Ricordo sempre, nei momenti difficili d’incertezza, d’angoscia, di solitudine che la vita porta con sé, la calda e sicura atmosfera che circondava le mie sere d’inverno di bambina, accanto al caminetto, affascinata dai racconti del nonno.
Storie della sua vita, di quella dei bisnonni, intrisa di ricordi dei trisavoli e io, lentamente, entravo nella favola, come a risalire un lungo fiume alla sorgente.
Stagioni lunghissime, nevicate paurose, venti impetuosi, il garbino, calori estivi che spaccavano porte, belle giornate fresche e serene, verdeggianti e indimenticabili primavere di quando c’erano somari e cavalli, chiamati vetture, in gergo, per il trasporto di persone e cose, e un viaggio era una bella avventura, dopo essere stato un dolce sogno, si susseguivano.
Non c’era la luce elettrica allora e s’andava avanti a candele e lumi a petrolio. Fioche luci illuminavano appena le piccole strade di paese materializzando ombre minacciose, ma se la luna piena era alta nel cielo, ti rapiva come una magia.
Profumo d’erba fresca e di trifoglio nelle sere di aprile, quando tutto il colle ne era pervaso e, nel pieno rigoglio della natura, insetti e rane scovati nello stagno ombroso, farfalle rincorse, spedizioni a caccia di erbe nel bosco misterioso, con le sue ombre dorate e il sottobosco, con i muschi vellutati e i funghetti d’avorio.
Lunghe sere di silenziosi inverni, il tempo trascorso a meditare guardando l’incanto della fiamma di un focolare.
Se poi, su quel fuoco, c’era una padella con un po’ d’olio, d’aglio, di peperoncino e un buon bicchiere di frizzante vino, la serata era una festa.
C’era anche un cane a fare compagnia, un caro bestione, dolcissimo ma poco rassicurante per chi volesse entrare in casa senza il suo permesso.
Ricordo mitiche storie di briganti, di pastori, di emigranti. Vennero le guerre, la patria straziata, scontri duri tra scoppi di bombe su montagne nevose, scarsità di cibo, affetti scomparsi, paesi spopolati e distrutti.
Poi il nonno s’intristiva e diceva:
– È ora di andare a dormire.


Zia Ubaldina

Non ho mai capito bene quale fosse il vincolo di parentela che la legava alla famiglia, ma sicuramente, sul campo degli affetti, “zia” Ubaldina aveva saputo guadagnarsi ampiamente il titolo.
Era lei la protagonista, sempre ricordata da tutti con particolare amore, una maestra elementare che insegnò nella prima metà del secolo scorso.
Prima d’essere destinata a una sede cittadina, svolse il suo lavoro in villaggi e paesi sparsi sui monti del Gran Sasso.
Gli inverni duri, trascorsi su quelle impervie gole, non la sgomentarono mai perché il suo spirito alacre, il suo coraggio semplice e la sua dirittura morale, permeati tutti da una fede profonda, l’avevano sempre confortata nella sua missione.
Delle monotonie invernali, diceva, si ripagava a primavera, godendo pienamente la bellezza e la poesia della stagione.
In montagna vi sono ruscelli che sembrano di cristallo, abeti che inquadrano paesaggi stupendi e c’è, soprattutto, l’odore delle preziose erbe sottili che dona all’aria il sapore della menta.
Robusta e sana, abituata nei verdi anni a cavalcare, per spostarsi da un luogo all’altro, su muli estrosi e giumente pazienti in mancanza di auto e strade, aveva due rose sul volto che la lasciarono solo quando, ottuagenaria e semicieca, dovette rassegnarsi alla forzata inoperosità.
I suoi occhi, che negli anni della giovinezza e della maturità avevano lavorato anche di notte, dopo la giornaliera fatica scolastica, intorno a pregiate reti di filo e a merletti a tombolo, si erano velati di una costante nebbia che le consentiva di percepire soltanto una parvenza di luce. Per tale sopravvenuta sventura, anche le sue mani erano costrette ad abbracciarsi tra loro nell’ozio durevole, come per confortarsi a vicenda o per pregare.
Negli ultimi tempi della sua esistenza, zia Ubaldina viveva di ricordi. Nel vortice delle immagini affioravano volti di bambini, suoi scolari dei tempi andati.
Piccoli montanari timidi, ragazzi di città vivaci.
Non sapeva dire, zia Ubaldina, chi di loro aveva amato di più: se la sincerità dolcissima dei primi o l’estrosità irrequieta degli altri.
Ricordava, inoltre, le innumerevoli feste nuziali cui aveva dovuto partecipare, invitata sempre con rispettosa premura dalle famiglie conosciute, per organizzare e dirigere la confezione casalinga dei rituali dolci, dei quali solo lei conosceva le elaborate ricette.
Non esistevano pasticcerie, allora, nei centri minori della provincia ed erano pochi coloro che s’intendevano d’arte dolciaria per le cerimonie di un certo rilievo.
Capolavori di torte e creme uscivano da quelle mani ai quali la fragranza degli elementi, freschi e naturali, la finezza e la delicatezza degli impasti, le essenze dosate alla perfezione, regalavano sapori soavissimi, leggeri, davvero capaci di dissolvere ai commensali, al termine di un pranzo robusto, ogni pesantezza sgradita.
Quante le lacrime di zia Ubaldina nel giorno in cui, costretta dai limiti d’età, dovette rinunciare alla scuola!
Ci fu gran festa nella sua casa e molte persone amiche, vecchi scolari e genitori di alunni convennero alla cerimonia del conferimento della medaglia d’oro al merito d’insegnamento.
Lei pianse tanto perché, diceva, era quella festa un addio alla vita.
Rimasta vedova giovane e senza figli, ricordò sempre quelle lezioni tenute nel corso delle vicende belliche, tra un bombardamento e l’altro, in un’atmosfera carica di trepidazione.
Soprattutto, ricordò una sua piccola alunna, un fiore reciso da un’esplosione, quando la poesia della vita apriva i petali alla primavera dell’infanzia.
Desiderò vivere sola nella sua casa, autogovernandosi.
Le piaceva ancora sentirsi padrona di quel villino che aveva fatto costruire con i frutti del suo lavoro e della sua parsimonia.
L’orto e il giardino s’erano infittiti di piante e di fiori e, in un canto, seminascosto, c’era anche un pollaio.
Ogni sera, al tramonto, zia Ubaldina andava a raccogliervi le uova che le sue brave galline avevano deposto. Bianchissime, le teneva in mano come se reggesse delle cose preziose e rare.
Pochi anni trascorsero così. Poi giunse, implacabile, la cecità e, di conseguenza, la forzata immobilità.
Ogni domenica si faceva accompagnare alla messa. Fu proprio in chiesa che, un giorno, morì, colta da improvviso malore.
Fu questo un privilegio serbatole dalla sorte? Morire in chiesa è come morire nelle braccia del Signore.
I suoi cari la piansero tanto. E anch’io…
Perché zia Ubaldina era una creatura speciale.
Dotata di talento, di comunicativa, di vera generosità, fu costante esempio di elevate virtù praticate in una mirabile realtà quotidiana fatta di sacrificio, di lavoro, di preghiera e di buon umore.

