La ballata delle passioni infami di Francesca Petrino

Il portone

Era un portone di legno massiccio dal colore reso indefinito dal tempo, ornato da due pomelli che parevano occhi di ottone curiosi del passeggio nella strada. Lo scelsi per la sua aria riservata, per la posizione discreta che occupava nello spazio tra i muri.
Mi difendeva dal vento invernale, che pungente spirava dal mare, mentre attendevo il pullman che mi riconduceva a casa dopo il lavoro. Non lo vidi subito. I primi mesi del mio nuovo incarico annuale nella scuola, giunta alla fermata, mi poggiavo esausta a un muro poco distante dal portone, ma spesso il freddo mi congelava in una smorfia di dolore i segni della stanchezza sul viso.
E così lo vidi. Una sera dall’aria particolarmente pungente lo scorsi grazie al bagliore dei suoi pomelli d’ottone, illuminati dai fari di un’auto. Scivolai rasente ai muri, per evitare le folate di vento e giunsi di fronte a esso. Fu così consolante l’accoglienza del legno dietro la schiena, oramai irrigidita dal duro cemento del muro. La strada poco affollata aveva sempre un effetto benefico sulle mie orecchie, trafitte tutto il pomeriggio dalle grida e il vociare dei bimbi della scuola. E fu per quel silenzio diffuso che il rumore di passi frettolosi risuonò come uno sparo tra le ombre della via. I passi erano di un loden color cammello che si avvicinava deciso verso il mio nuovo rifugio.
Il cappotto, dall’aspetto un po’ retrò, ricopriva due spalle importanti. Tra lo svolazzare delle sue punte vidi un pantalone di un caldo marrone che si adagiava morbido su fianchi stretti e maschili, coordinato a una giacca dalle tinte del bosco puntellate dal verde sfumato delle foglie più giovani. La camicia chiara illuminava un viso elegante e sottile. Gli occhi erano profondi, acuti, le labbra morbide e lievemente rivolte verso l’alto, come se l’uomo avesse una vocazione al sorriso; in contrasto, invece, si mostrava il naso, che pareva avesse un’aria vagamente severa. L’uomo si avvicinò distratto al portone, frugando con cura nelle tasche in cerca delle chiavi. Accortosi della mia svagata immobilità, mi guardò con un’aria che trascinava con sé le fatiche di una lunga giornata. Mi feci da parte sussurrando un “mi scusi” a cui lui non dette alcuna risposta. Un giro di chiavi e l’uomo scomparve inghiottito dal buio della scalinata.
Un’influenza mi tenne in casa sei giorni dopo l’incontro del portone. Il settimo giorno lo rividi. Con le spalle all’uscio e un cappellino tra le mani, che mi ostinavo a non indossare nonostante le raccomandazioni del medico, lo sentii arrivare: i passi con il loden cammello. Questa volta fui più pronta e mi scostai con solerzia. Mi ringraziò con un sorriso disarmante.
“Oddio” pensai “è davvero bello”.
Attraversavo uno dei miei soliti buchi sentimentali, in parte voluti, in parte casuali, in parte funzionali al mio continuo bisogno di rinascere a nuove forme di amore.
E fu forse quella sensazione di vuoto che fece volare i pensieri al mio monolocale in città il quale, nonostante l’ostinata solitudine, sapeva di buono, di cose mie, casuali e un po’ folli come la mia anima, sempre travestita da maestrina simpaticamente assennata.
Ai giorni seguirono le sere e ben presto mi ritrovai ad attendere con impazienza i passi del loden color cammello. L’uomo, che chiamai San Pietro per via delle chiavi, unico segno della sua vita che ogni sera mi era esibito, nel tempo si era evoluto nell’approccio al portone e alla sua ospite fissa. Arrivava più lento, assaporando con cura il mio sguardo che lo accoglieva dal suo comparire all’angolo della strada. Mi parve valutasse con attenzione ogni mossa da compiere, dall’incedere all’apparente casualità con la quale oscillava le braccia, dallo sguardo, ora acuto ora distratto, alle labbra dischiuse in un sorriso incerto.
Avevo già ricevuto da Pietro almeno sei “buonasera”, un paio di “oggi fa più freddo del solito”, un “sempre in attesa del pullman” e qualche altra facezia dello stesso spessore, quando notai la stranezza con la quale iniziò a girare la chiave nella toppa del portone. Il giro era eseguito con sinuosa lentezza, sempre guardandomi, sempre con un sorriso sospeso.
Dopo lo scatto, l’incanto svaniva e il portone docile spalancava la sua grande bocca per ingoiare l’uomo e con lui i sogni che avevo pazientemente cucito intorno ai quei pochi minuti.
Rimanevo in attesa del pullman a enumerare giochi di parole intorno alla chiave: chiave di volta, chiave del cuore, la chiave che apre tutte le porte, la chiave del problema, la chiave della mente e quella della psiche, e anche le chiavi che dai carri carnevaleschi medievali agitavano gli uomini quale vessillo delle loro intenzioni e dei desideri.
