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Vite che si sfiorano di Elisa Contardi

Vite che si sfiorano di Elisa Contardi

Trentacinque anni. Trentacinque interminabili anni. Un periodo così lungo fa pensare a tante cose. Uno scaffale pieno di fotografie, un tesoro di ricordi, di emozioni, a volte anche di dolori, ma per Ottavio i suoi ultimi trentacinque anni erano contenuti in una valigia di pochi vestiti e tutti i suoi risparmi, che viaggiavano con lui su quel treno. Sembrava un pendolare qualsiasi, che tornava a casa dopo una settimana di lavoro. Aveva da poco compiuto sessantacinque anni. Era un uomo di corporatura normale, con i capelli brizzolati, piuttosto radi e corti, e la barbetta incolta di alcuni giorni.
Indossava una camicia grigia e un paio di pantaloni dello stesso colore. Sebbene fossero puliti e perfettamente stirati si capiva che erano indumenti datati, dal colletto un po’ sciupato e dal taglio del pantalone fuori moda.
Anche la valigia era grigia e quell’assenza di colori vitali, unita al suo sguardo cupo, facevano pensare a una persona che nella vita aveva dovuto affrontare molte difficoltà.
L’uomo seduto di fronte a lui leggeva il giornale, imbalsamato nel suo vestito a giacca. Sulle ginocchia teneva una ventiquattr’ore di pelle marrone, con la targhetta di una prestigiosa pelletteria. Leggeva e sembrava non importargli nulla degli altri individui presenti nello scompartimento. Di fianco un altro uomo di mezz’età, dall’abbigliamento più casual, dormiva. La sua testa di tanto in tanto ondeggiava, a causa dei sobbalzi del treno, ma sembrava che nulla potesse svegliarlo. Alla sua sinistra un ragazzo di circa vent’anni continuava a inviare messaggi con il cellulare. Anche lui sembrava non accorgersi che accanto sedevano altre persone. Ottavio avrebbe voluto parlare, chiedere ai due uomini seduti di fronte che cosa avessero fatto nei loro ultimi trentacinque anni. Chiedere al ragazzo seduto di fianco a sé che cosa si aspettasse per i suoi prossimi trentacinque anni. Desiderava dialogare, dopo tanto, con persone che non avevano vissuto la vita in una stanza di quattro metri quadrati, a osservare, per la maggior parte del loro tempo, il mondo da dietro una finestra sbarrata. L’uomo di fronte a sé abbassava spesso il giornale per guardare l’orologio. Anche ora lo fece e sbuffando disse:
«Sempre in ritardo questi treni». Fu l’unica frase pronunciata durante il viaggio, dopo un misero “buongiorno”, mentre si sedeva nello scomparto.
Ritardo… da quanto tempo non sentiva più usare questo termine. Pensò al concetto di libertà e di prigionia. A quanto fossero opposti e contrastanti.
Quell’uomo era libero, eppure prigioniero del tempo, delle lancette del suo Rolex, che non si fermavano mai, di treni in ritardo e del suo apparire.
Qualcuno forse lo aspettava alla fermata, qualcuno a cui avrebbe dovuto porgere delle scuse, per non essere arrivato in orario. Per Ottavio invece, in quegli ultimi trentacinque anni, le lancette dell’orologio avevano smesso di girare. Erano trascorsi, senza lasciare alcun segno, i compleanni, le feste di Natale, le vacanze estive. Aveva lasciato tutto fuori da quella grigia stanza, dove il tempo si era fermato. La maggior parte delle persone che viaggiavano su quel treno stavano tornando dalle loro famiglie, dalle loro fidanzate, mentre la sua meta era una città che non vedeva più da molto tempo.
Il treno arrivò a Genova con un quarto d’ora di ritardo. Qualcuno si precipitò giù di corsa per non perdere la coincidenza. L’uomo seduto di fronte si alzò composto e uscì in corridoio. L’altro passeggero continuò a dormire, mentre il ragazzo con il cellulare comunicò a qualcuno di essere giunto in stazione.
Ottavio prese la sua borsa e si infilò nella massa di passeggeri che avevano concluso il loro viaggio. Quando scese dal treno un venticello tiepido di fine estate lo investì. Sembrava quasi volesse dargli il bentornato. Ottavio aveva letto in carcere un romanzo di Cesare Pavese, nel quale l’autore sosteneva che avere un paese d’origine significava non essere soli, perché nella gente, nelle piante, nella terra, c’è qualcosa di nostro che quando non ci siamo resta ad aspettarci. Quella frase lo aveva colpito e ora si domandava se davvero la sua Genova era lì ad attenderlo. Si guardò intorno spaesato e allo stesso tempo invaso da un insieme di emozioni. Era come se la gioia e il dolore si fondessero, creando uno stato d’animo a cui non sapeva dare un nome.
Paura, sicuramente la paura generata dalla consapevolezza che ciò che aveva lasciato, quella gelida mattina di quel dicembre del 1971, non era più li ad aspettarlo.

***

Dal libro Vite che si sfiorano di Elisa Contardi.

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