Poppy field di Steve Thoms

“Dedicato a mio padre, deceduto il 29 novembre 2014”
Nicla Morletti

È un caldo pomeriggio di giugno. L’aria è quieta, il cielo terso come un cristallo. Da lontano, tra le bionde spighe, si allargano purpuree macchie di papaveri, mentre nell’aria si perde il profumo delle erbe aromatiche: mentuccia, nepitella, lentischio.
Sola, tra i caldi colori della campagna, ascolto il loro bisbiglìo incessante.
Coccinelle dalle elitre rosse si posano sui petali delle rose. Piccoli uccelli di bosco, dalla testolina nera e il  becco sottile, svolazzano tra i fili d’erba.
Ad un tratto, s’innalza il  loro canto: dolce, armonioso, soave, a tratti velato di malinconia. Le note si propagano per la campagna. Il vento cala. Tutto è calmo. Sembra che la natura  si sia fermata ad ascoltare. Anch’io.
La capinera canta, canta ancora. Tendo l’orecchio: è un melodia  disperata. Sembra voler dire: “Ascoltate la mia canzone,  canto per voi!”
Ma chi altro può udire, se non io e le piccole creature del bosco! Se non io e gli abeti e le pietre della cava abbandonata che si apre davanti ai miei occhi tra cespugli di rovi?
I rovi oggi ricoprono la cava.
Là sotto, tra blocchi di travertino, ora navigano anatre su acque stagnanti. Un tempo, schiere di operai  lavoravano senza sosta, dall’alba al tramonto. Sotto il sole cocente o con la pioggia. D’inverno o d’estate. Con il cuore colmo di tristezza o con un sorriso sulle labbra. Ma forse non c’era tempo neppure per provare emozioni… E i loro volti, pian piano, divenivano duri come la pietra che strappavano alla terra.
Eppure, a sera, quando tornavano a casa,  prendevano di nuovo lo scalpello. Dal travertino ricavavano statue, anfore, capitelli, oggetti d’arte. Anche mio padre. Ed era una luce particolare quella che brillava nei suoi occhi in quei momenti.
Hanno costruito un intero paese con solide case, circondate da giardini con sculture di marmo, colonne, fontane e muretti di cinta di travertino.
Li ho visti, un giorno, tanti anni fa.
Li ho visti lavorare in cava, con le mani immerse nell’acqua gelida e i piedi nel fango.
Ho visto rughe fonde solcare i loro volti. Ho stretto le loro mani screpolate e forti.
Li ho chiamati, ma non mi hanno sentito. Il rumore delle macchine era assordante.
C’era là anche mio padre. Mentre lavorava cantava e nessuno poteva udirlo. Certe volte avrebbe voluto parlare, ma nessuno poteva ascoltarlo. Il suo era un canto melodioso, a tratti disperato, come quello della capinera…
Una folata di vento più forte pare risvegliare la campagna intera.
La capinera tace. I fili d’erba si muovono di nuovo. I fiori di campo piegano le loro bianche corolle. Il bosco vicino riprende il suo chiacchierìo di foglie, pettegole e gaie. Garriscono, stridule, le rondini intrecciando voli sui blocchi di pietra corrosi dalla ruggine. Si posano sui fili anneriti dal tempo, per poi volare alte verso le verdi chiome degli alberi.
Non odo più il canto della capinera.
Se n’è andata a deliziare altri con le sue note armoniose… Oppure riposa, silenziosa, nella pace del suo piccolo cuore, tra i rami di un albero, o tra quei massi secolari…
Mi guardo intorno. In lontananza altre cave, abbandonate, immerse nella quiete della campagna.
Ho l’impressione di percepire suoni, rumori, echi lontani… O è solo il sibilo del vento?
Fa caldo. M’asciugo la fronte madida di sudore. Con il dorso della mano, come erano soliti fare gli uomini della mia terra.
Rivedo i loro volti abbronzati. Odo le loro voci e il suono di una sirena…
Ed a coloro che mi hanno chiesto da chi avessi imparato a scrivere versi d’amore, ho risposto:
“Da mio padre, un uomo che scolpiva volti di pietra.”

