Da La superbia-

Percorro la stradina di campagna, è sterrata e ciottolosa, le alti siepi che la delimitano sono ricche di ginestre, pungitopo, felci e roselline selvatiche. A un certo punto, il viottolo campestre si immette in una strada provinciale che porta a un paese, la imbocco e lentamente mi avvicino, c’è un cartello con una scritta: “Scansano”.
Vedo un paese situato in vetta a una collina, immerso in una vasta campagna ricoperta da vigne e oliveti, un agglomerato urbano ricco di enoteche e di cantine. E un borgo con antiche vie, vecchie corti e vecchi lavatoi, con le strade più esterne ancora in pietra come centinaia di anni fa.
È una bella giornata, e la magia dei colori autunnali accende il paesaggio, le nuvole volteggiano in cielo come ballerine, corrono e si riproducono con forme sempre nuove e diverse; il vento, melodioso, passa tra i vicoli e mi fa danzare insieme alle altre foglie. Percorro lentamente le stradine, dove si spande l’odore del mosto, gustandomi il fascino di ogni angolo e di ogni pietra di questo incantevole paese. Questo antico borgo era luogo di villeggiatura dei funzionari del Granducato di Toscana, che vi si trasferivano per sfuggire il caldo umido dell’estate grossetana. Dopo averlo visitato, mi soffermo nella sua piazzetta, dove in un canto c’è un piccolo ristorante con i tavoli all’aperto. L’autunno è nell’aria, nel sole splendente e ingannevole, mentre l’aria fredda e pulita sa già d’inverno, nel cielo limpido, e soprattutto nel vento, il vento, mio padrone, che mi induce a rimanere per un po’ in questo delizioso paese dove casualmente capto i pensieri di una dolce signora di mezza età seduta a un tavolo del ristorante.
Il viso è gentile, gli occhi guardano lontano, ma sembrano non vedere nulla, è immersa e persa nei suoi pensieri; quel posto e quella giornata autunnale gliene ricordano un’altra molto simile, ma lontana nel tempo, che avrebbe potuto cambiare il corso della sua vita. E quasi l’ora del tramonto e osservando la cresta delle colline ricoperta di vegetazione che, in quell’ ora, sullo sfondo arancione del cielo, assume un risalto particolare, le torna alla mente una collinetta, piccola e meravigliosa, che
adesso non c’è più. Tornando con la memoria indietro nel tempo, si vede seduta a quello stesso tavolo: una giovane e bella ragazza con i ricci al vento, piena di vita e ricca di progetti.
Aveva pranzato insieme ai suoi colleghi di lavoro, scherzavano e ridevano allegramente, poi il suo sguardo si era posato, di sfuggita, sul giovane che era seduto al tavolo accanto, era solo e stava impettito sulla sua sedia mentre, con aria di sussiego, sfogliava il giornale. Era un bel ragazzo, non troppo alto ma snello, con un bel viso dagli occhi scuri e profondi, i capelli neri tagliati corti a spazzola, delle belle mani con dita lunghe e affusolate, spalle larghe, un portamento impeccabile e un’andatura decisa, sempre vestito in modo elegante. Lucia per un attimo aveva pensato di invitarlo al loro tavolo, ma poi si era trattenuta, sapeva che non si sarebbe mai seduto con loro, era un “borioso” come si dice in Maremma, altezzoso e superbo, si sentiva sempre un gradino al di sopra degli altri e forse era giusto che rimanesse da solo.
