Era una splendida e festosa mattinata d’estate dal cielo turchino quando il giovincello Davide Azini, nel bagliore dei suoi anni verdi, si godeva ammirando l’immensità di un cielo limpido e sereno. Se ne stava seduto tutto solo sul gradino della ucciarìa, all’entrata della bottega delle carni, in silenzio, con le braccia appoggiate sulle gambe e le mani che gli sostenevano la testa.
Il giovane indossava una maglietta a mezze maniche, dei pantaloncini corti al ginocchio e degli zoccoli ai piedi. Con lo sguardo fisso ammirava incantato il castello. L’imponente bastione, torrido e maestoso, dalle mura a rivellino rinforzate; innalzato su un enorme dirupo, sembrava traforasse l’immensa volta celeste.
«Chissà come vivono lassù, è gente ricca, non manca loro niente! Piacerebbe anche a me vivere come quello lì!» sognava 1’Azini, e mentre sognava, contemporaneamente, girò la testa dall’altro lato della piazza. Sull’uscio del gran portone di palazzo vecchio vide don Carlo Renna, stravaccato su una sedia, che si godeva anche lui la mattinata piena di sole.
Questi era il figlio maschio dei padroni del castello, proprietari della metà del feudo del paese e di altri quattro paesi vicini.
Paràbita, una media cittadina del basso Salento, ai confini della Puglia, con sette chiese sparse in tutti i punti cardinali.
La chiesa madre, con doppio campanile al centro del paese, contava più di tre centinaia di anni. Uno dei due campanili era munito di quattro campane sulla parte bassa; l’altro, con l’orologio e due campane più piccole, sulla facciata alta. Il martello che colpiva la campana grande scandiva le ore, quello sulla piccola batteva i quarti. Di fronte alla chiesa si estendeva piazza Grande. A levante dominava mastodontico il castello dalle mura merlate. La strada che iniziava dal lato nord della piazza saliva per cento passi, poi una curva a gomito proseguiva sempre salendo verso un’altra curva, che immetteva diritta per l’entrata principale, sfociando all’interno di un grande atrio.
A ponente della piazza dimorava gente comune, stipata in piccole case bianche, alte non più di due piani. Sul lato ovest, nell’angolo dove iniziava la strada che menava per la piazza, c’era la bottega di salsamenteria, poi chiamata di alimentari, del signor Stanza, un uomo con la protesi alla gamba sinistra, mutilato nella prima guerra mondiale, accompagnato da un perenne bastone. Con un paio di baffi ben curati sembrava re Umberto I. Tale uomo aveva una bella figlia dal comportamento rude, con una voce da uomo e dalle forme del corpo esuberanti.
La “formosa”, così soprannominata in paese, sedeva fuori bottega insieme alla madre, a respirare aria fresca e sventagliare le sue belle forme. La gente non mancava di sguardi provocanti che lei, opportunamente, ignorava. Il baffuto genitore, in piedi sull’uscio del negozio, cercava di ammonire chi osava adocchiare la figlia prosperosa.
La domenica verso sera, quando il sole calava al tramonto, la piazza si riempiva di gente comune, come accade di solido nei paesi di provincia. Una moltitudine di furesi, ossia contadini, persone semplici che ci tenevano a mostrarsi ben vestiti, uscendo perciò agghindati nel modo più elegante possibile.
Usavano mettere, nel taschino della giacca, un fazzolettino bianco orlato di pizzo, con la punta piegata in giù, fermato dalla penna stilografica, anche se la maggior parte di loro non sapeva né leggere né scrivere.
Don Carlo Renna, sul portone del palazzo di sua zia, come al solito sedeva sdraiato con le gambe accavallate e le dita ficcate nel bordo dei pantaloni. La giacca sbottonata gli pendeva giù dai lati. Infilati un paio d’occhiali neri, menava lo sguardo assente nel vuoto dell’aria che gravava sulla piazza.
Il giovane non era bello, ma neanche brutto, vestiva elegante con abiti abitualmente grigi: cravatta e gilet; con una riga tra i capelli, lisci e scuri. A detta dei tanti, il difetto che aveva più marcato era che le donne lo interessavano poco, forse per via della vita comoda e agiata che faceva.
Di certo disagi come tutti i comuni mortali non ne aveva, e, anche se ne avesse avuto qualcuno, i tanti soldi compensavano ogni tipo di malcontento. Ma oltre a tutto questo aveva un altro difetto, che a chiamarlo enorme era poca cosa nel confrontarlo con la realtà della vita: possedeva un viso i cui lineamenti non esprimevano alcuna concentrazione per un’idea determinata. Il pensiero, a guisa di libero uccelletto, volteggiava su quel viso, svolazzava negli occhi, si soffermava sulle labbra semichiuse, si nascondeva tra le rughe della fronte per scomparire di colpo, e allora su tutto il volto si diffondeva il grigiore uniforme dell’indifferenza. li buon servitore che aveva sul castello, quando lo guardava con sfuggevoli occhiate di molto superficiali, esclamava di per sé …
«È un povero diavolo!».
Il colorito del volto non era né rosso, né scuro, né decisamente pallido, ma incerto, o forse così pareva, perché non era più vizzo di quanto non comportasse la sua età. O forse anche per mancanza di movimento di aria pura, oppure per l’una e l’altra cosa insieme. Tutta l’agitazione si risolveva in un respiro, per dissolversi in un’apatica sonnolenza.
In casa rimaneva sdraiato costantemente a sonnecchiare per ore e ore, dichiarando apertamente di non voler essere disturbato per nessuna ragione al mondo. Il suo intelletto pigro e acidulo era saturo di svogliata volontà per forzata voglia di vivere, condizionandone il carattere scorbutico e introverso.
Il castello, si diceva, contasse trecentosessantacinque stanze, cioè tante quanti sono i giorni che compongono un anno solare. Le muraglia di basamento, alte e spesse, col primo strato rientrante, davano spinta verso l’interno.
Così erano tutti e quattro i lunghi lati di cinta, per dare più forza alle mura. Un altro bastione di una ventina di metri, il baluardo più alto o “torre di guardia”, al centro, era quello che sporgeva al disopra dello stesso castello. Le finestre tutte intorno erano ben rifinite, rotonde nelle arcate con bordature in “lecciso” (pietra tipica del Salento) più una sottile colonna al centro, in stile primo Settecento veneziano.

