Opus de Hominibus di Mauro Montacchiesi

Omaggio a Van Gogh

A prescindere dalle tantissime autorappresentazioni, ritratti, nature morte, panorami ed interni, nei quali, oltre ad una parossistica intensità cromatica, si evince un’angosciosa e  pressoché psichedelica anamorfosi iconografica, Van Gogh regalò ai posteri tantissimi disegni ed incisioni. Immane fu il suo carisma sui canoni artistici europei dell’epoca: in Francia sui movimenti post-impressionisti e sui Fauves; in Germania, gettando le sementi dell’incipiente Espressionismo. L’Arte di Van Gogh, in quanto classica e tragica manifestazione del lievitante chiaroscuro tra il mondo interno e il mondo esterno, tra spiritualità e realtà oggettiva, è pure da contemplare in quanto originario prodromo della défaillance che condusse all’Arte di mera espressione, emancipata da qualsiasi ruolo rappresentativo.
N.B.:
Un bipolarismo quasi paradossale, sovente, canalizzò Van Gogh in quel che concerne la selezione dei temi delle sue opere: il suo grande, subliminale richiamo verso l’ambiente rurale, definito statico ed inalterabile, sovente iconografizzato con “campi di grano” e “nuvole rapide” e la sua inestricabile sinapsi con la città, velocissimo, incoercibile flusso della vita moderna , con frequenti, suggestivamente variopinte iconografizzazioni notturne di “caffè all’aperto e cieli stellati“. (Roma, Mostra del Vittoriano 2010-“Campagna senza tempo e città moderna”)
Topica, come già enunciato, per l’intendimento  del carattere di Van Gogh, è la collezione del suo carteggio con il al fratello Théo, edita nel 1913. Finché vivo, Van Gogh riuscì a vendere soltanto un dipinto. Eccezion fatta per alcuni cadeau elargiti ad amici artisti, ogni altro suo dipinto appartenne al fratello Théo ed attualmente resta, per lo più, custodito ad Amsterdam, nel museo a lui intitolato.

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Omaggio a John Keats

Bright Star

Un nobile e grande amore, tanto puro quanto clandestino, come dolce primula a primavera, nell’umida, brumosa Londra, innocente germogliò nel 1818, tra John Keats e la studentessa di moda, Fanny Brawne, sua vicina di casa. Non è retorico definirli un “singolare love affair”, poiché, in principio, John aveva catalogato Fanny come persona fatua e vacua, conseguentemente al fatto che la ragazza manteneva un atteggiamento agnostico nei confronti della Letteratura. Nondimeno, allorché Fanny venne a conoscenza delle continue ed estenuanti cure che John prestava a Tom, al fratello malato di tisi, gli chiese di accettare il suo aiuto. Quest’inattesa offerta di aiuto lasciò John completamente sbigottito. In seguito Fanny sollecitò John ad impartirle lezioni di poesia, lezioni che, fatalmente, sfociarono in un oceano di sentimenti profondi ed infuocati. Quando il mondo, cinico ed ostile, si accorse del loro amore, il loro sentimento era ormai diventato eternamente inscindibile. La loro storia d’amore diventò sempre più intensa e monolitica, man mano che aumentarono le avversioni e le ostilità.

Poesia dedicata da John Keats a Fanny Brawne

Bright Star

Bright star, would I were stedfast as thou art-
Not in lone splendour hung aloft the night
And watching, with eternal lids apart,
Like nature’s patient, sleepless Eremite,
The moving waters at their priestlike task
Of pure ablution round earth’s human shores,
Or gazing on the new soft-fallen mask
Of snow upon the mountains and the moors-
No-yet still stedfast, still unchangeable,
Pillow’d upon my fair love’s ripening breast,
To feel for ever its soft fall and swell,
Awake for ever in a sweet unrest,
Still, still to hear her tender-taken breath,
And so live ever-or else swoon to death.

Stella Luminosa

“Stella luminosa, fossi ferro come tu lo sei
ma non in solitario splendore sospeso alto nella notte,
a vegliare, con le palpebre rimosse in eterno,
come paziente di natura, insonne eremita,
le mobili acque al loro dovere sacerdotale
di puro lavacro intorno a rive umane,
oppure guardare la nuova maschera dolcemente caduta
della neve sopra i monti e le pianure.
No – pure sempre fermo, sempre senza mutamento,
vorrei riposare sul guanciale del puro seno del mio amore,
sentirne per sempre la discesa dolce dell’onda e il sollevarsi,
sempre desto in una dolce inquietudine
a udire sempre, sempre il suo respiro attenuato,
e così vivere in eterno – o se no venir meno nella morte”.

(By John Keats)

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Omaggio a Jacques de Molay

“Omnia mea mecum porto”

Si tratta di un aforisma latino che Cicerone (Paradoxa 1,1,8) ascrive ad uno dei “Sette Savi”, ovvero a Biante di Piene (VI Secolo A.C.). Letteralmente sta a significare: “Tutte le mie cose le porto con me” o, per estensione: “Ogni cosa che in me c’è di buono, la porto con me!” o, ancora: “La vera ricchezza è quella dello spirito”. L’aforisma è stato ascritto pure al dialettico megarico Stilpone (Maestro di Zenone di Cizio, con cospicua incidenza sull’indirizzo stoico), il quale, allorché Demetrio il Poliorcete, conquistando Megara, gli chiese se avesse dimenticato qualcosa, replicò: “Niente! Tutte le mie cose le ho con me!” (Seneca: Epistulae Morales, 9 18-19). Ed ancora, la paternità della frase viene attribuita anche a San Paolo il quale, ascrivendole una semantica aulicamente etica, enuncia che la santità si edifica sulle esperienze mondane che ciascuno reca seco. Allegoricamente, la semantica dell’aforisma può essere parafrasata in questo modo: “Le sole cose che invero ci appartengono sono: la nostra dignità e la nostra intelligenza.” Questi due valori sono verosimilmente tra i più topici di quelli che un essere umano possiede. Sono i valori inconfutabilmente ed inderogabilmente necessari per condurre un’esistenza all’insegna della giustizia e dell’onestà, sia nei confronti del prossimo sia nei confronti di sé stessi. Perché parafrasare questo aforisma? Perché “Filippo IV Il Bello”, di “Bello” verosimilmente aveva soltanto il sembiante esteriore, ma, anagogicamente, era l’ipostasi della più esatta antitesi dell’inclito aforisma.

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Dal libro Opus de Hominibus di Mauro Montacchiesi – IL CONVIVIO, 2011 – pag. 175
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Il commento di NICLA MORLETTI

Opus de Hominibus è un libro completo, un saggio di ampio respiro. Un lungo viaggio attraverso la storia culturale, politica, sociale e filosofica dell’uomo nel senso più autentico e vero. Sfilano sul palcoscenico della mente del lettore figure di imperatori, letterati, artisti e tutto ciò che attrae nello scibile umano.
Ben curato e dettagliato è il pensiero dei protagonisti i quali vengono analizzati a fondo dall’autore. Ottimo lo scavo psicologico che Mauro Montacchiesi ne fa con un linguaggio moderno ed uno stile accattivante. Ed ecco Caligola e poi Traiano. Seguono Adriano, Filippo IV Il Bello, Ivan IV, imperatori che, come ai loro tempi anche oggi, attraverso questo saggio vivono intensamente e fortemente nel ricordo. E la parola li rende eterni.

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