Ho percorso i chilometri rabbiosa, mangiando l’asfalto nero come le nuvole all’orizzonte: un corpo solo, cielo e terra, e tramonto senza sole. Ho percorso i chilometri premendo sull’acceleratore, portando la mia auto ad una velocità superiore alle sue forze. Velocità prevista, ma sconsigliata. Sconsigliata da chi, porcomondo? Se la vita è mia, e fino a prova contraria lo è,  se in auto sono sola e di fronte c’è  un tir molto distante…

Pensieri. Schegge di pensieri impazziti che subito tornano in riga, in fila per due come scolaretti disciplinati.
Sentirsi parte di quel cielo nero, e dell’asfalto, e dell’aria sporca di polveri pesanti può farti sentire un videogame. Un essere irreale, inventato dalla mente di un dio furbo e pervertito: un dio dei giochi per console.

La strada è larga, la strada è libera. Gli oleandri che separano le corsie sembrano orribili piante di plastica.
Guardo a sinistra: è già buio e le luci della città in lontananza si allontanano dalla mia corsa. I pensieri inciampano in un ricordo di tanti anni fa: quelle luci le guardavo da una finestra fra gli alberi, nel silenzio di una notte di grilli e aria quieta, quando sognare era facile e spontaneo come respirare.

Il grande mostro di acciaio mi viene incontro, nero nel nero. Sono nera anch’io. Sono una strisciata di inchiostro che va fuori dal foglio, sono una macchia di colore acrilico che si secca al primo soffio d’aria lurida.
Fermarsi, appoggiare le mani sul volante, e la fronte sulle mani, mani con vene in rilievo, da sempre.
Sono arrivata. Anche stasera.

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