Poco tempo dopo la morte di Federico, stavo tornando dall’Università ed ero in treno. Non mi trovavo in uno scompartimento, ma ero seduta su un seggiolino ribaltabile vicino ad una porta di uscita. Ero con la testa appoggiata alla parete del vagone e guardavo melanconicamente fuori del vetro della porta del treno. Avevo un po’ sonno ed ero entrata in una sorta di sospensione della coscienza, provocata da un leggero appisolamento ad occhi aperti, quando, tra uno stato d’animo di sofferenza ed uno di desiderio, ho avuto la seguente "visione":
Sono in sala, nella brutta casa in affitto a Caletta, quando sento una moto.
Esco in giardino – se così si può chiamare uno spazio cementificato e piastrellato che circonda una casa: tutto vestito di bianco è Federico. Non lo vedo in faccia ma so che è lui; è sulla moto di A. ed indossa un casco blu pieno di adesivi.
Ma ecco che lui subito si allontana; gli grido: «Fermati!!!», ma lui prosegue senza rispondermi.
Allora prendo la mia Pandina nera e comincio a seguirlo: va verso Chioma, un residence estivo vicino Quercianella dove andavo da piccina.
Lui entra direttamente in spiaggia; io devo posare la macchina: faccio una corsa pazza e mi viene il fiatone.
Federico è lì, su una delle punte degli scogli e guarda verso il mare: non ha più il casco e la moto è sparita.
C’è un vento gelido che stride la pelle: il sole – a metà del cielo – è pallido, il cielo è grigio con qualche nuvoletta.
Mi fermo fissa ad osservarlo: vorrei gridare, vorrei corrergli incontro e portarmelo via, ma la mia bocca ed i miei piedi sono come di pietra.
Lui si è accorto della mia presenza e si volta verso di me – serio; mi guarda con uno sguardo intenso, che vede otre le cose e mi penetra fino in fondo all’anima, dove fa vibrare una corda del mio cuore.
In quel momento si tuffa nel mare e comincia a nuotare verso l’orizzonte.
Allora io vado verso il porticciolo, rubo una barca, e comincio a seguirlo, ma lui è molto più veloce di me.
Il giorno non finisce mai…
Approdo a una spiaggia, e dietro a questa spiaggia si trova un deserto: disperata, mi guardo intorno; non riesco più a vederlo quando, all’improvviso, eccolo spuntare da dietro un rilievo sabbioso, rivestito di una tunica bianca.
Il deserto è sconfinato, ricoperto di una sabbia biancastra il cui riflesso fa male agli occhi.
Lo chiamo.
Non risponde.
Corro giù all’impazzata da una duna nel tentativo di raggiungerlo ma inciampo, cado malamente, e rotolo fino in fondo.
Svengo.
Mi risveglio: Federico è lì, ma io non lo posso toccare; una forza più grande di me me lo impedisce.
Però posso parlare.
Gli comincio a dire: «Federico, i tuoi genitori sono come morti, la loro anima si sta sciogliendo in lacrime di dolore, la loro vita è come spezzata!»
Lui mi guarda e mi sorride, ma non è un sorriso a presa di giro, bensì un sorriso caldo, rassicurante, beato; mi guarda e non fa altro cenno.
Allora insisto: «La famiglia, A., tutti ti vogliono tanto bene; ti prego ritorna. Non mi interessa se sei stato geloso di me; anch’io ti voglio bene!»
Mi sorride di nuovo.
Mi prende per mano e mi fa salire su un cavallo biancastro; con gli occhi mi fa capire che lo devo seguire.
Attraversiamo lande desolate, montagne rocciose, boschi profumati fino a che arriviamo su un prato fiorito; lui si mette in ginocchio, chiude gli occhi e sembra che aspetti qualcosa.
Io scendo da cavallo; mi metto vicino a lui nella stessa posizione e lo guardo.
Allora ricomincio a parlare.
«Ma dove vai adesso, sei felice?»
Lui apre per un attimo gli occhi, mi sorride e mi accarezza una guancia.
«Cosa dirò ai tuoi genitori, perché non vuoi tornare con me?»
Il prato fiorito all’improvviso si è fatto infinito ed una leggera brezza ha cominciato ad accarezzare i capelli; il terreno sotto di noi si è fatto più soffice.
Laggiù all’orizzonte sorge d’incanto un nuovo sole, più splendente.
Federico si alza, mi guarda, mi sorride e comincia a camminare verso quest’astro, finché non scompare verso la luce.


