Era accanto a me, nel mio letto, sotto le mie lenzuola azzurre scolorite come nuvole che scoloriscono il cielo. Era accanto a me e il mio cuore non poteva che impazzire mentre la sua mano lenta e soave accarezzava il mio petto, senza nessuna invadenza, con la dolcezza dell’amante di una vita, mentre era poco più che un estranea. Poi si alzò seduta nel letto, mi guardava con quegli occhi neri e profondissimi, che parlavano anche quando lei non parlava, anche dentro il buio, anche mentre attorno c’era solo il silenzio. Quegli occhi parlavano, raccontavano di lei, dei suoi pensieri, delle sue emozioni, un libro aperto. Ed io leggevo, tra quelle pagine belle di velluto, leggevo parole di passione, di desiderio. “Ti voglio” c’era scritto nella china dei suoi occhi. E prese a baciarmi, come solo una donna che vuole lasciarti la sua anima sotto il palato può riuscire a fare, e si sdraiò su di me, e continuava ad accarezzarmi, e i suoi capelli mi coprivano le guance, il viso, era un dolce solletico. Il suo seno era sul mio petto e ne potevo sentire ogni curva e lineamento, ogni morbidezza, ogni dolcezza, e la fragranza di lei inebriava tutta la stanza.

Poi fu un attimo, dei colpi violenti alla porta anticiparono l’ingresso furioso di quell’uomo. Io lo conoscevo. Io non potevo fare niente. La prese da un braccio e la portò via così, nuda, delicata dentro quelle mani così rozze. Cercai di fermarli, cercai di gridare, ma il mio urlo si soffocò sul cuscino mentre mi svegliavo. Di soprassalto, sudato, col cuore impazzito e… solo. L’avevo sognata ancora, l’avevo desiderata ancora, meschino, egoista. Lei non è mia. Non lo sarà mai. Forse lo è stata in un’altra vita, ma non avevo il diritto si sognarla così! Mi rigirai nel letto col muso duro contro la parete. Appoggiai la fronte al muro. Era freddo, un sollievo in quella notte d’agosto afosa. Le porte del balcone erano spalancate e le tende immobili suggerivano che nessun alito di vento stava ristorando i grilli che continuavano a cantare. A gridare. A innervosirmi: stupidi canti d’amore di stupide bestie inutili. Forse che non conoscevano il mio dolore per ignorarlo così? No, tutto il cosmo sapeva del mio dolore, sparso nell’universo da grida soffocate. Ma a loro non importava, stupide bestie. Loro erano divertite dal mio dolore, e continuavano a cantare. Stupide bestie.

E’ arrivato il mattino, come arriva ogni mattino, col sole che sorge. Con il calore (come se quello notturno non fosse abbastanza) che entra dalla finestra e ti costringe a scendere dal letto ormai bagnato dei tuoi incubi e del tuo rigirarti inutilmente. Mi sono bagnato il viso più volte con l’acqua appena fresca, e le mie labbra chiuse l’hanno bevuta come spugne. Nello specchio non vedo che un uomo solo. E’ tutto ciò che so di me: che sono solo.

