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Inferno
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Racconto horror-soft

Il cielo è un letto di nembi, questa sera. Fiocchi di cotone impolverati.
Pian piano si confondono con il blu della notte che avanza e solo per alcuni minuti hanno vestito il rosso-arancio del crepuscolo.
È stato un bel funerale, amore mio. Triste e composto.
Familiari ed amici ti hanno accompagnata in silenzio fino a questa nicchia in cima alla collina, scavata nella terra odorosa di umido e foglie, mentre il tuo ricordo aleggiava nei nostri cuori insieme al vento d’autunno.
Li vedi, amore mio?
Ora il corteo sta scendendo la china, un piccolo drappello che scioglie le fila.
Ognuno di loro tornerà alle loro case, nelle loro stanze calde e accoglienti. Alcuni ti ricorderanno e ti piangeranno per molto tempo ancora. Magari emergerà il tuo viso all’improvviso, facendo capolino nell’istante di tregua del dolore. Altri ti metteranno da parte, il tempo di chiudere la porta e tornare al tran tran di tutti i giorni.
Essere dimenticati è peggio che morire.
Essere dimenticati è la vera morte.
Ma vedrai, non sarà così.
Per il mondo che ti lasci alle spalle hai vissuto una buona vita, mia cara, tanto da meritarti lacrime e fiori. Il profumo acre delle ghirlande che iniziano ad appassire ti faranno compagnia per qualche giorno, per ricordarti che nel mondo qualcuno ti ha ricordato, almeno durante i minuti che hanno preceduto l’addio.
Ma non temere, resterò io qui a tenerti compagnia. Io e questi fiori in agonia.
Resterò con te come è stato da quando ci siamo conosciuti, quel piovoso pomeriggio d’inizio inverno tanto simile al giorno in cui il tuo corpo si è spento.
Sono trascorsi 30 anni da quel giorno, ti ricordi?
Tu lavoravi in quel bar di uno squallore greve ed appariscente che solo la tua bellezza riusciva a riscattare. Quel pomeriggio il mio noioso lavoro da praticante di uno studio legale assunse il colore dei tuoi occhi verdi e dei tuoi capelli bruni come le castagne lucide d’autunno.
Ti pensai per tutta la sera e la notte e il giorno seguente. Vivevo solo per poter ritrovare i tuoi colori in quel minuscolo e dimenticato bar di Soho.
Non è stata una storia travagliata, la nostra. Tutto si è svolto con semplicità, secondo un rituale antico e predefinito.
Dopo una settimana che mi inebriavo di te mentre sorseggiavo il consueto gin tonic, ti chiesi di uscire con me. Ti proposi una semplice passeggiata in Hyde Park per la domenica seguente.
Tutto accadde all’improvviso, con quella casualità che il destino predispone quando oramai hai smesso di sognare. A 37 anni e senza la stabilità economica preposta dalle ambizioni giovanili, sei arrivata come un raggio di sole nella notte polare. Non era stata una vita facile la mia, non fino a quel momento. Lavorare e studiare insieme, per mantenere una famiglia senza più un padre, possono essere azioni incompatibili per spiriti pacati come il mio.
Ma ora c’eri tu. Finalmente c’eri tu.
Ci siamo fidanzati una sera di gennaio, ricordi cara?
Il luccichio dell’anello sulla tua mano delicata, lievemente arrossata dal freddo, si confondeva con lo sfavillio dei fiocchi di neve.
Quella notte ci portò fortuna. Da lì per noi due il percorso fu tutto in discesa.
Quattro mesi dopo ero stato assunto stabilmente dal prestigioso ufficio legale dove avevo lavorato per anni appagato dalle sole briciole. Tu avevi su di me un forte ascendente. Avevi molte ambizioni tu e, non possedendo i titoli per realizzarle, delegavi a me il compito di farlo anche per te.
Io ubbidivo volentieri, confondendo le tue aspirazioni con le mie.
Poi quelle parole che unirono le nostre vite dopo sei mesi dalla prima passeggiata: «Vuoi tu Benjamin Conrad prendere Coleen Jones come legittima sposa…?».
