Graffio d’alba di Lenio Vallati

Ero ancora un ragazzo quando mio padre mi portava a visitare la fabbrica. “Un giorno tutto questo sarà tuo”, mi diceva. Le sue parole mi procuravano un immenso piacere.
Osservavo compiaciuto i capannoni e non pensavo minimamente alle responsabilità che comportava l’amministrarli. Poi conobbi Elena, l’unica donna della mia vita, che dopo qualche anno divenne mia moglie e mi diede un figlio, Matteo. lo intanto mi davo da fare nella fabbrica di mio padre, ma il lavoro non mi affaticava. Forse perché ero il figlio del capo e mio padre, severissimo con gli altri dipendenti, dimostrava di avere per me un’indulgenza particolare. Bastava che fingessi interesse al lavoro e ubbidissi alle sue richieste, quasi mai pressanti, di battere un foglio a macchina o di spedire una lettera. Alle catene di montaggio che sfornavano ogni giorno centinaia di elettrodomestici, non ci andavo quasi mai. Ben poco sapevo della vita e delle condizioni degli operai. Al consiglio di amministrazione bastava che mi facessi vedere attento e annuissi continuamente alle parole di mio padre, il quale non sbagliava mai, non poteva sbagliare! Ai miei occhi era una sorta di dio onnipotente, dal quale dipendevano la fabbrica e i suoi lavoratori. Nonostante avesse molti collaboratori, raramente ascoltava i loro consigli, e soleva ripetere spesso che quella fabbrica l’aveva costruita lui, dal nulla, era una sua creatura. Un giorno mio padre fu colpito da un infarto, mentre si recava al lavoro: lo portarono subito all’ospedale, ma non c’era più niente da fare. Improvvisamente mi ritrovai sulle mie gracili spalle quella fabbrica, che mi appariva adesso ancora più grande di quanto non fosse in realtà, e un buon numero di famiglie che sarebbero dipese da me. Mia moglie Elena mi era accanto e mi incoraggiava. Ma non mi era di nessun aiuto nella gestione degli affari. Il suo compito era di badare alla casa e al piccolo Matteo. La scrivania che era stata di mio padre, adesso era la mia, e centinaia di carte si accumulavano ogni giorno sulla sua superficie color noce scuro. In consiglio d’amministrazione adesso ero solo. Che fare? Accettare passivamente le indicazioni del mio vice? Oppure chiedere consiglio ai miei capi reparto? Tutti si aspettavano da me ordini decisi, così come per anni li avevano presi da mio padre. Capivo di non essere tagliato per quel compito. Presi comunque delle decisioni. Cercai di risparmiare sulle spese aziendali, accettai consigli sugli investimenti, e per un po’ di tempo mi illusi di essere un vero capo. Di giorno visitavo le catene di montaggio, parlavo direttamente con gli operai e studiavo con i tecnici tutti i possibili miglioramenti da apportare. Di notte mi svegliavo spesso ansante. Centinaia di lavatrici e frigoriferi sferragliavano come treni davanti ai miei occhi semichiusi. Oblò giganteschi dilaniavano i miei sogni. Per un po’, comunque, non ebbi particolari problemi. La fabbrica sembrava procedere bene, ed io potevo permettere alla mia famiglia un alto tenore di vita. Una bellissima casa, due domestici, tre cani, vacanze al mare o in montagna nei più lussuosi alberghi. Un giorno, però, il mio ragioniere mi confidò che le cose non stavano andando molto bene. La produzione era diminuita: colpa certo della recessione e dell’aumento del petrolio, ma bisognava prendere qualche provvedimento. Il ragioniere mi consigliava di tagliare ancora le spese e di licenziare una ventina di operai. Come prima misura poteva bastare. Mio padre non avrebbe esitato un attimo a gettare sul lastrico quelle famiglie, come non aveva esitato a ricorrere alla concorrenza sleale per far chiudere altre fabbriche. Queste erano le regole per chi voleva stare a galla nel mondo degli affari. Ma io non ero portato per gli affari, ero diverso da mio padre. Ogni notte mi vedevo davanti agli occhi persone che bussavano alla mia porta e mi chiedevano pietà o un piatto di minestra. No, io, Lorenzo Mattei, non avrei licenziato nessuno dei miei dipendenti, sarei affogato assieme a loro, avrei condiviso il loro destino. In consiglio di amministrazione usai le parole che era solito usare mio padre. Cercai di dimostrarmi sereno, disteso, come se le difficoltà del momento fossero solo nuvole passeggere. Bisognava tener duro, guai a mollare. Le cose parvero migliorare, ma fu solo una boccata d’ossigeno. In realtà l’azienda era ormai sull’orlo del fallimento. lo stesso ero troppo intelligente per non rendermene conto, per non capire che i conti erano ormai in rosso, che i creditori erano ogni giorno più impazienti, che le azioni non valevano più niente. Occorrevano nuovi soci, danaro fresco, ma nessuno si faceva avanti. Davanti alla spiaggia della mia rovina, diversi alligatori aspettavano pazienti, certi di potersi tra breve pappare tutto. Come spiegarlo a Elena? Come confessarle che suo marito era un fallito? Che aveva ridotto in rovina la fabbrica che per anni suo padre aveva amministrato così brillantemente?

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Dal libro Graffio d’alba di Lenio Vallati – BASTOGI EDITRICE ITALIANA, 2011 – p. 85
Ordina questo libro con dedica autografa dell’autore (Prezzo di copertina: € 14,00)

Il commento di NICLA MORLETTI

Lenio Vallati, già poeta affermato, ci propone con “Graffio d’alba” un romanzo attuale e denso di emozioni. La figura del barbone, protagonista della storia, è sicuramente – come afferma Lia Bronzi – simbolo di identità perduta e ritrovata e, ossimoricamente al contempo, di alterazione di identità fluente nel peso del tempo. Un romanzo che ho trovato intenso e commovente, con una vicenda umana dove si alternano vittorie e sconfitte, pena e amore, gioia e dolore nell’altalena della vita. La scrittura del Vallati si distingue per il sicuro dominio dei mezzi espressivi, per la profondità dei sentimenti, per la misurata cadenza dei ritmi e accenti, con uno stile semplice e chiaro. Una storia sentita, ispirata, armoniosa, ora triste ora gioiosa che riflette anche la bontà d’animo dell’autore e la sua capacità di suscitare commozione in chi lo legge. Attraverso un susseguirsi di immagini vive e suggestive, il Vallati mette a fuoco problemi scottanti che affliggono la nostra società. Un libro di cui consiglio la lettura per la costante bellezza delle pagine.

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