Kate (per l’anagrafe Katsumi Taylor) passeggiava rassegnata nella sala di comando della stazione orbitante mentre i piloti e gli altri tecnici addetti alla navigazione dormivano nell’adiacente box di guardia, pronti a riprendere il proprio posto in caso di anomalie.
Mancava ormai soltanto una mezz’oretta al cambio e avrebbe potuto tornare nella sua stanza, anche se chiamarla stanza era forse un po’ troppo, essendo più somigliante a un cubicolo.
Iniziava a essere particolarmente stanca di questa specie di isolamento sulla stazione orbitante Union Western World 7, per fortuna i tre anni di ferma volontaria stavano per scadere.
Non aveva ancora deciso sul suo futuro, cioè se chiedere di divenire un ufficiale effettivo permanente della Space Force, oppure se ritornare alla vita civile, quindi trovarsi un lavoro e riabituarsi a vivere in quella giungla di cemento e smog che era divenuta la Terra.
Di sicuro aveva bisogno di tre cose: un mese di libertà, portare un bel giovanotto nel proprio letto e comprarsi qualche nuovo vibratore.
Già, i vibratori… ne aveva comprati alcuni prima di salire sulla UWW7, ma dopo pochi giorni, quello che doveva essere l’ultima novità della tecnologia dell’onanismo femminile, si era irrimediabilmente bloccato, senza quindi mantenere la promessa di donare massimo piacere.
E risultava molto difficile farselo sostituire dal venditore, orbitando a 380 km dalla pianeta, mentre da mesi ne era rimasto uno solo funzionante, quello più tradizionale, che l’accompagnava da tanto tempo e che fra non molto avrebbe dovuto fare ancora una volta il suo “dovere”.
All’orizzonte il sole stava uscendo da dietro la Terra inondando la stanza di luce, mentre tanti pensieri si rincorrevano confusi nella sua mente. Come tante altre volte, appena sarebbe stata sola nel suo abitacolo li avrebbe raccolti e il più possibile ordinati, nell’attesa che prima o poi il sonno li avesse spenti e mutati in sogni possibilmente gradevoli.
Tutto era tranquillo, ma già sentiva i rumori provenire da oltre le pareti della plancia, la UWW7 (Carretta per i suoi abitanti) si stava risvegliando per un’altra giornata di intenso lavoro; fra poco il vice comandante Raymond Vattelappesca (tutti lo chiamavano così perché il suo cognome polacco-tedesco era impronunciabile) sarebbe venuto a darle il cambio, esattamente alle 07:00 del 30 Ottobre 2072.
La mente di Kate già rincorreva altri pensieri, le si affacciò il ricordo dei suoi genitori: il padre inglese, pioniere dell’industria aerospaziale britannica, aveva conosciuto la ragazza giapponese che sarebbe poi divenuta sua madre durante una missione scientifica nell’Estremo Oriente.
Quest’ultima volle darle quel nome, Katsumi, in ricordo di sua madre, che all’inizio del secolo aveva vinto la medaglia d’oro alle Olimpiadi di pattinaggio artistico.
Il padre invece le aveva trasmesso l’amore per l’avventura spaziale, che fino a ora però si era rivelata di una noia infinita.
Accolse con gioia l’ingresso di Raymond e lo salutò con calore mentre egli non riusciva a trattenere alcuni sbadigli, poi gli strizzò un occhio.
Evidentemente durante la notte si era cimentato più volte con la giovane moglie, d’altronde non è che ci fosse molto di meglio da fare sulla Carretta.
Gli ufficiali effettivi della Space Force, corpo paramilitare, erano gli unici che potevano ospitare mogli e figli a bordo delle astronavi e di ogni altro mezzo spaziale. Purtroppo per loro, di solito quelle unioni non duravano, i familiari si stancavano della vita monotona di bordo e i divorzi erano frequenti.
Solo in qualche caso, cioè quando entrambi i coniugi erano effettivi, oppure uno dei due lavorava nei tanti laboratori di ricerca della piattaforma, le unioni avevano qualche speranza di durare.
Di solito i comandanti, i piloti e il resto del personale permanente di bordo finivano per diventare dei lupi solitari; ciò succedeva anche alle donne, che divenivano sempre più numerose e raggiungevano gradi sempre più alti nella Space Force.
Firmato il registro delle consegne, Kate salutò sorridendo e uscì dalla sala di comando togliendosi la fascia dai capelli e pregustando già un fresco bicchiere di acqua frizzante prima di stendersi sulla branda.

TERRA ADDIO di Giorgio Gavelli – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2010 pag. 305

Il commento di NICLA MORLETTI

Un romanzo di fantascienza che avvince e trascina. Siamo nel 2072, la terra è un pianeta ormai invivibile. Così lo hanno reso gli uomini con le loro scelte sbagliate. Un catastrofico avvenimento sembra decretare la fine della civiltà umana. Scritto con sapienza e con scioltezza nel narrare, “Terra addio” ci induce alla riflessione. Sarà davvero questo il futuro dell’umanità? Si tratta di un romanzo di fantascienza o piuttosto di un avvertimento a cambiare sistema? L’autore Giorgio Gavelli, attraverso una trama ricca e ben strutturata, lancia un forte messaggio. A noi tutti recepirlo. Un ottimo libro dal tessuto narrativo ineccepibile che si lascia leggere tutto d’un fiato.

© 2012 – 2014, Blog degli Autori. Tutti i diritti sono dei rispettivi autori dei contenuti

3 thoughts on “Terra addio di Giorgio Gavelli

  1. Un romanzo che mi riporta ai tempi di guerre stellari e a Star trek; la trama è accattivante e quanto mai attuale.
    Adorando il genere fantascientifico non posso che sperare di ricevere il libro per poter valutare e diffondere l’opera, conosco molti amici interessati.
    Complimenti all’autore.

    Stefania C.

  2. ” <Terra addio " ? E' una provocazione. Un' allarme di Giorgio Gavelli.
    Bisogna ritornare alla vera ecologia,, sembra suggerire. Anche in campo sessuale.
    Allora l' inferno terra diventera' un eden.

    Gaetano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

 Togli la spunta se non vuoi ricevere un avviso ogni volta che c'è un commento in questo articolo
Aggiungi una immagine