Quando ti ritrovo nella realtà o nel sogno più caldo di essa, ritorno bambina dolce, buona, incantata. Il tuo sguardo su parte del mio viso ne mangia un po’ e mi sento come una torta senza una fetta, quella fetta che i tuoi occhi ingordi inghiottono con tanta fretta da non permettersi di sentirne il sapore o il profumo. Ma non mi sento mutilata bensì come se la bocca e la guancia si fossero “allargate” in un sorriso più ampio rigurgitante, a “scroscio”, di beatitudine. Una sensazione di benessere così piena che solo chi l’ha provata può capirmi. La realtà sfuma nel sogno ed il sogno non ha più confini di tempo o di spazio. La razionalità, sempre in guardia come un antico guerriero medioevale con il viso nascosto dalla celata munita di due sole fessure per concedere agli occhi di spiare con tutti i limiti della pochezza, barcolla sotto i fendenti vibrati, incandescenti e luminosi come la spada di un angelo. È amore? è passione? è gioia di vivere? è sensualità? è stupidità? è edonismo cerebrale? è follia? Ma non m’importa più di etichettare gioie e dolori. Nell’insieme è sempre la stessa, meravigliosa favola che m’inebria come l’acqua il terreno arido della pianta appassita perduta nel novero delle cose che non servono più. Ma, caro, noi due serviamo, “siamo servi” l’uno dell’altro. Non certo padroni. Ognuno fa quello che l’altro vuole e si comporta così solo perché lui o lei lo noti ed ammiri. La sincerità, poi, sconvolge la teatralità dell’azione perché si desidera, persino, che l’altro conosca i nostri aspetti “più brutti” per sentire sulla “pelle” la sua infinita misericordia. Persino questo sentimento che tanto odiamo nei rapporti con il prossimo a causa del nostro orgoglio ferito, ci è caro se proviene da noi due. Desideriamo essere confortati, cullati, accarezzati in un reciproco abbandono di forza, di vita, di pensiero come il bambino piccolo che inghiotte il latte premendo con i pugnetti il seno materno anche se ciò comporta, per la rapidità del gesto, spreco di cibo nutriente.
La remissione dell’orgoglio è dolce fra noi due come un’offerta spontanea, come un profumato giglio di mare nato nella sabbia che s’erge, umile e superbo, splendente di bianco, pregno di una strano e intenso profumo che scruta, lontano e vigile, il mare deserto. Quel giglio sei tu, quel giglio sono io. Niente e nessuno ci può sporcare o inquinare. Nostra è la solitudine, il silenzio, il rumoreggiare cadenzato e sordo del mare, l’ondeggiare della sabbia alle radici ferme del nostro stelo verde.

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7 thoughts on “Giglio di mare

  1. Bellissima l’immagine del giglio bianco, e bellissime sono le parole che usi per descrivere l’amore. Siamo soli, é vero, e solo insieme all’esere amato, in comunione con lui, sentiamo di raggiungere quelle mete di felicità alle quali la nostra anima anela. Complimenti davvero, Lenio Vallati.

  2. “La realtà sfuma nel sogno ed il sogno non ha più confini di tempo o di spazio.”

    “Nostra è la solitudine, il silenzio, il rumoreggiare cadenzato e sordo del mare, l’ondeggiare della sabbia alle radici ferme del nostro stelo verde.”

    Bellissima prosa.
    Originali anche le immagini. Complimenti Maria!

  3. La purezza del sentimento è come il bianco candore di ogni giglio che da nessuno vuole farsi inquinare anzi imperterrito continua a germogliare quanto più grande è l’intensità del sentimento provato.

  4. m’immergo con il cuore e i sensi in questa lettera che manderei allo straniero che ha sconvolto le mie certezze. Questo è il vero volto dell’amore, bravissima!

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