Come ogni mattina l’aliscafo fa i suoi sei, sette minuti di ritardo, contribuendo alla mia già probabile possibilità di perdere il pullman che mi  porterà a Giampilieri. Ma tanto… che ci vado a fare, in fondo, in quella cittadina di cazzo? Per un lavoro di niente, che guadagni di più a stare a casa a non far nulla. In mezzo a gente che non conosci, che non ha voglia di conoscerti, che ti guarda così come a dire: “Quello è Calabrese”. Perché è una cosa brutta essere calabrese in Sicilia. “Non basta la disoccupazione che abbiamo? Non bastano gli immigrati che ci prendono il lavoro? Anche i calabresi?”. Ma probabilmente è così ovunque, ed io non posso restare a casa a farmi male pensando ancora a lei. A lei. Solo di lei si riempiono i miei momenti a casa, quando il cervello non è impegnato in altri ragionamenti forzati. E quando l’aliscafo arriva, so che sta per arrivare il momento in cui la vedrò. Anche oggi, come ogni giorno. Solo per qualche istante, per scambiare qualche parola. Ma poi lei andrà via, perché al porto di Messina c’è lui che la aspetta. E lui è geloso. Lui le può rendere la vita impossibile. Lui è un “maschio”. Lui è… un “minchiamolle”! ecco cos’è! Non lo posso vedere. Non lo posso soffrire. Non ce la faccio, non ci riesco, devo stringere i pugni, divento rosso in viso per lo sforzo di trattenermi dal non sganciargli un pugno su quel muso storto che ha. Cosa mi succede? Quando lo vedo mi sento come questo mare agitato. Non ne vuole sapere niente che ci sono gli scogli: lui continua imperterrito a tornare a riva, ad infrangersi su di essi con tutta la forza che ha, ed ogni onda torna indietro a prendere la rincorsa, si lancia, con forza, con ferocia, ma inevitabilmente torna indietro rotta in particelle schiumose d’acqua, senza arrivare alla sua meta. Senza conquistare la spiaggia. Io sono così. Ogni giorno torno indietro e prendo la rincorsa, ogni mattina mi alzo e con forza riprovo, salgo su quell’aliscafo, mi siedo sempre al piano di sopra, da dove si può vedere tutto lo stretto, da Milazzo alla punta di Pellaro, dove lo iodio il mare te lo sputa in faccia e addosso, sui capelli che poi restano come unti, sulla pelle che poi mi piace odorare. Sa di sale. Sa della mia terra. E anche lei viene a sedersi su.

E’ stata lei la prima volta a parlare con me: stavo leggendo un libro di filosofia, Pascal. E lei inclinò la testa di quasi 90° per farsi notare che cercava di vedere la copertina del libro. Così lo sollevai facendo finta di ignorarla, attesi qualche secondo con il libro in aria, come un idiota, che mi copriva il viso mentre dietro stavo ridendo, e poi lo riabbassai, con la faccia nuovamente seria e concentrata. Lei sorrise vistosamente e si avvicinò affermando con sicurezza:”Pascal aveva ragione.” “Su cosa?” – mi aveva incuriosito – “Il cuore ha ragioni che la ragione non comprende” incalzò. Avevo letto questa cosa, ma non riuscivo ad essere d’accordo. Non mi era mai capitato che il cuore mi comandasse, ero sempre stato un soggetto razionale e riflessivo. Anzi, direi più… meditabondo. Quei 20 minuti di aliscafo per attraversare lo stretto, li avevo sempre passati guardando il mare, cercando di specchiarmi nelle onde, riflettendo su di esse, e sul loro imperterrito tentativo, inutile tra l’altro, di superare il limite. Siamo noi il limite del mare: noi sulla terra ferma, noi con la nostra incapacità di sognare, noi che non sappiamo guardare il mondo da un altro punto di vista oltre al nostro naso. E ci sembra, guardando il mare, che non ne abbia, di limiti.

Ma da quel giorno il mare non fu più oggetto del mio interesse durante il piccolo viaggio quotidiano. Guardavo lei, sempre. Facevo finta di leggere e oltre le pagine del mio libro c’erano i lineamenti del suo viso, il naso un po’ rotondo, il labbro da bambina, sempre intrappolato tra i denti e quello inferiore. Gli occhi neri come la china. I capelli ricci sul seno lievemente scoperto dal caldo di Agosto. Altre volte avevamo parlato, ma mai più di un discorso vago su “cosa vai a fare in Sicilia” “come mai ti interessi di filosofia” “com’è calda questa giornata”. Ma c’era un qualcosa, nel suo tono, nell’inclinazione della sua voce, nel suo sorriso, che mi faceva pensare che avremmo potuto passare delle ore a parlare senza stancarci mai. C’era qualcosa, dentro quegli occhi, che mi suggerivano che avrei potuto passare il resto della mia vita a desiderare di guardarli. Come potevo già amare una donna di cui ancora non conoscevo il nome?