Nonostante disprezzasse la sua superbia, Lucia provava per lui sentimenti di tenerezza misti a sentimenti di rabbia. Alberto era un suo collega di lavoro e per un po’ di tempo era stato anche il suo ragazzo, ma le cose tra loro non avevano funzionato, proprio a causa del carattere di lui. Quando Alberto era arrivato nell’azienda vinicola dove lei lavorava, Lucia era rimasta molto colpita da quel giovane uomo, le sembrava interessante, anche se lo vedeva molto distaccato e freddo con tutti.
Alberto, laureato in Scienze agrarie, veniva da Firenze, e per lui, abituato a vivere nella prima città della Toscana, ritrovarsi in quel piccolo paese era frustrante, non apprezzava la bellezza dei paesaggi di quel territorio, la pace che potevano infondere nell’anima. Lui amava la confusione della grande città, la frenesia urbana, il divertimento, le strade affollate e formicolanti di gente, l’accecante brillio dei lampioni nelle vie. Gli mancavano i numerosi bar e ristoranti di piazza Santo Spirito, i tantissimi negozi di Ponte Vecchio e tutto quello che Firenze poteva offrire. La sera, quando usciva per fare due passi, tra quelle case modeste con i balconcini di ferro sospesi sulle vie, dove piccoli orti, ricavati negli spazi tra una casa e l’altra, mandavano profumi di erbe aromatiche, immaginava la vita quotidiana dei paesani, fatta di gesti consueti, di fatiche giornaliere, di cose modeste. Li compativa, lui si sentiva diverso, lui si sentiva a un livello superiore. Non era quello il posto dove lui desiderava vivere, ma il lavoro lo aveva portato lì, una grande società di produzioni vinicole aveva dei possedimenti e un’azienda in quella zona. Alberto era stato assunto come responsabile di produzione e così era arrivato in Maremma, nel sud della Toscana. Aveva cercato di adattarsi alla vita di quel piccolo paese, ma si sentiva fuori posto sia con i paesani, gente umile e incolta, secondo lui, sia con i colleghi di lavoro, che trovava inferiori a lui in tutto e per tutto e anche poco competenti. Sperava di fare carriera velocemente e andarsene prima possibile da quei luoghi che gli stavano stretti.
Si sentiva diverso dagli altri, migliore degli altri, e quindi trattava tutti con sufficienza e presunzione. Se gli capitava di avere bisogno di aiuto non lo chiedeva, perché amava contare sulle proprie forze e soprattutto perché non si fidava del lavoro dei colleghi. Era molto ostinato, e anche quando, in una discussione, aveva evidentemente torto, non cedeva mai, di conseguenza restava sulle scatole a tutti. Alberto iper-valutava la propria persona e le proprie capacità e assumeva sempre un atteggiamento di superiorità verso gli altri, che considerava inferiori a lui. Ostentava sicurezza e cultura minimizzando i meriti di quelli che lavoravano nella sua stessa azienda. Nel suo “io” più profondo, non sempre era realmente persuaso di possedere veramente le qualità che lui stesso si attribuiva, ma cercava di convincere se stesso di possederle, e comunque nel lavoro dava sempre il massimo di sé, per evitare delusioni e insuccessi, perché, in fondo, la sua paura più grande era quella di poter essere uno come tanti, di rientrare nella media, mentre voleva sentirsi un superdotato.