***

Leggiamo e commentiamo insieme un brano tratto dalle prime pagine di Altri tempi di Daniela Quieti, recensito da Nicla Morletti nel Portale Manuale di Mari.
Ordina questo libro con dedica autografa dell’autrice

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84 thoughts on “Altri tempi di Daniela Quieti

  1. salve sono una giornalista abruzzese. la contatto per proporle un progetto per conto di una mia collega romana. sinteticamente riguarda donne e majella. può ricontattarmi appena possibile?
    grazie infinite

    1. Gentile Novella,
      grazie infinite per l’attenzione. Ho ricevuto solo oggi la notifica del suo messaggio tramite il portale. Quindi, in assenza di recapiti per fissare un colloquio, qualora fosse ancora interessata alla proposta e non le apparisse nella notifica di risposta la mia mail, potrebbe contattarmi tramite la Redazione di http://www.themalinformazione.it.
      Nella speranza d’incontrarLa personalmente, invio i più cari saluti

      Daniela Quieti

    1. Gentilissima Ninnj,
      grazie infinite. Apprezzo molto le Sue parole e spero anch’io di poter condividere la nostra comune passione letteraria. Ricambio i migliori auguri di Buon Anno con stima e simpatia.
      A presto

      Daniela Quieti

  2. Cara Maria,
    e io ho avuto l’onore di apprezzare anche ‘de visu’ le tue coinvolgenti doti di relatrice e la tua autentica e calda umanità. Purtroppo oggi si va di fretta e spesso il mondo ci passa davanti agli occhi quasi inosservato, con l’illusione di non aver più bisogno di guardare per imparare, come ai vecchi tempi. Ma, capire il passato aiuta a capire meglio anche il presente.
    Questi ricordi dell’infanzia hanno sempre narrato, per me, una specie di favola rassicurante, un riferimento certo nei momenti difficili, un viaggio dell’anima indietro nel tempo verso quelle irripetibili emozioni che, nel ricordo, diventano uniche e che considero un inalienabile patrimonio che ora condivido con te.
    Ricambio con affetto il fortissimo abbraccio!

  3. Cara Daniela,
    ho avuto l’onore di entrare in punta di piedi in questo libro che incanta per la levità, la maestria, l’infinita dolcezza con la quale vengono dipinti i quadri dei tuoi tempi andati. Hai saputo creare il magico gioco del ricordo che non si perde nel mormorio degli anni, che non viene filtrato dai vetri opachi del tempo, ma che ha la forza di tornare vivido, a tratti rasserenante, a tratti pesante, sempre animato da un languore intenso, misto di sangue e di fuoco lontano.
    Le storie sono passate attraverso il torrente del cuore, hai amato rivisitarle e, sul greto, rubare i segreti, le verità, i sapori, i profumi di allora.
    Lo stile è ricco di melodia. Sembra intessuto con un ago misterioso. Asciutto eppure vibrante di sentimenti autentici; originale, caldo… come Te!. Brava! Un fortissimo abbraccio!

  4. Carissima Daniela,
    ho appena letto il commento di Paolo Carinci e mi si é accapponata la pelle. A parte che condivido moltissimo il suo apprezzamento, tanto é vero che io stessa ho voluto recensire la tua opera a modo mio, il fatto é che mi sono immedesimata nel tuo ruolo di prof o, meglio, ex-prof. Quando i complimenti più sinceri arrivano dagli studenti, allora non sono si è felici ma anche fiere: abbiamo trasmesso loro l’amore per la letteratura e, ora, camminano da soli e vanno in libreria e…guarda un po’, scelgono anche i loro professori e accettano di farsi guardare i propri scritti.
    Che meraviglia! Sei contenta?

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