quasi per morire, qualora fosse notte

E non so se cantare a volte
sulle spoglie montagne di routine, per ore,
a condire nei dialoghi l’ego asciutto
quasi per morire, qualora fosse notte
e talvolta è stata tale l’ora – ricordo ancora,
            ricordo slave rugiade e torrenti
            di povere parole, con gli sguardi
            a volte qui, a volte altrove,
            nei bacini della corsa col tempo –
e non saprei se ero là da ricca o povera;
e non saprei se ero schiava o dimora stessa;
            so l’ombra abbracciarmi e dire: dov’ero?
Quasi per morire, qualora fosse notte
e a volte tanto piano da morire io stessa in mano
in mente, nelle ginocchia straripate dal sonno;

avrei forse dei canti a spartire con le montagne –

        ergo t’amo
                nei fruscii delle foglie sotto il vento
                e con la pioggia so di caderti nel pensiero
                pur io, con gli occhi e nelle labbra,
                nei fiori dei campi al sole
                e nei girasole, amore;

        ergo esisto
                come statua marmorea per restare fresca
                – sarà dunque tale il futuro? – nelle gote del mare
                e negli occhi delle maree, negli abbracci
                e i costumi del padre, come figlia
                dunque vivo;

e muoio, qualora fosse notte
in quei tuoi occhi da mandorla acerba ma pronta a cogliersi,
nelle rimembranze di ciò che eravamo già
        una mattina, al sole, coi piedi nel cielo
        e nel sorriso, uno sguardo,
        una mano e dell’inchiostro fresco
per il canto,
        per il canto tanto vivo nelle ore tarde,
per quell’amore,
        sulle spoglie montagne di routine, per ore.

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