La tua strada è la mia di Maria Bruno

PROLOGO –

Il gatto appisolato sullo scialle, schizzò via come morso da una tarantola, ai primi inquietanti segnali, facendo rovesciare il catino dell’acqua che  si riversò lungo la stanza. L’uomo balzò a sedere, cercando di mettere a fuoco il volto della donna stesa  accanto a lui, attraverso la luce che filtrava dalla strada; questa aveva gli occhi spalancati ed il suo corpo cominciò a raggomitolarsi su sé stesso mentre un lamento stridulo e monotono riempiva la stanza. Il suono cantilenante  accompagnava i brividi che la scuotevano e gli occhi rimanevano sbarrati. – : Che vedi Felicia ? Ma non ebbe risposta.
Un luogo senza spazio e senza tempo accoglieva un bimbo adagiato tra i fiori; le ombre giunsero improvvise, le zanne ben visibili nelle bocche fameliche. Il bambino! Il bambino! I fiori volavano via mentre tutto si oscurava; risate  aggredivano le orecchie di Felicia che le copriva con le mani. Chi ride?  Dov’è il bambino?   Basta! Basta! Un attimo e tutto svanì; Felicia si tirò addosso la coperta fino al mento, scossa da brividi.
L’uomo aveva seguito la scena pressoché impassibile; era ben noto che sua moglie fosse strana con la mania dei sogni premonitori, si limitò ad accertarsi che si fosse calmata. -: Tutto bene, donna?  Quella rispose mestamente. -: Ho timore che qualcosa di brutto stia per succedere, credi che sia il caso di parlarne alla signora Fernanda? -: E che le racconti, che fai i soliti sogni? Spazientito e desideroso di tornare a dormire, l’uomo continuò. -: Più nessuno ti prende in considerazione. Dormi e scordatene, cerca di non renderti ulteriormente ridicola.
Felicia chiuse gli occhi per cancellare le immagini che le erano passate davanti, sentendo nel cuore che non si sbagliava: un dolore profondo stava per abbattersi sul loro quieto mondo, ma dove…non avrebbe saputo dirlo…

***

DAL CAPITOLO PRIMO

Dei due figli del barone Ludovico Svevo Galanti, avuti in avanzata età, Umberto era l’unico sopravvissuto; la sorella Adele era morta a sette anni per difterite.
Il dolore per la prematura perdita aveva stroncato i suoi  genitori i quali, già anziani, lo avevano lasciato a poca distanza l’uno dall’altra. Aveva vent’anni ed era un giovane serio e ammodo, ma impreparato ad affrontare il duro mondo degli affari quando, messe da parte velleità e sogni, propri dell’età, si era dovuto rimboccare le maniche e prendere in mano le redini del sostanzioso patrimonio della sua famiglia, consistente perlopiù in vigneti, nella splendida cornice della Toscana, che costituivano il 30% della produzione nazionale.
L’aiuto gli era giunto dal fedele amministratore Eugenio, il quale era stato il braccio destro di suo padre e che, piano piano lo aveva condotto per le intricate vie del mondo finanziario, sostenendolo e consigliandolo.  Umberto aveva così tanta fiducia in lui da seguire le sue direttive anche quando sarebbe stato propenso a decisioni diverse da quelle che gli venivano consigliate; e in effetti,  il suo istinto non lo tradì mai, tanto che casa De Magistris, quella di Eugenio, appunto, divenne la sua seconda casa.
Fernanda, la moglie di Eugenio, al contrario del filiforme marito, era una donnina bassa e corpulenta, con grandi occhi azzurri che parevano perennemente incantati, come quelli dei bimbi, ed un sorriso dolce e sincero che trasmetteva pace. Umberto trascorreva le sue serate, circondato dal loro calore e non aveva più bisogno di essere invitato, poiché era ormai consolidata abitudine che restasse a cena da loro.
Il motivo principale che lo conduceva lì era, oltre all’atmosfera calda e rassicurante, una ragazza dai capelli scuri, allegra ed intelligente poco più che ventenne, ben educata ad essere quello che poi diventerà per lui, sua moglie. Eleonora De Magistris.
Umberto ed Eleonora si sposarono dopo quattro anni dalla morte dei genitori di lui, con una cerimonia semplice ed intima, ed iniziarono la loro vita insieme con tanto entusiasmo, facendo mille progetti per il futuro dei loro figli.
Umberto era infaticabile nel lavoro e padrone leale e giusto, cosicché tutti i suoi dipendenti condivisero con gioia sincera la bella notizia della maternità della baronessa, come pure, a distanza di quattro mesi, si strinsero attorno a loro, quando ella perse il bambino. Eleonora aveva fissato attonita la macchia scura che si allargava sulla camicia da notte ed aveva stretto le gambe in un istintivo bisogno di proteggere e trattenere la sua creatura. Invano.  Dopo grande gioia e trepidante attesa, ecco sopraggiungere il dolore…
Ci furono ancora due episodi simili, nel tempo a venire, due gravidanze interrotte nonostante le precauzioni prese e mesi e mesi di tristezza e dolore incontenibile.
Fernanda risentiva nelle orecchie le parole che la sua domestica, Felicia aveva usato per raccontare lo strano sogno che faceva di continuo; sembrava, allora, presagire per davvero la sventura che oggi si abbatteva  su di loro, poi scuoteva le spalle. “E’ solo una credulona e sarà bene non badarle. Che può saperne lei di quanto ci riserva il futuro?
“Non ci sono parole, non ne conosco, per consolare te e me stesso.” Ripeteva Umberto abbracciando la moglie per infonderle forza, mentre Eleonora, sorda ad ogni tentativo di essere consolata, continuava a singhiozzare.
“La cosa più importante sei tu ed io sono grato a Dio che tu stia bene; se i bambini non verranno, ci basteremo noi due” continuava sconsolato guardando i suoceri in cerca d’aiuto, ma anch’essi erano senza parole.

La tua strada è la mia di Maria Bruno – Albatros, 2012 – pag. 270

Il commento di NICLA MORLETTI

Un gatto appisolato sullo scialle, la luce che filtra dalla strada e un sogno premonitore sono gli ingredienti giusti per dare il via ad un romanzo accattivante, interessante e coinvolgente. C’è poi il titolo: “La tua strada è la mia” che sicuramente dà un tocco magistrale in una bella copertina, per la riuscita e l’ottimizzazione di una narrativa dal fascino tutto particolare dove l’attesa e la curiosità di saperne di più giocano un ruolo importante nel lettore. E così Maria Bruno dà conferma delle sue abilità di narratrice a tutto tondo, dando vita a personaggi e storie che si amalgamano armonicamente, proprio come fanno i colori sulla tavolozza di un perfetto pittore. Una narrativa suadente, convincente, senza macchie e sbavature. Uno stile sobrio, essenziale, che ha la dinamica di quelle storie vere che sempre hanno affascinato generazioni di lettori. Profondi i contenuti e ben caratterizzati luoghi e personaggi, mentre le pagine, nella lettura assorta, comunicano emozioni.

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