Quel sabato di maggio c’era nell’aria qualcosa che non andava. Da qualche giorno l’atmosfera tra loro due non era più la stessa: non che lui fosse freddo, non più del solito, ma il suo istinto la stava avvertendo di stare all’erta. Da quando suo marito se n’era andato via di casa per due mesi e mezzo nella primavera dell’anno precedente, Virginia era diventata più attenta ai particolari, ai piccoli segnali che una mente rilassata non riesce a cogliere. Ripensava alla cena che si era svolta alcune sere prima in uno dei soliti ristoranti che loro frequentavano, visto l’interesse spasmodico per la cucina e l’enologia di suo marito Giò, e alla amichevole discussione che aveva chiuso la serata.
Sicuramente quello che lei gli aveva detto lo aveva fatto riflettere, perché il suo comportamento era cambiato. Non si ricordava nemmeno da dove fosse partito il discorso, ma alla fine lo aveva rimproverato di non saperla più stimolare come una volta e di essere disattento nei suoi confronti.
Era la verità, in fondo.
Dopo sette anni di convivenza e tre di matrimonio erano diventate due persone diverse dai ragazzi che si erano innamorati nell’ormai lontano millenovecentottantaquattro. Virginia faticava a riconoscere in lui le cose che le erano piaciute all’inizio: lei era maturata negli anni, mentre lui era solo cambiato e non era azzardato dire "in peggio". Ricordava la sua gentilezza, la sua acuta attenzione ai particolari, la sua dolcezza. Niente di tutto questo era rimasto nel Giò di adesso: vedeva solo una persona distratta, presa dai suoi problemi. Ma la cosa che più la faceva soffrire era la sua mancanza di volontà nel coinvolgerla nel tentativo di risolverli. Inoltre erano anni che non le regalava un mazzo di fiori, o che non le scriveva un bigliettino o una lettera. Nei primi anni del loro rapporto gliene lasciava in giro in continuazione, con dolci messaggi d’amore eterno.
Bisognerebbe pensare sempre a quello che si dice o si scrive quando si tratta del futuro: è difficile mantenere le promesse, anche se fatte in buona fede. Meglio una parola in meno che una di troppo. In questi casi il proverbio "meglium abbundare quam deficere" non è azzeccato.
Erano le due del pomeriggio ed erano appena rientrati a casa dopo essere stati a pranzo dai suoi genitori, come tutti i sabati.
Virginia non stava nella pelle: doveva parlargli. Nell’ultima settimana si era proprio comportato stranamente. Aveva ripreso a fare le stesse cose che aveva fatto l’altra volta: tanto per cominciare fumava come un turco, dopo aver smesso da molti mesi; la sera stava fuori più del solito e a volte tornava alle sei del mattino, se non ubriaco, visibilmente alterato. Lei aveva dato la colpa a problemi di lavoro, che aveva appena cambiato, o allo stress dovuto allo studio, visto che si era rimesso a studiare per prendere il diploma che non aveva conseguito a tempo debito. Ma dentro, nel suo profondo, sapeva che il problema era diverso, che la sua freddezza era dovuta a qualcosa di più radicato. A volte si fugge dalla verità per paura di affrontarla: doveva farsi forza e indagare. Se stava per rientare in crisi doveva spronarlo ad aprirsi subito, per non ripetere l’errore madornale che aveva fatto l’anno prima: quello di nascondere la testa sotto la sabbia. A costo di soffrire.
E fu così che lo affrontò. "Ho bisogno di parlarti. Hai un minuto di tempo per me? Lo so che devi studiare, ma è importante."
Giò era seduto sulla sua sedia da ufficio con le ruote che teneva nella stanza adibita a studio e nell’udire le sue parole si girò verso di lei. Il suo viso era una maschera. Virginia intuì che tutto stava cominciando, da capo. Non sapeva se sarebbe stata capace di sopportare tutta la sofferenza che aveva provato nello scorso febbraio  e che adesso sembrava tornare a galla, come se fosse stata sempre lì, con lei, come la sua ombra. Eppure non poteva più tirarsi indietro. Aveva innescato la miccia e ora era in attesa che la bomba scoppiasse.