Ma i miei sogni erano inutili, e lo sapevo. Ogni giorno al porto lui era lì.

Perso nei miei pensieri non mi sono reso conto che l’aliscafo è fermo qui da più di dieci minuti. Ondeggia in modo esagerato a destra e a sinistra, ed effettivamente a farmi risvegliare dai miei sogni, è una voglia quasi impellente di vomitare anche l’anima, oltre al cornetto alla crema che ho preso a colazione. Scendo e non faccio nemmeno caso a tutte le persone disseminate per il porto, con le 24 ore o le cartelle in spalla, che spettegolano e schiamazzano e indicano il mare grigio e troppo burrascoso per andare da qualsiasi parte. Mi siedo sul ciglio del molo, e i miei piedi a penzoloni a pochi metri sopra il mare, ci mettono poco a bagnarsi con le onde che ci sono. Ma i miei pensieri sono già altrove, sono di nuovo a quel viso, a quel corpo perfetto che ho sognato poche ore fa, alla sua voce. La sua voce. Si, è proprio la sua voce “Ciao… anche tu fermo qua? Mi hanno detto che non si può partire con questo tempo!” E’ un fulmine a ciel sereno! Che meraviglia che è, è proprio stupenda, non riesco a non sorridere, è il suo sorriso che è contagioso! La guardo imbarazzato, i miei occhi non riescono a star fermi dentro i suoi, cerco qualcosa da dire, vorrei rassicurarla che partiremo, o vorrei prenderle la mano e dirle di non aver paura, o vorrei esultare e dire “Ah! Così oggi se la prende in quel posto il minchiamolle siciliano!!”, vorrei dire un sacco di cose, e invece tutto ciò che mi esce da questa stupida bocca pronta a vomitare anima e cornetto è  “Il tuo ragazzo starà in pensiero…”

“Quale mio ragazzo?”. Sorride.

“Quello che ti aspetta tutti i giorni a Messina”. Io non rido proprio.

“Ma quello è mio fratello”. Adesso sta proprio ridendo.

E d’un tratto anche il mio cuore sta ridendo. Anche il cielo sta ridendo, e gli uccelli che volano sulle nostre teste stanno ridendo, e le pietre lastricate del porto stanno ridendo, e la gente che non può prendere l’aliscafo sta ridendo, e un cane che passa annusando gli alberi sta ridendo, e un vecchio col suo basco su una bicicletta scassata sta ridendo, e i carabinieri in divisa stanno ridendo, e anche il mare sta ridendo. Adesso non si infrange più sugli scogli, non torna a riva inutilmente cercando di superare il suo limite: sta accarezzando la sabbia della spiaggia, la sta dolcemente cullando, e… si, sta ridendo di me. Con me. Per me!

E come un onda vorrei prenderla e cullarla, e dirle “Già ti amo” “voglio passare la vita a desiderare di guardare i tuoi occhi” “Grazie”. Ma tutto ciò che mi esce da questa stupida bocca pronta a vomitare anima e cornetto è “Vieni, ti riaccompagno a casa se vuoi”. Ma è già un buon inizio…

© 2006, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

4 thoughts on “come il mare

  1. “.. Forse che non conoscevano il mio dolore per ignorarlo così? No, tutto il cosmo sapeva del mio dolore, sparso nell’universo da grida soffocate..”

    Premesso che questo racconto mi è molto piaciuto e che mi si è allargato il cuore leggendo la fine :), ho trovato particolare la frase che ho riportato sopra… da meditarci 🙂

    Un abbraccio

    Ars

  2. E’ un lungo ma bellissimo racconto…che si snoda con gran naturalezza narrativa. Amore sogni e passione.

    ” E come un onda vorrei prenderla e cullarla, e dirle “Già ti amo” “voglio passare la vita a desiderare di guardare i tuoi occhi”

    Un uomo Vero, reale…una storia che lo racconta con il Cuore.

    🙂

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine