Amare un cane e soffrire per la sua morte, soffrire come se fosse morta una persona cara. Per alcuni è fuori luogo se non scandaloso e, senz’altro, come si può paragonare alla scomparsa di un figlio (Dio mio, penso che impazzirei), di una madre e di un padre affettuosamente autorevoli? Posso comprendere quindi coloro che si sono ribellati di fronte al dolore di Ilaria, che hanno cercato di costruire una gerarchia di lecite sofferenze. A pensarci bene, però, come possiamo permetterci di gioire, fare l’amore, divertirci, arricchire i nostri interessi artistici dopo aver anche solo letto, con un po’ di partecipazione, i titoli di un quotidiano, ascoltato un telegiornale, pensato ai morti di ogni giorno, vicino a noi e nel mondo, se accettassimo acriticamente tale gerarchia? O dovremmo non solo gridare ma ululare, straziarci le carni, partire in massa per andare ad aiutare, soccorrere, ricostruire, insomma agire, lottare per arginare questa marea di sofferenza che percorre il nostro pianeta? O forse,tragicamente impotenti, impazziremmo se tutta la accogliessimo, così immenso è il male che governa il mondo? Perché se è vero che la morte di un essere umano vale più dolore che la morte di un cane, la morte per fame di migliaia di bambini, ad esempio, vale di più di quella della persona a me cara, quindi sarebbe opportuno versare poche lacrime e non tirarla troppo in lungo, darci una mossa insomma.
La realtà è che da bravi schizofrenici, mentre ci scandalizziamo se qualcuno dice che ha sofferto, soffre tanto per la morte di un cane, stiamo ben attenti a chiudere la porta alla sofferenza di milioni e milioni di donne, uomini, bambini. Probabilmente per una questione di sopravvivenza. E talvolta, la chiudiamo tanto bene quella porta che non vediamo neppure la sofferenza di chi sta poco distante da noi.
Ma in questo mondo ridotto, che tenta di non udire, ogni giorno, i rantoli del pianeta, nei nostri rifugi a metri quadri x, più o meno detersi secondo le direttive di uno schermo grigiastro, cerchiamo di accogliere altre creature, diverse da noi, che non pronunciano parola, non dipingono né poetano e neppure costruiscono armi o imprendono guerre. Testimoni, però, di una realtà che rischiamo di perdere totalmente, di quella naturalità dell’esistenza logorata dall’avidità umana. Legate all’istinto, tali creature scodinzolano quando ci vedono, abbaiano quando avvertono un pericolo, rincorrono una palla se gliela tiriamo e nel loro candore terragno ci amano anche se siamo stupidi, vanitosi, arroganti, ci amano e basta. E tanto ci amano che imparano anche a fare ciò che non è nella loro natura, anche a sorridere come noi facciamo, e il sorriso sulle loro labbra canine diviene un tenero sogghigno. Ci amano come talvolta alcuni di noi mai si sono sentiti amati, perché, appena venuti alla luce, è stato loro chiesto di essere altro da ciò che erano, di dimostrare che era valsa la pena di faticare per metterli al mondo, prodotti da mostrare o da celare. E forse è la ricerca di questo amore così totale ed indifferenziato che ci intriga, ci fa illudere di poter ritornare a quell’eden da cui siamo stati cacciati. Perché allora non poter soffrire quando muoiono? Perché si dovrebbe soffrire di più per quel padre che non ha dato respiro, controllore protervo anche dei nostri pensieri, perché per quella madre rancorosa che ha cercato di spezzare le nostre ali? E non scendiamo al peggio, che è cronaca quotidiana.
Se infine soffriamo per il nostro cane che muore, chi dice che non si possa soffrire intensamente anche per una madre e per un padre che ci hanno insegnato ad amare, che ci hanno colmato di un amore così grande da farci acquisire la capacità di soffrire per tanti per tanti, anche per creature diverse da noi, particelle di quel creato di cui dovremmo avere somma cura?