Racconto tratto dal libro “Vento d’estate” di Nicla Morletti

Immagine: Poppy field di Steve Thoms, particolare

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19 thoughts on “La cava abbandonata

  1. Racconto semplicemente meraviglioso, come l’anima della scrittrice: essenza di sé, punto linea superficie. Un quadro a parole dipinte più che scritte, in una cornice di pura poesia.
    Grazie

  2. I ricordi si immergono nel mare e come maree ritornano nel cuore, che altro aggiungere, a te l’abbraccio affettuoso da chi scava ancora per ritrovare le sue radici, brava come e più di sempre. Mariarosa

  3. E’ una pittrice che scrive. Una scrittrice che dipinge. Le parole sono colori, odori, suoni. La memoria, invece, mette in movimento le immagini nella mente del lettore, dal presente al passato e viceversa e la vecchia cava, ora ricoperta di rovi, rivive e si anima con schiere di operai che lavorano senza sosta… Poi all’improvviso la capinera tace. E la campagna torna quieta, i ricordi si stemperano in una folata di vento più forte. E’ un regista che scrive. Campo lungo. Un immenso paesaggio di ricordi, di natura, di memoria. Emozioni che si dilatano all’infinito.
    Un brano di grande, grandissima prosa.

    1. Grazie di cuore, Robert.
      Grazie. La vecchia cava ricoperta di rovi, attraverso il pensiero e le parole, riprende adesso vita come un tempo. E le capinere cantano ancora tra le rose di macchia e i fili d’erba. Poi si leva il vento. Ed io mi rivedo bambina, i biondi capelli, in piedi sulla collina a guardare quell’immenso paesaggio che ancora mi rapisce il cuore. Ed ho le braccia tese al cielo.

  4. Nicla dipinge ancora con la sua penna lieve eppur tagliente,i colori e le forme della natura più pura allietata da canti di uccellini e capinera.Ed ecco la cava e la fatica stremante di chi vi lavora nel gelo e nel fango,ma è un lavoro che non abbrutisce perchè con l’abilità delle mani,il lavoro stesso diventa arte che fa scolpire volti di pietra.
    E’, stato bello leggere,bello riflettere.
    Complimenti.
    Elisa.

  5. Quel che torna, per quanto ho letto, non è il passato, ma la melodia dei ricordi come di note di una musica che una volta udita torna nelle orecchie.

    1. Il passato non torna mai. Non ci sono ritorni all’infanzia e all’adolescenza.
      Quello che è stato è stato e quello che sarà sarà, però tutti noi abbiamo radici, come grandi alberi, affondate nella terra in cui siamo nati e cresciuti. Terra che ha ancora suoni, volti, fragranze che non andranno mai perdute nelle pieghe della nostra anima.

      Grazie Francesco Paolo Percoco.

  6. La mente si abbandona trasporata dal vento dei ricordi.Porta lontano e l’anima si colma di gioia, là dove germoglia e fiorisce la vita. Abbraccia quella sua terra antica che fa da cornice ai ricordi lontani. Osserva il campo dorato e ascolta le sue melodie, mentre la poesia scolpisce il cuore…

    Bellissimo.Nicla.

    Un caro abbraccio.Anna Laura.

  7. Cara Nicla,
    versi scolpiti anche i tuoi, come i volti di statue scolpiti nella pietra da uomini “grandi” come tuo padre. Come Ozymandias di Shelley, immagini che non passeranno con il passare del tempo, il cui valore, anzi, crescerà e si staglierà quale immutabile monito di virtù passate che si porranno ancora come modello atemporale per le generazioni che verranno. Tante le sensazioni dentro di me in questo momento, dopo avere letto questo passo. Io, al posto di quegli uomini affaticati dal duro lavoro manuale compensato nella privata creatività della sera, ho visto altri volti, quelli di emigranti in America, negli anni ’20, uomini come mio nonno o altri più sfortunati di lui, sfruttati e ridotti al silenzio non solo per mancanza della “parola” o della lingua per comunicare, ma dallo sfruttamento e, talvolta, dall’odio gratuito verso il più debole, privo dei diritti civili e, dunque, in più.
    La natura, come sempre, fa da sfondo alle sofferenze dell’uomo.
    Un abbraccio
    Lucia Sallustio

    1. Cara Luciana, il tuo è un commento molto bello e autentico e ti ringrazio.
      Questo racconto è tratto dal libro “Vento d’estate” che fu pubblicato nel 1996. All’epoca, per le tendenze letterarie di allora, fu considerato “rivoluzionario” e fece molto scalpore. Ne uscirono tre edizioni. Dette origine a dibattiti e riflessioni.

