia un ragionamento azzardato, ma mi sembra quasi che sarà il lettore a scegliere il finale che più gli si addice, il quale sarà diverso a seconda delle risposte che egli darà alle seguenti domande:

    Elena supererà il proprio disagio ?

    Ricucirà in modo sincero il rapporto con la sua famiglia o volterà pagina e da quel momento in poi guarderà solo al futuro senza voltarsi più indietro ?

    1. Cara Stefania, grazie ancora una volta della tua presenza a commentarmi.
      Quanto alla tua analisi, coincide quasi perfettamente con il mio piano creativo del personaggio Elena:il suo perdono, infatti, non include i fratelli e quello riservato a sua madre è possibile solo con l’aiuto dell’analisi (senza nessun apparente contributo dell’analista, naturalmente) e in nome degli stessi valori che l’hanno salvata dal farla finita.
      Elena è già fuori pericolo quando capisce di dover chiedere un aiuto professionale… visto che non ha sostegni di altro tipo.
      Ma le basterà, d’ora in poi, la compagnia di suo padre, del quale ha riconosciuto l’avvenuta morte fisica con l’aiuto del suo dottore, che la sta ascoltando e che,con il riconoscimento concreto e tangibile che solo le parole pronunciate possono dare ai pensieri segreti e personali, fa sì che tale figura assuma carattere di “presenza” nel suo mondo popolato di assenze. Tali presenze-assenze non avranno più, da questo momento, il potere distruttivo che stava per spingerla a raggiungere suo padre.

      Un caro saluto. PAOLA PICA

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