Poesie inedite di Massimo Bartolini

Il futuro non è poi così lontano: la perla

Uno stridente e fastidioso suono,
una giacca nera di plastica
sopra un paio di pantaloni jeans
attillati alla carne come ossessioni.
Un graffio trasversale su una superficia liscia e dura.
La modella di plastica e silicone con gli occhiali scuri,
l’architetto dei polimeri dissimula sicurezza,
nel clima laboratorio le provette e le ricette di chimica
assillano le sue convinzioni di banale quotidianità,
lasciate stamattina sul pianerottolo di casa,
affollano il suo cervello da dietro le lenti,
microscopi impegnati sopra un nuovo tessuto,
migliorerà le prestazioni alla scoperta
di nuovi impensabili record mondiali,
fin anche alla plastica della modella,
impegnata dalla quotidianità di tacchi a spillo
troppo scomodi nonostante la professionalità
nel saperli interpretare.
L’analista e la babysitter elettronica,
lezioni di anatomia contemporanea,
subaerea ed istantanea,
il luminare reinventerà le ragioni dei disastri,
netti delineamenti di una società omicida seriale,
nervrosi cinica di un nuovo irrefrenabile
impulso a comprare e consumare
cibo in scatola e racconti polizieschi,
argomenti da agenti della CIA americana,
l’identikit del nuovo target da perseguire.
Lì si proiettano le ragioni dei disastri,
stanze affollate intorno a tavoli ovali,
lì si creano nuove astronavi,
consuetudini e gesti quotidiani,
lì si distruggono cuori in sacrificio
e cellule celebrali morte,
lì si distribuiscono santini e nuove ragioni da vendere
o loghi, alla moda, da venerare.
Lì intorno si respira la fresca brezza del futuro carico
di rigenerato ottimismo in offerta risparmio,
un’occasione che tornerà solo a stagione inoltrata,
a compimento del ciclo di rivoluzione terrestre
al grido di ‘Salviamo il pianeta’.
Con effetto armonico di gravità,
Dolby Digital Surround,
ammettendo le proprie colpe ed espiazione promesse,
dei propri peccati in ginocchio,
in segno di redenzione del mondo
e guerra alla povertà.
Regno indiscusso dei registratori di cassa.
Sulla passerella, sicura di se, si ferma;
sguardo fermo all’orizzonte,
delineato da occhiali scuri e sprezzanti,
si gira elegantemente con la stessa sicurezza
della propria immensa bellezza,
una giacca nera di plastica scura
senza nient’altro, sotto,
un paio di pantaloni jeans
attillati come ossiessioni di possesso.

***

Shock

In alternativa mi si presentò
la possibilità dell’autodistruzione,
un momento opaco senza luce,
un periodo lungo, interrotto da soli
sparuti fulmini d’incanto.
L’intercapedine alla follia
era sempre rimasto aperto
come unico spiraglio e via di fuga,
l’alveare di ogni mia idea.
Ogni orizzonte possibile
cercai disperatamente la porta
che fosse rimasta aperta:
una totale eclissi mi sorprese.
Vanificato ogni sforzo,
sommesso ogni sottile vagito,
distratto,
descrissi la circonferenza
di quel mio presunto
piccolo significato nell’universo.
Distratto mi convinsi a tornare.
Forse ancor più solo
di me stesso,
ancor più distratto.
Carpii un ritratto alla mia mente
e mi sentii rappresentato,
un’immagine che vedo
tra labirinti, informazioni, segnali.

***

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