C’era una chiave anche nelle mie fantasie e forse, riflettevo, anche nelle sue attese, stanco di sere fatte di passi frettolosi verso un portone.
A casa mille volte provai a immaginare la sua vita, ma per quanti sforzi facessi, Pietro per me iniziava la sua esistenza allo svoltare dell’angolo di quella via e terminava dietro al portone di casa. Covavo un sogno che era irrealizzabile, poiché mi accorsi di non riuscire a varcare la soglia di quel portone nemmeno nella mia più celata fantasia.
È ingenuo, però, prevedere le intenzioni della sorte se questa ci insegna che una freccia che è stata incoccata dal destino dovrà essere necessariamente scoccata.
E allo scoccare delle venti i passi tornarono. Era una sera dei primi di marzo e l’aria più tiepida portava con sé il germogliare della primavera. Pietro camminava più lentamente.
Percepivo nel rumore dei tacchi di cuoio un certo tormento.
Mi parve si muovesse appesantito dai dubbi che gli turbinavano dentro senza trovare soluzioni pacifiche o idee improvvise che gli restituissero la serenità. Ricordo che provai tenerezza per lui, immaginando i problemi che avevano potuto rendere più pesante il suo pomeriggio di marzo. Poco dopo mi raggiunse e per la prima volta, notai, non aveva le chiavi che gli penzolavano dalla mano elegante.
“Citofonerà” pensai interdetta e vacillai all’idea che ogni cambiamento porta in sé motivazioni più o meno importanti.
Pietro mi si piantò dinanzi senza parlare. Gli lessi negli occhi la preghiera di non fargli alcuna domanda. E io non ne feci. Silenziosa gli strinsi la mano che aveva teso e mi lasciai condurre dentro il portone. Al buio, stretti in un angolo di muro, rimanemmo a guardarci con il respiro spezzato. Poi lui si piegò cautamente verso il mio viso, cercando le labbra e la scia del fiato. L’estraneità ci rendeva complici, sfrontati, liberi dai vincoli di pensiero che tanto spesso imbrigliano le emozioni di chi si conosce. Ci baciammo a lungo, violenti, lenti, con flussi alternati d’impeto e studiata ricerca della codifica dei sapori, odori, emozioni. L’aria si mosse più in fretta mentre mi accorsi di aver perso l’abbraccio. Pietro era scivolato in ginocchio e premeva il suo capo tra le mie gambe. Mi riavvolse la gonna, strattonò le mutandine e si perse nel respiro caldo del mio ventre. Istanti, momenti, ore, non ricordo il tempo, ma potrei disegnare il ritmo armonico del mio desiderio, la voracità della sua lingua.
Facemmo l’amore come se ci raccontassimo di tutte le chiavi che avevano aperto i portoni della nostra esistenza. Il mio respiro cresceva, si amplificava nel piacere. «Non così forte, mia moglie potrebbe sentirci». E io ingoiai l’ultimo gemito mentre Pietro si rassettava l’abito con cura. Ricompose i capelli e si allontanò verso la scalinata rivolgendomi un cenno furtivo di saluto.
La sera dopo cercai un’altra fermata, lontana dal portone, dall’ansia delle scuse masticate tra i denti per raccontarci che la storia era finita, triturata dalla stessa necessità di essere eccezionale.
Passarono due mesi quando, camminando lungo il corso principale di Manfredonia, lo rividi. Uno sciopero aveva interrotto le lezioni prima del previsto e avevo deciso di godermi il sacro ozio di coloro cui è stato regalato del tempo.
Ci scorgemmo nello stesso istante, benché entrambi vagamente distratti dalle vetrine e dalla folla. Procedevamo lentamente su due marciapiedi di una stessa strada. Pietro e io rallentammo il passo per scrutarci meglio e dare alla mente il giusto tempo per mettere a fuoco i nostri visi. Poi lui, come se in tutto quel tempo avesse congelato un’emozione tra le labbra in attesa di un incontro, mi disse “ti amo”, quale atto estremo di un sogno.

LA BALLATA DELLE PASSIONI INFAMI di Francesca Petrino – GRUPPO ALBATROS IL FILO, 2011 pag. 132

Il commento di NICLA MORLETTI

“La ballata delle passioni infami” è un libro che vi catturerà, vi avvincerà. Vi parlerà d’amore. E di passione. Ma esiste davvero l’anima gemella? E l’altra metà della mela? Può un’unione basata sulla passione portare sulla via della felicità? Quanti pensieri, quante riflessioni balzano alla mente leggendo queste pagine… Una scrittura moderna, dinamica, sciolta, perfetta. Anche evocativa, questa di Francesca Petrino. Uno stile dinamico di chi è abituato a trattare con la penna e a non fingere con il cuore e i sentimenti.
Tutto inizia un giorno davanti ad un portone. Lui, occhi profondi, labbra morbide, una camicia chiara. E lei, la bocca intrisa d’amore.

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