Tutto da allora divenne perfetto.
O almeno, così sembrava a me.
Il lussuoso appartamento in Bayswater Road, i riconoscimenti crescenti sul lavoro, l’acquisizione di un tenore di vita sconosciuto per entrambi fino ad allora.
Sì, era tutto perfetto.
Fatta eccezione, forse, per i massacranti orari di lavoro cui ero costretto a sottostare, sempre più di frequente.
Fatta eccezione, forse, per l’assenza di un figlio a coronare quella felicità.
E fatta eccezione, ancora, per la distanza che a volte si veniva a creare tra noi. Quando tornato a casa trovavo un letto freddo e vuoto ad aspettarmi, mentre tu rientravi la mattina con il corpo caldo e appagato dall’odore di un altro uomo.
Quando è successo la prima volta?
Probabilmente non lo saprò mai, ma quando me ne accorsi eravamo sposati da più di tre anni.
Tu facevi poco o nulla per nasconderlo. Io facevo finta di non vedere.
I primi dieci anni di matrimonio non accadeva di frequente, a dire il vero. Ed io non volevo accettarlo. Dovetti farlo, quando, messa alle strette, dovesti confessare di avere una relazione con il mio vecchio amico John. Eh sì, John l’avventuriero, John il carismatico e ricco vedovo, l’azionista più in gamba di fine secolo con un patrimonio tale da poter risanare il debito pubblico di tre stati.
Cosa ti piaceva di più in lui, Coleen, l’intelligenza o il denaro? Certo non la bellezza, quella non era tra le sue prerogative.
E a lui quanto ne sono seguiti, eh, Coleen?
Mi hai fatto male, e tu lo sai, ma senza di te ero stato un debole e non volevo più esserlo.
Il mio animo era diventato furbo, spietato, senza scrupoli. E ricco.
In fondo, il dolore che dovevo sopportare per i tuoi tradimenti era solo il microscopico prezzo da lasciare in pegno in cambio di un prestigio che non avrei mai osato immaginare senza la tua crudele presenza al mio fianco.
Non ho mai smesso di amarti, lo sai? Nonostante tutto. Nonostante le braccia delle donne che mi hai costretto a cercare per compensare il vuoto che accompagnava la mia ricchezza e la tua assenza.
Ma poi ti sei ammalata. Un cancro limpido ed indolore che ti ha sottratta a me con benevola celerità.
E ora sei qui, fredda nelle zolle irrigate da queste lacrime mute.
Solo ora mi accorgo di quanto in fondo tu sia stata sola. Perdonami, ti prego.
Ma sono qui per te, adesso, pronto a colmare quella solitudine.
E tu, riuscirai mai a perdonarmi? Dimmi, amore mio.
Parlami ancora con quella tua voce cristallina, dimmi che mi perdoni.
Perché non mi parli? Eppure io ti ho perdonata.
Perché non torni da me?
Eppure sono disposto a cambiare, ora.
Sono pronto a rimediare ai miei errori, credimi.
Oh, Coleen, torna da me, avanti. Cosa aspetti?
Va bene, sì, forse ti chiedo troppo. Sono forse troppo frettoloso?
Allora aspetto. Ti aspetterò per sempre, non temere, non vado via.

È scesa la notte.
Le tombe adombrate dai cipressi sembrano relitti che affiorano dal mare di nebbia.
Seduto sulla lapide candida sotto cui giacciono le spoglie di quella che era stata sua moglie, Benjamin Conrad è un’ombra confusa con le altre.
Attende e attende ancora, in silenzio, senza piangere.
Trascorrono lente le ore della notte, finché il rosa dell’alba non fa capolino tra la coltre di piombo.
L’uomo cerca con gli occhi l’orizzonte come riscuotendosi da un lungo sonno, poi lacrime amare gli solcano il viso.
Esausto, solleva le membra e si allontana.
Si ferma davanti ad una tomba: l’immagine ritrae il suo viso un po’ più giovane ed un po’ meno sofferente.
Si volta un’ultima volta sospirando verso il tumulo di terra smosso da poco e, mentre il suo corpo si fa incorporeo e sempre più evanescente, mormora: “Ognuno sceglie il proprio personale inferno… Io avevo scelto te, chissà tu cosa hai scelto?!”.


Etain

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