Qualunque cosa accada… amala di Marisa Provenzano

Era stato un fine settimana tranquillo, ma come sempre, quando si ritorna alla noiosa quotidianità, tutto cambia aspetto, o forse ritorna il grigiore di prima.
Non erano congeniali a Sofia il tedio o la monotonia, ma le capitava di pensare che il tempo sembrava consumarsi, talvolta, come si consumano l’inchiostro o le pagine di un libro.
Quell’infanzia e quell’adolescenza serene, i giochi, le risate, la spensieratezza erano ormai lontani, ma avvertiva impellente il desiderio non solo di rivisitarli, ma di riconquistarli, perché Sofia sentiva che quell’anima lacerata di oggi poteva ricomporsi ancora.
Aveva tanto amore dentro di sé, tante certezze in più di prima, tanti piccoli traguardi raggiunti e piccole gioie conquistate, ed ora aveva voglia di immortalare, cristallizzare tutto ciò, per poterlo ammirare, contemplare nei momenti bui.
Sapeva che ciò era possibile solo con l’immaginazione, poiché tutto sfugge, si consuma nella corsa del fare, del risolvere, del concludere, che rappresentano la cornice che chiude il bel quadro dell’esistenza.
Aveva scritto in una dimenticata pagina di diario: “Pura come una tela bianca, la mia vita; vorrei dipingerla di quei colori pastello, che solo gli artisti di un bel passato hanno saputo usare; con pennellate leggere, sfumate e delicate, sottili tratteggi, su uno sfondo indefinito di volti e paesaggi che sono stati miei, reali o immaginari, ma hanno fatto parte di me”.
Sentiva in maniera prepotente il bisogno di affidare alle parole il compito di trasmettere ogni messaggio che potesse rendere immortali i sentimenti della sua anima; forse era presunzione la sua, ma Sofia ci credeva.
Aveva così rimosso le cose inutili, ammuffite e stantie dalla sua esistenza, aveva arieggiato le antiche stanze della sua anima, dando respiro e vita alle piccole reliquie di un’esistenza più autentica, in cui aveva fermamente sempre creduto.
Sapeva di essere una piccola donna, ma sapeva anche che quelle parole potevano essere immortali, anche se affidate ad un pubblico a volte distratto o superficiale.
Aveva sempre scritto, ma in quel periodo riempì lunghe pagine, diede voce, con le parole, alle sue emozioni, alla sua vita.
Sofia era stata ridotta in cocci, frantumata nel più profondo del suo io, ma, come l’araba fenicia, sentiva di potere risorgere dalle sue ceneri, e l’unica sua grande forza era nella parola e nel pensiero.
Troppe volte si era accartocciata al suolo come una foglia d’autunno e troppe volte aveva dovuto rispondere alle continue domande di Andrea con pietose bugie o frammenti di verità.
Aveva letto da qualche parte che “è meglio essere feriti dalla verità, che consolati dalla menzogna”.
Era giusto che Andrea toccasse con mano la sua sofferenza, che per lui continuava ad essere solo dubbio, incertezza su ciò che era davvero successo nella sua breve vita.
Il dolore ed il senso di colpa possono diventare delle abitudini, e l’abitudine è come una insidiosa patina di ruggine che ricopre il fragile tessuto dell’anima, corrodendola e danneggiandola irrimediabilmente.
Per alcuni, per sentirsi soddisfatti, è solo sufficiente cambiare qualcosa del proprio corpo, cambiare stile nel vestire, avere successo, sentirsi belli; per altri diventa importante avere un oggetto nuovo, saziare la sete del possesso, cambiare partner, siliconare la propria vita, omogeneizzarsi al gruppo, mimetizzare, forse ipocritamente, la propria identità, per ricadere volutamente nell’anonimato della massa, o emergere, per essere superiore e modello per altri, ma tutto ciò non interessava Sofia.
L’anonima donna, che sapeva di essere, aveva dentro il bisogno della crisalide, la presunzione del brutto anatroccolo, la convinzione che ognuno, nel suo piccolo, ha l’importanza unica e irripetibile di un’esistenza parte di quel grande Universo, infinitamente complesso e, a volte, inaccessibile.
L’oscillazione tra il certo e l’incerto la rendeva instabile, e rischiava di fare lo stesso danno a suo figlio.
Bisognava, a suo avviso, assuefare la vita alla verità, in maniera lenta e continua, come si fa per certi veleni: sorbirli a piccole dosi, fino ad abituare il proprio corpo a tollerarli.

***

Leggiamo e commentiamo insieme questo brano (VI capitolo) tratto dal libro Qualunque cosa accada… amala di Marisa Provenzano, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.

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