      Un abbraccio.

      Nicla Morletti

  8. La capinera canta per te, Nicla, che guardi con gli occhi del cuore i luoghi della memoria … i rovi hanno ricoperto la cava ed il tempo ha cancellato i rumori ed il canto di quell’uomo, che nessuno potrà ascoltare …
    Ma i ricordi hanno ancora i suoni ed i profumi di allora.
    I volti scavati e le mani screpolate e forti sono i segni del nostro essere, della nostra vita e di coloro che domani verranno.
    Splendido il tuo brano, “scolpisce” le radici dell’anima, come quella pietra, che diventava “viva” nelle mani di tuo padre che ti ha insegnato a scrivere “versi d’amore”.
    Grazie a te di questo prezioso dono. Marisa

    1. Cara Marisa, grazie. Ci sono volti, suoni, storie che non possono essere dimenticate. Come le nostre radici, gli affetti e i primordi della nostra vera essenza di vita.

      Affettuosamente.

      Nicla Morletti

  9. Gentile Nicla,
    desidero aggiungere che proprio in questi giorni si commemora nella mia città la scomparsa della scultore Pietro Cascella, tanto pescarese quanto toscano insieme, che definiva la pietra “l’ossatura della terra”.
    Un caro saluto

    Daniela Quieti

    1. Cara Daniela, ti ringrazio per aver ricordato il Maestro Pietro Cascella. Era mio amico. Ha lavorato il travertino di Rapolano Terme (Siena), la mia cittadina, facendone magnifiche sculture. Diceva che era la miglior pietra in assoluto. La plasmava con lo scalpello, le dava forma e soffiava su di lei sentimenti ed emozioni. Le dava vita.
      Un giorno mi disse che io ero una donna fortunata perché vivevo in una terra forte come il travertino e che le mie parole, la mia scrittura ne traevano la stessa forza.
      Continuò a venire a Rapolano Terme con sua moglie, per respirare l’aria, dicevano, che aveva respirato Mario Luzi quando scriveva le sue poesie da adolescente, lì vivendo tra le Crete Senesi. Lo ha fatto fino alla sua scomparsa. Adesso nel Parco di fronte alle Terme ci sono tante sue sculture, ma una in particolare mi attira, alta, imponente, radiosa: “La Porta dell’Acqua”. Oltrepassando quei gradini, si entra in un magico mondo e si scopre la purezza dell’infinito.

      Un saluto affettuoso.

      Nicla Morletti

  10. Voci, colori e tradizioni che si fondono nella storia di un itinerario spirituale e di una terra, aprendo le porte sul ricordo di giovani di un altro tempo per entrare nel cuore dei giovani d’oggi. Un canto che sa scolpire ancora la pietra e il cuore.
    Con affetto

    Daniela Quieti

  11. Grazie, Andrea, ho apprezzato molto il tuo commento. E’ proprio così. Noi ci portiamo nel cuore per sempre l’essenza della nostra terra d’origine, la forza e la dignità dei nostri genitori, dei loro sobri contemporanei, dei nostri avi… Perché da lì veniamo e nasciamo. Da lì è scaturita la nostra vita.

  12. penetrare la natura, immergersi nei suoni e nei colori, è ricercare le nostre radici, quel senso di fatalismo, di disperazione e allegria intimamente mescolate, che non potremo dimenticare, perchè fanno parte del ciclo della vita. E danno la vita. Perchè da queste veniamo, dalle mani screpolate che hanno costruito anche per noi, senza darsi riposo. E immalinconisce non poter ringraziare i nostri genitori, i loro sobri contemporanei, non poter fermare il tempo che trascina all’abbandono le loro opere. Eppure rimane nel cuore, per sempre, la loro forza, la loro dignità. Una prosa ricca di sensazioni e ricordi, che ci fa riflettere.

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