***
Dal libro Un sogno americano di Fernando Fersini – GRUPPO ALBATROS – IL FILO, 2010 – p. 317

Il commento di NICLA MORLETTI

Un romanzo d’esordio toccante e commovente. Aleggia tra le pagine il sentimento, vince l’amore.  Quello che va “oltre”, oltre le difficoltà, le tirannie, le avversità esterne.
Possono il tempo e lo spazio dividere due cuori uniti indissolubilmente tra loro? Un messaggio per i lettori: questo romanzo vi avvolgerà e vi cullerà in una magica atmosfera, mentre il mondo e le imposizioni del mondo stesso, là fuori languono. Leggetelo, perché ha molto da dirvi, da comunicarvi. Soprattutto che là dove c’è ombra c’è anche luce. Dove c’è tirannia c’è anche libertà. E che le ali del cuore non possono essere spezzate, ma volano alte nei cieli del più profondo sentire.

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14 thoughts on “Un sogno americano di Fernando Fersini

  1. Trovandomi nel momento giusto al posto giusto mi è capitato tra le mani questo libro
    e ho così avuto l’occasione di poter gustare questo stile di scrittura del tutto particolare.
    Sono rimasta particolarmente incuriosita da ciò che Davide Azini più volte cita riguardo la possibilità di programmare la nascita di figli maschi o femmine. È reale? È davvero possibile stabilirlo?
    Oppure è semplicemente una licenza dell’autore? … peccato non averne potuto sapere qualcosina in più.
    In ogni caso attendiamo con piacere il prossimo romanzo!

