Occhi disperati cercano risposte nel cielo che ora appare dall’enorme squarcio sulla cupola, quella della basilica di San Bernardino, a L’Aquila. Un gioiello architettonico rinascimentale che conserva le spoglie del Santo Protettore della città e la sua maschera mortuaria in cera, entrambe esposte in un’urna d’argento, all’interno di un monumentale mausoleo marmoreo che, scolpito a bassorilievo e firmato da Silvestro Dell’Aquila, si erige in una grande cappella affrescata da Cenatiempo.
Anche il campanile ha una spaccatura arrecata dalla disastrosa caduta delle campane. E pensare che, proprio su una di esse, è incisa la scritta “San Bernardino proteggici dal terremoto”.
Perché questa chiesa ha già subito, nei secoli, violenze da terremoti.
La costruzione della basilica iniziò nel 1454, dieci anni dopo la morte di San Bernardino. Ma i lavori furono interrotti nel 1461, proprio a causa di un sisma.
La costruzione fu poi completata nel 1542, ma una nuova scossa tellurica, nel 1703, ne devastò l’interno barocco risparmiandone, miracolosamente, il bel frontale.
Indubbiamente, guardando il cumulo di macerie di un luogo in cui più nulla è di nessuno, tra le lacrime per la perdita di vite e di speranze, forse la distruzione di una testimonianza religiosa e artistica, pur se di un prestigioso passato che ha sfidato il tempo per arrivare fino a oggi, può mostrarsi non importante.
Tuttavia, è anche la storia, la nostra, a essere stata dolorosamente ferita.
Nel primo progetto, di cui non si conosce il nome dell’architetto, la chiesa aveva una struttura somigliante a quella di Santa Maria del Fiore di Firenze. Infatti, San Bernardino nacque in Toscana, dalla famiglia degli Albizzeschi di Siena, l’8 settembre 1380 e morì a L’Aquila il 20 maggio 1444.
Fu santificato dal papa Niccolò V nel 1450.
Prese l’abito dell’Ordine dei Frati Minori a 22 anni e fu un grande predicatore, soprattutto nell’Italia settentrionale.
È citato nella storia del pensiero economico perché scrisse un’opera completa sul sistema produttivo che ha per titolo “Sui contratti e l’usura”, in cui tratta argomenti relativi alla proprietà privata, all’etica del commercio e alla determinazione del rapporto tra valore e prezzo, biasimando severamente l’usura.
Le sue considerazioni si compendiano nel concetto che la proprietà non appartiene all’uomo, bensì è un mezzo elargito da Dio per l’uomo, affinché produca un miglioramento in tutta la collettività.
San Bernardino fu incessante e chiaro nella divulgazione della fede e dei suoi principi, procurandosi molti nemici, soprattutto in alcuni ambienti di imprenditori, tanto da essere accusato di eresia e dover subire addirittura dei processi.
Ma il Santo fu pienamente assolto dall’imputazione e, nonostante fosse afflitto da diverse infermità, continuò a prodigarsi, assiduamente, nell’evangelizzazione dei fedeli.
Tante sono le conversioni e le riconciliazioni legate alla sua parola.
Nel 1444, quando il vescovo Agnifili lo invitò ad andare a L’Aquila per cercare di pacificare due opposte fazioni che si contrapponevano aspramente in città, era già molto malato.
Il viaggio fu pieno di sofferenze, vi giunse stremato e morente e non poté svolgere il ciclo di prediche che si era prefissato. Quando stava per arrivare, San Bernardino ebbe una visione che lo profetizzava protettore di questa città e, pochi giorni dopo, al crepuscolo, sentendo imminente la fine, chiese di essere disteso sul pavimento dove morì, nudo e con le braccia allargate come in croce.
I frati che lo avevano seguito tentarono di ricondurre il corpo a Siena, ma gli aquilani, raggruppati tutti insieme, lo impedirono, accordando loro di portare via solo gli abiti indossati dal Santo, attualmente custoditi nel convento della Capriola, sul colle da lui più amato.
Si racconta che, proprio mentre le risse tra i dissidenti si animavano intorno al suo corpo, questo cominciò a sanguinare nella bara e l’emorragia seguitò per arrestarsi solo quando i contendenti capirono di doversi riconciliare.
Fu poi il papa Eugenio IV a concedere ufficialmente il privilegio di custodire le spoglie di San Bernardino nella basilica a lui intitolata.
Particolarmente devoto al Santissimo Nome di Gesù, il Santo immise nell’iconografia popolare il Cristogramma JHS. Disegnato da lui stesso – perciò considerato anche patrono dei pubblicitari – le lettere JHS, poste su un sole splendente in uno sfondo azzurro, furono interpretate come le prime tre lettere del nome di Gesù in greco, ma anche come l’abbreviazione del motto costantiniano “In Hoc Signo“ e “Jesus Hominum Salvator”.
È il simbolo della devozione nei suoi confronti consolidatasi nei secoli, esposto su numerosi ingressi di stabili aquilani e presente un po’ ovunque San Bernardino ha predicato, un emblema celebre che risalta soprattutto sulla facciata del Palazzo Pubblico di Siena ad opera dell’orafo senese Tuccio di Sano e di suo figlio Pietro.
Il vincolo con la terra d’origine non si è mai spezzato.
Ogni anno, il 20 maggio, come da tradizione, la diocesi di Siena assicura che la delegazione di una scuola si rechi a L’Aquila, nel nome di San Bernardino, recando in dono l’olio per alimentare il fuoco della lanterna che arde, ininterrottamente, davanti al suo corpo.
Ma, a causa del terremoto, la tradizione rischiava di interrompersi. Fortunatamente, si è, invece, solo capovolta.
Per non sospendere questo legame proprio in un momento doloroso, sono stati i colleghi senesi a offrire ospitalità agli alunni aquilani.
Sono andati questi, per una volta, a prendere l’olio, detto dell’amicizia, quell’olio d’amore che, nel nome di San Bernardino, saprà lenire le ferite degli affetti e delle certezze dissolte, ma anche di quel capolavoro che è la basilica dove il Santo Protettore riposa, testimone di una storia italiana di grande spiritualità che ha attraversato i secoli per confermarsi ancora in tutta la sua attualità in questo presente e nel nostro futuro.


