Una carrozza sfrecciava fra gli alberi come se i cavalli fossero impazziti; lo schiocco ripetuto e sconsiderato di una frusta irrompeva nel tramestio di zoccoli e clangori metallici come il
susseguirsi dei tuoni di una tempesta troppo vicina. Quattro criniere al vento, con scintillanti borchie d’argento nei finimenti, quattro ombre nere lanciate nella notte in corsa contro
il tempo, incalzavano il sentiero con impeto crescente.
Fiancheggiavano il carro numerosi guerrieri a cavallo dalle livree d’un cupo amaranto e, in particolare, due figure, al comando, aprivano il sentiero con destrieri agili e sicuri, avvezzi
alla notte, capaci di vedere ben oltre l’oscurità.
Gli alberi sembravano piegarsi in balia della forza che si sprigionava dal convoglio e per quanta resistenza opponessero, rischiavano di spezzarsi.
S’udirono ululati e ruggiti selvaggi; qualcosa tra la vegetazione li inseguiva, spostandosi più veloce di ogni plausibile predatore.
Dal cupo manto della notte cominciarono a intravedersi le luci ardenti di Maelmord e la carrozza sembrò quasi sollevarsi dal suolo, spinta da forze impercettibili, ma poi gli alberi si chiusero paurosamente a sbarrarle la corsa; le fronde s’intrecciarono in un arco minaccioso e come il carro accennò a evitare l’impatto rovinoso con esse, dalla selva si lanciarono misteriose figure dal corpo umanoide e la testa d’animale, di lupo e d’orso; investirono i guerrieri al seguito della carrozza piantando artigli e affondando morsi mentre precipitavano a terra con le loro prede, nel panico dei destrieri.
La carrozza, finita nella macchia, si trovò a combattere contro radici e rami che si avvinghiavano, cose animate in una realtà improbabile.
Nell’esito imprevedibile di quell’assalto fulmineo e spietato, baluginò al centro della contesa un piccolo cuore di luce bluastra e quando si spense, ogni duellante presente si fermò, restando a scrutare nel buio il minimo segno o movimento.
Qualcosa di indefinito si mosse alle spalle di un umanoide dalla testa d’orso; sembrava la corteccia di un pioppo, ma poi due piccoli occhi si aprirono come tizzoni ardenti e una sferzata poderosa piegò in due la creatura, scaraventandola contro un albero.
Le teste di lupo sciamarono contro la notte che si era animata per sterminarli e la sommersero, qualunque cosa fosse.
Il carro si liberò delle deboli radici e i grossi cavalli tirarono con tenacia per ritornare sul sentiero battuto.
Una delle due figure che guidavano il convoglio, la più autorevole, comunicò in segreto con il misterioso compagno dal Mantello Spettrale e, non appena il carro poté muoversi liberamente, il fedele seguace guidò gli ultimi guerrieri a gran velocità verso il limitare dei boschi, senza curarsi dei guaiti e dei tragici ululati che dilagavano alle sue spalle.
Convoglio e guerrieri sfrecciarono per la pianura puntando verso l’altura ove sorgeva la città e ogni altra immagine si spense nello sguardo di un meraviglioso rapace bianco, che ad ali spiegate, abbracciando l’aria con grazia solenne, mosse la testa nel punto in cui il Vento usciva dalle foreste.
Per la prima volta dopo secoli, quella sera, il Vento aveva rinunciato alle vestigia dormienti e sollevandosi dall’umida terra, dai verdi muschi e dal sottobosco di felci dagli odori ora pungenti, soffiò verso Maelmord. Che fosse giunto il tempo propizio o che avesse scrutato indizi significativi ad altri poco chiari, il Vento antico, memoria dei Sidenlore, andò a cercare aiuto…
Qui il Vento si confuse con il selciato prossimo all’edificio, e si raccolse ai piedi di un ragazzo seduto sui gradini di legno appena davanti alla porta. Indossava stivali neri, pantaloni di
velluto marrone con stringhe di cuoio nero ai fianchi; sotto a una casacca imbottita vestiva una camicia nera con laccetti sullo scollo; di corporatura non troppo agile, aveva capelli bruni molto corti ed era leggermente stempiato.
«Ho deciso di partire» disse il ragazzo, con tono sconsolato. Il Vento aveva concluso la sua ricerca, si acquietò e si disperse nello spazio circostante…
Qualcosa gli sfiorò la guancia, si ritrasse d’istinto e lo sguardo mise a fuoco le pareti della stanza e i pochi oggetti distrutti che erano sparpagliati sul pavimento. Ombre! Ovunque! Si muovevano intorno a lui raccogliendosi ai suoi piedi.
Ecco che dal profondo emerse la paura nascosta e l’assurdità di essere entrato in quel posto senza tener conto di ciò che poteva capitargli. Le Ombre non potevano interagire, erano del tutto innocue, non avevano forma, non erano spiriti.
Un’Ombra sfiorò così da vicino i suoi occhi che si velarono d’oscurità. Si gettò repentinamente all’indietro, rovinando addosso alla scrivania, urlando come un pazzo. Le Ombre lo sommergevano, si avventavano su di lui e le poteva percepire, ne avvertiva le voci… incomprensibili, vibranti, supplicanti…
Quando Logren si trovò all’aria aperta, un venticello fresco gli sfiorò il viso. Il rapace s’involò rapido verso le stelle e una moltitudine di Ombre ricoprì il mondo intorno a lui. Le osservò per la prima volta con speranza, non più timore, e pensò a Crios. La sua Ombra non era fra di esse, era ancora parte dell’incubo feroce del Divoratore…

***

Dal libro Ciclo della Rosa dei Re – I – Il sigillo dell’unicorno di Gianluca Villano

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