"Cosa c’è che non va’, dimmelo. Non tenerti sempre tutto dentro. Quando voglio sapere qualcosa devo sempre tirartelo fuori con le pinze!" Giò questa volta le rispose.
"E’ vero: ho un problema. Credo, anzi sono sicuro di non amarti più."
Accusò il colpo. Dentro di sé sentì come un leggero formicolio che partiva lentamente dalla testa per raggiungere tutte le estremità: vide le proprie mani che tremavano. Che stesse per avere una crisi di nervi? Cercò di autocontrollarsi. Non doveva farsi prendere dal panico davanti a lui. Doveva essere ragionevole. Non aveva alcuna intenzione di litigare. Ma non riuscì a trattenersi e si mise a piangere.
A volte non si riesce a fare quello che ti dice il cervello: le emozione forti hanno il sopravvento. Nonostante le lacrime rimase abbastanza presente: sentì di poter continuare il dialogo civilmente.
"Hai un’altra?" – Il dubbio era lecito. Lei non era mai stata un tipo geloso e possessivo, lo aveva sempre lasciato libero di fare quello che voleva, perché aveva fiducia. Del resto un rapporto senza fiducia reciproca per lei non era concepibile. Per tutti quegli anni  era stata sicura di lui: spesso diceva con sé stessa che il loro rapporto era invincibile e ci credeva fermamente. Non aveva mai avuto dubbi sulla sua fedeltà, fino alla fatidica primavera del 1994, quando lui l’aveva lasciata. Allora aveva sostenuto che non aveva nessun’altra, ma lei non ci aveva creduto. Tutte quelle strane telefonate sul cellulare di questa collega di lavoro, una certa Annalisa, l’avevano insospettita. E nonostante tutto continuava a voler credere in lui e ad amarlo.
"No, magari fosse così. E’ proprio che non sento più la passione. Ti voglio bene, ma questo è tutto. Ho bisogno di provare emozioni violente per sentirmi vivo e nel nostro matrimonio non esistono più.". Ok, va tutto bene, Virginia pensava e se lo ripeteva dentro di sé come una specie di cantilena, un mantra tranquillizzante: ma non andava tutto bene, anzi. E adesso? "Non puoi più restare qui" disse lentamente al marito che teneva lo sguardo abbassato sul pavimento, quasi non riuscisse a reggere il peso di quello che aveva appena detto. "Non lo sopporterei. Per favore, domani lo dici ai tuoi e ti trasferisci da loro il prima possibile: non voglio più sentire neanche il tuo odore!".
Avrebbe ricominciato una nuova vita, senza di lui. Infondo, chissà chi dei due aveva più da perdere. Ora basta, voleva pensare un po’ a sé stessa, ritrovarsi. E partire per un nuovo viaggio. Lasciarsi è un attimo, dimenticare…dipende tutto da noi.

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2 thoughts on “Lasciarsi è un attimo

  1. …. mi accodo al commento di Arsomnia, credo anche io che le situazioni simili a questo racconto ( per altro scritto in maniera molto scorrevole e piacevole ), ma l’unico appunto che posso fare ( non sul racconto ma su questo genere di situazioni ) è che a mio modesto avviso questo succede solo quando, per i più svariati motivi, non si è stati se stessi dall’inizio. Se una relazione inizia con inibizioni del carattere ( non parlo di cose hard ma di personalità ovviamente ) si arriva ad un punto nel quale poi si scoppia perchè la parte di noi che teniamo repressa ha bisogno di espandersi e di tornare a farsi vedere. Per questo credo fortemente che quando in una coppia succede lo sbotto, come nel caso di questo racconto, sia sempre e solo perchè i due non erano semplicemente fatti per stare insieme.

    Un salutone.

  2. mi viene da pensare a quante situazioni di questo tipo ci sono …

    Lasciarsi è un attimo… Mah, dipende sempre dalla situazione e poi, ognuno ha modi reattivi suoi 🙂

    Un saluto

    Ars

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