    1. Cara Alba
      Penso di aver già risposto scrivendo che ho fatto stampare un piccolo opuscolo “Aurora” dove vi é
      riportato, stampato a colori, i giorni esatti di un mese qualsiasi e di tutti i mesi degli anni a venire
      ove riporta con precisione, senza il pretesto di sbagliare, cosa si vuole concepire di prima genitura.

  2. Ciao Fernando, ho letto con interesse le prime pagine del tuo romanzo. Mi è piaciuto, vorrei continuare ad approfondirlo. Anche tu hai delle facoltà nel raccontare, ti faccio i miei complimenti.
    Continua così!
    Spero che tu mi dia il piacere di leggere questo libro, vorrei commuovermi e sorridere tra le parole che hai scelto con cura nel motivarlo.
    Ancora auguri di Buon Natale.

  3. Mi ha colpito molto il modo di scrivere e la sensazione che lascia dopo una breve lettura. Sono molto incuriosita, mi piacerebbe leggere veramente questo romanzo.

    1. Carissima Lisa, legga questo romanzo poiché sono sicuro che Le lascerà un’emozione e una sensazione unica prolungata nel tempo. Un accorato saluto.

      Fernando F.

  4. Complimenti al sig. Fersini per il suo romanzo d’esordio, mi ha colpito molto l’estratto e mi sembra che abbia tutti i numeri per affermarsi.
    Spero di avere il piacere di leggerlo e di poter poi farLe sapere con più dettaglio le mie considerazioni.
    Cordiali saluti

    Stefania C.

    1. Fernando F. dice:

      Carissima Lisa, legga questo romanzo poiché sono sicuro che Le lascerà un’emozione e una sensazione unica prolungata nel tempo. Un accorato saluto.
      Fernando F.

      1. Fernando dice:
        19 dicembre 2011 a 19:40

        Cara Stefania.
        I complimenti fatti da una donna li accetto molto volentieri.
        Aspetterò con entusiasmo le Sue considerazioni dopo averlo letto per intero, sperando che il contenuto la lasci soddisfatta.
        Un cordiale saluto.
        Fernando F.

  5. i sogni aiutano a vivere… e mi piacerebbe molto poter leggere interamente questo libro , perche’ questo sogno possa aiutare anche me a vivere la vicenda narrata, piena di sentimenti!!

    1. Fernando dice:
      19 dicembre 2011 a 20:50

      Carissima Fiorella.
      Credo che Lei sia una donna romantica: continui a sograre. Vedrà che tornerà a sognare
      di nuovo e con più gioia di vivere.
      Cordiali saluti.
      Fernando F.

    1. Fernando dice:

      19 dicembre 2011 a 20:05

      Cara Valentina.
      Mentre continua a sognare, si sveglierà, dopo averlo letto, con molta più gioia per sognare di nuovo.
      Cordiali saluti.
      Fernando F.

  6. Egregio Signor Sabato, la ringrazio molto per i suoi complimenti. Ha colto nel segno quanto da me scritto. L’unica differenza è che il romanzo l’ho scritto prima di andare a Cinecittà a fare il corso di regia all’ACT (Accademia Cinema Televisione a Roma). Peraltro ho già scritto la sceneggiatura di “Un sogno americano” sperando che il mio desiderio si avveri realizzando un ottimo film.
    Cordiali saluti.

  7. Gen.le Fernando,
    quello che leggo mi fa passare davanti agli occhi le scene ambientate in questo paesino, con tutti i vizi e virtù che gli stessi contengono, nel bene e nel male, e devo dire che Lei ha un modo molto cinematografico di descrivere le scene. Reputo che sia un romanzo che scorra facilmente e catturi il lettore fino alla fine.
    Complimenti.
    Sabato P.

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