Mancata occasione

“Abbiamo trascorso insieme un anno e non ce ne siamo accorti”.
Mi congeda così. E nell’atmosfera di euforia si crea un lungo attimo di sospensione. Scultoreo, bello come un dio greco, biondo, gli occhi verdi simili a profondi laghi di montagna, un sorriso disarmante da bambino.
L’ho incontrato salendo sulla gondola, il primo giro sul mezzo di trasporto tipico dei turisti in gita a Venezia. Cuscini rossi, scafo nero lucido, affusolato, l’instabilità dello stesso che ci costringe a disporci secondo il peso con estrema attenzione.
Lui sembra nervoso, riprende l’amica seduta a poppa, perché muovendosi, crea oscillazioni pericolose. Siamo in sei, tutti turisti, tutti sedicenti scrittori e poeti.
“La stiamo irritando?”, chiedo tra il serio e il faceto.
Si agita, si mette sulla difensiva, arrossisce e balbetta: “Ma scherza? Sono solo preoccupato per la vostra stabilità”
“Scherzavo”, rispondo ridendo, “me lo permetto perché potrebbe essermi figlio”.
“Non credo”, ribatte serio,”dovrebbe avere più di sessant’anni e mi sembra molto più giovane”
Lo guardo, anzi lo guardiamo. Una mia amica si lascia sfuggire un commento più che lusinghiero.
Non esito a dichiarare la mia età. E’ un dato acquisito e prezioso, nasconderla mi sembra inutile…puerile.
Lui si stupisce e commenta: “Io ho 43 anni, ma le garantisco che su di lei farei un pensierino”.
Non è offensivo. Il suo sguardo è di puro candore. E’ lo sguardo che compare nell’arco della vita quando la separazione tra mente e cuore si annulla.
Inizia il percorso tra le calli scansando i muri, i balconcini, con una magica danza del piede e con impercettibili movimenti della testa. Si chiama Marco, ci racconta che ha frequentato il Liceo Artistico e che ha sognato un’esistenza diversa. Recita versi di Shakespeare e chiede di ascoltare nostre liriche.
Una mia amica compone al volo dei versi. Lui ferma la gondola in una calle. L’aria odora di limone e di pollini. L’atmosfera mozza il respiro. Si accovaccia, mantenendo miracolosamente in equilibrio lo scafo e legge i versi guardandomi intensamente. Gli occhi si striano di sfumature incredibili e gli angoli della bocca si incurvano come quelli di un gattino.
Mi sento frastornata. E colta alla sprovvista quando dice: Dovrebbe provare l’emozione di percorrere questo tragitto di notte. Poche gondole, la laguna immobile, le luci come fiaccole, la luna piena…Se le va, stasera l’attendo per regalarle questa fiaba”.
Gli altri si divertono, mi esortano a prendere sul serio l’invito, un’esperienza simile capita una volta nella vita! E sta capitando a me, che ho superato la cinquantina, non ho mai tradito neanche con il pensiero mio marito, vivo gli uomini come se fossero trasparenti.
Marco è di una bellezza imbarazzante. Non sembra un paravento e non viaggia su registri banali. Una variabile impazzita nel calcolo delle probabilità dell’esistenza.
Eppure continuo a pensare che quando sento la voce del mio amore il cuore salta da un’ottava all’altra, come la musica del pianoforte con il quale mia nonna mi svegliava da piccola.
Il gondoliere-artista rappresenta una porta spalancata sulle eventualità, su quelle eventualità che, intimamente, continuo a considerare delle fole.
Le sue parole hanno sapore di musica, consentono di sentir pulsare il mondo in continuo divenire, ma la lusinga, l’emozione, non riescono a superare la strada per tornare a casa.
Nonostante tutto continuo a stare al gioco. Mi sembrerebbe superbo e bigotto tirarmi indietro.
Le amiche cominciano a cantare e mi unisco a loro.
Marco vuole ascoltare canzoni napoletane e gli dedichiamo “Reginella” e “Era di maggio”, parafrasandole, in alcune strofe, in suo onore.
Sorride molto. Cita Neruda e l’unico uomo presente sulla gondola gli dedica, a nome mio, due intense poesie d’amore dell’autore cileno.
“Se tutti i turisti fossero come voi questo lavoro sarebbe splendido! Di solito mi sento piatto come la laguna”, commenta con sguardo triste.
E giunge il momento del congedo, dell’espressione più toccante di ogni lirica.
“L’anno insieme” potrebbe avere un seguito se la sera alle ventuno mi ripresentassi sul molo.
Durante la giornata evito di pensare all’esperienza e soprattutto alla proposta. Gli amici non danno tregua.
“E’ un incontro platonico, un giro in gondola tra versi, silenzi incantati e Venezia ingioiellata a farvi da cornice!”, mi ripete l’amico che considero il mio mentore ed è furbo come una volpe.
Mi convincono, ancora non so spiegarmi come…
La sera, vestita con un abito di seta giallo, intarsiato di lustrini, mi presento sul molo.
Lui è lì. Ha tolto la divisa da gondoliere, è in abito scuro, forse azzurro, la notte non mi consente di coglierne il colore. In compenso il viso è chiarissimo. La luna piena sembra fargli da specchio. E gli occhi, dal magnifico taglio orientale, sono smerigliati come frammenti di mare.
Ho strane sensazioni. L’irrealtà del paesaggio mi attrae come calamita e al tempo stesso mi incute timore.
Marco allarga il braccio e con gesto lieve, muto, mi presenta ‘la fiaba’. La laguna, è immobile, scura, ma trattiene lame di luna. Le luci dei palazzi, delle chiese sembrano luminosi respiri di stelle, forse di angeli.
Gli sorrido e sento gli occhi inumidirsi.
Sto per tradirlo.
La schiuma nera vortica contro i pali di legno, la sua mano è tesa verso di me, gli occhi emanano bagliori fanciulleschi.
“Non posso, Marco, non posso”. Respiro piano e continuo lasciando libera la commozione. “Sono stata custodita per più di metà dei miei anni nel calice di un fiore e, insieme, siamo divenuti petali, steli e foglie. E’ lunga la radice che ci unisce e che penetra nella terra. Sono qui e mi sento altrove…”
Lui piega il capo di lato, gli occhi perdono il verde scintillio, assumono il colore spento della laguna.
Le parole restano sospese, salgono nell’aria, simili a gocce di vapore, per condensarsi a contatto con la nebbia.
Nessun saluto. Il remo l’unico rumore. Lambisce ritmicamente l’acqua e ha il suono di un addio.

***

Immagine: Morning in Venice di Cao Yong, particolare

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