***
Dal libro Come foglia al vento di Gina Ceroni – GRUPPO ALBATROS – IL FILO, 2011 – p. 192

Il commento di NICLA MORLETTI

Una bella copertina con le foglie e i colori caldi dell’autunno. Un titolo evocativo e dieci racconti scritti in maniera esemplare fanno di questo libro un’opera di spessore, di cui consiglio la lettura. Lo stile narrativo è fluido e moderno. Ad arricchirlo ci sono dialoghi, spunti di riflessione personali e considerazioni più generali. I luoghi sono quelli della Maremma toscana con descrizioni simili a tocchi di pennello sulla tavolozza della natura. Il libro mette in evidenza i vizi capitali dell’animo umano. Il suggestivo messaggio dell’autrice è: “Se l’occhio non fosse solare, mai potrebbe guardare il sole”, da una celebre frase di Goethe. E non c’è niente di più bello dei colori dell’autunno, così caldi e pieni di luce. E “l’occhio deve la propria esistenza alla luce”.

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18 thoughts on “Come foglia al vento di Gina Ceroni

  1. Appena lette le prime righe mi è stato immediatamente chiaro che l’avrei letto tutto. Mi è piaciuto molto l’inizio e mi sono piaciute molto le descrizioni del paesaggio autunnale della Toscana.
    Dieci storie che descrivono personaggi che ognuno di noi potrebbe conoscere o incontrare. Storie coinvolgente e ben descritta. Bellissima la rappresentazione della foglia “viva” e la definizione del vento come “respiro di Dio”.
    Bellissimo, da consigliare assolutamente già dalle prime pagine, immagino leggerlo tutto…

  2. I caldi colori dell’autunno, la certezza dell’approssimarsi delle stagioni in contrapposizione all’instabilita’ delle foglie al vento… mi piacerebbe avere l’opportunita’ di leggerlo, per rivivere il mio viaggio in Toscana di qualche anno fa!

    1. Non hai specificato in che parte della Toscana sei stata, ma spero che tu possa leggere il mio libro e decidere di venire in Maremma.
      Grazie del commento
      Gina

  3. Un libro davvero sorprendente mi sembra, immedesimarsi in una foglia … mai titolo è stato più azzeccato allora.
    Spero tanto di leggerlo e di sentirmi proprio come la protagonista.
    Complimenti, l’estratto mi ha fatto veramente un’ottima impressione!

    Stefania C.

    1. Immedesimarsi in una foglia, tutto è nato da una seduta di training autogeno. Spero che tu possa leggere il mio libro e spero anche che ti piaccia.
      Grazie del commento
      Gina

      1. ci tornerò fra qualche giorno portando con me una persona speciale, spero di ricevere il suo libro.

  4. I racconti legati al periodo dell’anno in cui il mondo sembra dolcemente addormentarsi sicuramente sono racconti dell’animo puro e romantico.
    In bocca al lupo per il prosieguo…
    Data la curiosità poteri riceverlo?
    Grazie, Sabato P.

  5. Bella opera… il periodo ideale per leggerla… per assaporarne l’essenza accanto ad un caminetto acceso 🙂

    Spero di poterlo leggere tutto 🙂

    Sara

  6. Si respira l’autunno leggendo il suo racconto.
    Un autunno che non conosco, un autunno di posti che non ho mai visto e di profumi che comunque ho avuto la sensazione di sentire.
    Complimenti per l’ottima narrativa.
    Spero di potere sentire nuovamente il profumo dell’autunno della Maremma potendo aprire le pagine del suo libro.
    Le auguro una buona giornata.
    Fabio Favari

    1. Se leggerai il mio libro, oltre all’autunno, potrai conoscere anche le altre stagioni, perché in Maremma tutte le stagioni sono stupende. Oltre a questo, vorrei che tu potessi apprezzare anche gli stati d’animo dei miei personaggi con tutti i loro vizi e le loro virtù.
      Grazie per il commento
      Gina

    1. Se la storia ti incuriosisce, leggila. Si parla di un viaggio immaginario sulle ali della fantasia attraverso i vizi e le virtù insite nell’animo umano.
      Tutto inizia da una lezione di psicologia. Durante un esercizio di rilassamento collettivo, con l’aiuto dell’insegnante, la protagonista riesce ad immedesimarsi in una foglia di una giovane e forte quercia. Una folata di vento la strappa dal ramo nel quale è nata e cresciuta e la sospinge a sorvolare colline e vallate. Pur essendo una foglia, mantiene però intatte le capacità dell’essere umano, vede, sente, ha paura, si emoziona, ma soprattutto pensa, ha quindi la coscienza di essere. Dal vento, definito il respiro di Dio, viene sospinta attraverso buona parte del territorio della maremma toscana. Durante questo viaggio viene a conoscenza delle vicissitudini di alcune persone e ne narra le storie.
      Sono dieci piccole storie che tentano di descrivere i sette vizi capitali e le tre virtù teologiche.

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